Sterzo e fece percorrere al trabi una lunga traiettoria che termino con un’inversione di rotta. Fece tornare indietro il veicolo, verso la direzione dalla quale era venuto, senza aumentare ne diminuire la velocita. Si mise a volare nella direzione opposta. Per tornare all’accademia.
Continuava a piangere. Le sue lacrime diventavano piu grandi e dolorose di momento in momento. “Sto andando nella direzione sbagliata” penso. “Herb ha ragione: devo allontanarmi dall’accademia. Adesso, l’unica cosa che potrei fare li sarebbe assistere a qualcosa che non sono piu in grado di controllare. Vivo all’interno di un dipinto, di un affresco. Esisto in due sole dimensioni. Io e Jason Taverner siamo figure di un vecchio disegno infantile. Persi nella polvere.”
Premette il piede sull’acceleratore e diede un’altra sterzata al volante. Il motore sputacchio e perse colpi. “La valvola automatica dell’aria e ancora chiusa” si disse Buckman. “Avrei dovuto scaldare il motore per un po’. E freddo.” Cambio di nuovo direzione.
Stremato dal dolore e dalla stanchezza, alla fine inseri la scheda con la rotta per casa sua nella torretta della sezione di guida e mise in funzione il pilota automatico. “Devo riposare” si disse. Alzo una mano e attivo il circuito ipnoinducente che aveva sopra la testa. Il meccanismo ronzo e lui chiuse gli occhi.
Come sempre, il sonno artificialmente indotto lo ghermi all’istante. Buckman senti la propria coscienza precipitare a spirale, e ne fu lieto. Ma poi, sfuggendo al controllo del congegno, arrivo un sogno. Era molto chiaro. Lui non lo voleva, ma non poteva fermarlo.
La campagna, bruna e arida nell’estate, dove aveva vissuto da bambino. Stava cavalcando, e alla sua sinistra un gruppo di cavalli si avvicinava lentamente. Su di essi, uomini in lunghe vesti sgargianti, tutte di colore diverso. Gli uomini portavano elmetti a punta che brillavano alla luce del sole. I lenti, solenni cavalieri lo superarono, e quando lo incrociarono lui riusci a vedere il viso di uno di loro: un antico volto di marmo, un uomo vecchissimo, con una lunga barba bianca che gli scendeva a cascata dal mento. Aveva un naso forte. Tratti del viso nobilissimi. Cosi stanco, cosi serio, cosi al di la dei comuni mortali. Era palesemente un re.
Felix Buckman li lascio passare; non rivolse loro la parola, e loro non gli dissero nulla. Unito, il gruppo procedette verso la casa dalla quale era venuto lui. Un uomo si era chiuso in quella casa, un uomo solo, Jason Taverner, nel silenzio e nel buio, senza finestre, solo da quel momento in poi, per l’eternita. Si limitava a esistere, inerte. Felix Buckman prosegui, raggiunse l’aperta campagna. E poi udi, alle proprie spalle, un unico terribile grido. Avevano ucciso Taverner e, vedendoli entrare, intuendo la loro presenza nel buio che lo circondava, sapendo cosa avevano intenzione di fare di lui, Taverner aveva urlato.
Felix Buckman provo un dolore totale, la desolazione piu completa. Ma nel sogno non torno indietro, non si volto a guardare. Non si poteva fare niente. Nessuno avrebbe potuto fermare l’orda di uomini dalle vesti multicolori; non era possibile opporre loro resistenza alcuna. E comunque, era finita. Taverner era morto.
Il suo cervello esagitato riusci a spedire un segnale al circuito del sonno, servendosi di minuscoli rele. Un interruttore di tensione si apri, e un suono continuo, irritante, risveglio Buckman interrompendo il sogno.
“Dio” penso, e rabbrividi. Come faceva freddo. Come si sentiva vuoto e solo.
Il grande dolore interiore lasciato dal sogno vagava nel suo petto, continuava a turbarlo. “Devo atterrare” si disse. “Vedere qualcuno. Parlare con qualcuno. Non posso restare solo. Se anche soltanto per un secondo riuscissi a…”
Escluse il pilota automatico e fece rotta verso un quadrato di luci fluorescenti sotto di lui: una stazione di servizio aperta tutta la notte.
Un attimo piu tardi atterro davanti alle pompe di benzina della stazione. Si fermo a lato di un altro trabi, deserto, abbandonato. A bordo non c’era nessuno.
Al bagliore delle luci distinse la forma di un nero di mezza eta. Portava il soprabito, aveva una bella cravatta colorata, e il suo viso era aristocratico; ogni suo lineamento spiccava netto. Camminava avanti e indietro sul cemento chiazzato d’olio, le braccia incrociate sul petto, un’espressione assente in viso. Evidentemente stava aspettando che il roboinserviente finisse di fare il pieno al suo velivolo. Non era ne impaziente ne rassegnato; semplicemente, esisteva, remoto e isolato e splendido, forte nel corpo, diritto. Non vedeva nulla perche non c’era nulla che valesse la pena di vedere.
