troppo calda. Le sei sedie e i due tavoli erano eccessivi per quello spazio ristretto. Senti il bisogno impellente di spalancare la porta, uscire nel corridoio, correre all’altra estremita dell’ospedale, attraversare l’entrata principale e uscire nel freddo della sera, lasciando dietro di se quell’odore di antisettici e di malattia.
Rimase dov’era, per stare vicino a Janet qualora avesse avuto bisogno di lui. Qualcosa non andava. Era prevedibile che il travaglio del parto fosse doloroso, ma non cosi penoso come le contrazioni prolungate e laceranti che avevano tormentato Janet per cosi lungo tempo. I medici non volevano ammettere che erano sorte delle gravi complicazioni, ma la loro preoccupazione era palese.
Bob capi il motivo di quella sua claustrofobia. In realta non aveva paura di rimanere chiuso fra quelle pareti. Cio che lo stava minacciando, in quel momento, era la morte, forse quella di sua moglie o del suo bambino non ancora nato, oppure la morte di entrambi.
I battenti della porta si aprirono ed entro il dottor Yamatta.
Nell’alzarsi, Bob urto contro un tavolo, facendo cadere a terra una pila di giornali. «Come sta, dottore?»
«E sempre uguale.» Yamatta era un uomo magro, di bassa statura, con un viso gentile e grandi occhi tristi. «Il dottor Markwell sara qui fra poco.»
«Non state certo aspettando lui per somministrarle le cure di cui ha bisogno, vero?»
«No, certo. Non si preoccupi. Sta ricevendo tutte le cure del caso. Ho solo pensato che le avrebbe dato un po’ di sollievo sapere che il vostro medico sta per arrivare.»
«Oh, si certo… grazie. Senta, dottore, posso vederla?»
«Non ancora», rispose Yamatta.
«E quando, allora?»
«Quando sara… meno spossata.»
«Ma che razza di risposta e questa? Quando sara meno spossata? Quando diavolo finira di soffrire cosi?» Si penti immediatamente di quello scoppio d’ira improvviso. «Io… mi dispiace dottore. Solo che… ho paura.»
«Lo so. Lo so.»
Una porta interna collegava il box di Markwell alla casa. Attraversarono la cucina e percorsero il corridoio al pianterreno, accendendo le luci mentre passavano e lasciando impronte bagnate sul pavimento.
L’uomo armato diede un’occhiata in tutte le stanze, nella sala da pranzo, nel salotto, nello studio, nell’ambulatorio e nella sala d’attesa, poi ordino: «Di sopra».
Nella camera da letto inciampo in una delle lampade. Prese la sedia che si trovava accanto al tavolo da toeletta e la mise al centro della stanza.
«Dottore, per favore, si tolga i guanti, il cappotto e la sciarpa.»
Markwell obbedi, lasciando cadere gli indumenti sul pavimento, e a un ordine dell’uomo armato si sedette sulla sedia.
Lo sconosciuto poso la pistola sul tavolo e dalla tasca tiro fuori una fune arrotolata. Da sotto il giaccone estrasse un piccolo coltello dalla lama larga che evidentemente teneva in una guaina agganciata alla cintura. Taglio la fune in tanti pezzi per legare Markwell alla sedia.
Il dottore fisso la pistola che era rimasta sul tavolo, calcolando velocemente le possibilita di battere sul tempo il suo avversario, ma quando incontro il suo sguardo glaciale si rese conto di essersi tradito.
L’uomo sorrise, come per dire: «Forza, provaci».
Ma Paul Markwell voleva vivere. Si mostro docile e rassegnato mentre lo sconosciuto lo legava, mani e piedi, alla sedia.
Strinse bene i nodi, ma non tanto da fargli male, quasi a dimostrare riguardo per il suo prigioniero. «Non voglio imbavagliarla. Ubriaco com’e, se le metto uno straccio intorno alla bocca, potrebbe vomitare e rimanermi li stecchito. In un certo qual senso mi fido di lei. Ma provi solo a gridare aiuto e la faro fuori in men che non si dica. Chiaro?»
«Si.»
Quando parlava un po’ piu a lungo si notava un vago accento, ma cosi leggero che Markwell non riusci a identificarlo. Si mangiava le finali di alcune parole e solo occasionalmente la sua pronuncia aveva una nota gutturale a malapena percettibile.
Lo sconosciuto si sedette sul bordo del letto e prese il telefono. «Qual e il numero dell’ospedale?»
Markwell sbarro gli occhi. «Perche?»
«Accidenti, le ho chiesto il numero! Se non me lo da, giuro che piuttosto che guardare sulla guida glielo faccio cacciare fuori con la forza.»
Impaurito da quelle parole, Markwell gli diede il numero.
«Chi e di turno stanotte?»
«Il dottor Carlson. Herb Carlson.»
«E un brav’uomo?»
«Che cosa intende?»
«Come medico e piu bravo di lei, oppure e anche lui un ubriacone?»
«Io non sono un ubriacone. Io ho…»
«Lei non e che un irresponsabile. Un