Felix Buckman parcheggio il trabi, spense il motore, attivo il comando che apriva la portiera e scese rigido nella fredda aria della notte. Si incammino verso il nero.
Quello non lo guardo neanche. Mantenne le distanze. Continuo a passeggiare calmo. Non parlo.
Felix Buckman affondo le dita intirizzite nella tasca della giacca; trovo la penna a sfera, la tiro fuori, cerco in tasca un pezzo di carta, forse un foglio di un taccuino. Dopo averlo trovato, l’appoggio sul cofano del trabi del nero. Nella luce bianca, cruda, della stazione di servizio, Buckman disegno sul foglio un cuore trafitto da una freccia. Tremante di freddo, si volto verso il nero che passeggiava e gli tese il foglio con il disegno.
Con un guizzo di sorpresa negli occhi, il nero grugni, accetto il foglio, lo alzo alla luce, lo studio. Buckman aspetto. Il nero rigiro il foglio, non vide niente sul retro, torno a esaminare il cuore e la freccia che lo trafiggeva. Aggrotto la fronte, scrollo le spalle, poi restitui il foglio a Buckman e si rimise in movimento, le braccia ancora conserte sul petto. Giro la possente schiena al generale. Il foglio di carta volo via, si perse.
Felix Buckman, in silenzio, torno al suo trabi, apri la portiera e si mise al volante. Accese il motore, richiuse la portiera e si alzo nel cielo notturno. Le spie che segnalavano il decollo lampeggiavano rosse davanti e dietro di lui. Poi si spensero, automaticamente, e lui si mise in volo sulla linea dell’orizzonte, con la mente sgombra di pensieri.
Tornarono le lacrime.
All’improvviso, Buckman fece una sterzata. Il trabi sussulto violentemente, diede un forte sobbalzo, si stabilizzo su una traiettoria di discesa. Qualche attimo dopo, si poso di nuovo, nella luce abbagliante, a fianco del trabi vuoto del nero che passeggiava avanti e indietro, delle pompe di benzina. Buckman freno, spense il motore, scese.
Il nero lo stava guardando.
Buckman si avvio verso di lui. Il nero non indietreggio, resto fermo dov’era. Buckman lo raggiunse, tese le braccia, le uso per stringere il nero a se. Quello grugni di sorpresa. E sgomento. Nessuno dei due parlo. Rimasero abbracciati per un istante, poi Buckman lascio andare il nero, giro sui tacchi, torno su gambe tremanti al suo trabi.
— Aspetti — disse il nero. Buckman si giro a guardarlo.
Il nero esito, scosso da brividi. Poi disse: — Sa come arrivare a Ventura? Sulla rotta aerea Trenta? — Aspetto. Buckman non rispose. — E un’ottantina di chilometri a nord di qui — disse il nero. Buckman continuo a non parlare. — Ha una carta di questa zona?
— No. Mi spiace.
— Chiedero alla stazione di servizio. — Il nero accenno un sorriso esile. Timido. — E stato… un piacere conoscerla. Come si chiama? — Aspetto un lungo momento. — Non me lo vuole dire?
— Io non ho un nome — rispose Buckman. — Non al momento. — Non sopportava proprio l’idea di pensarci.
— E un funzionario pubblico? Organizza cerimonie ufficiali? O magari lavora per la Camera di commercio di Los Angeles? Ho avuto a che fare con loro. Sono persone per bene.
— No — disse Buckman. — Sono un semplice individuo. Come lei.
— Be’, io ho un nome. — Il nero infilo la mano nella tasca interna della giacca, estrasse un piccolo biglietto da visita che porse a Buckman. — Montgomery L. Hopkins. Dia un’occhiata al biglietto. Non e uno splendido lavoro di stampa? Mi piacciono le lettere in rilievo. Mi sono costati cinquanta dollari al migliaio. Mi hanno fatto un prezzo speciale grazie a un’offerta promozionale che non si ripetera. — Sul biglietto erano stampate splendide lettere nere in rilievo. — Io produco auricolari di biofeedback di basso costo, di tipo analogico. Sono venduti al dettaglio per meno di cento dollari.
— Mi venga a trovare — disse Buckman.
— Mi chiami. — In tono fermo, pacato, ma a voce piuttosto alta, il nero disse: — Questi posti, queste stazioni di rifornimento robotizzate, sono deprimenti, a notte fonda. Un’altra volta potremo parlare di piu. In un posto accogliente. Mi rendo conto. Capisco come ci si sente quando succede che un posto del genere ti butti giu di morale. Tante volte io faccio rifornimento appena uscito dalla mia fabbrica, per non essere costretto a fermarmi piu tardi. Ma mi succede spesso di uscire per chiamate notturne, per tanti motivi. Si, capisco benissimo che lei si senta giu di corda. Insomma, depresso. Per questo mi ha passato quel foglietto che temo di non avere compreso al momento, ma adesso capisco, e poi ha voluto abbracciarmi, e l’ha fatto, come farebbe un bambino, per un
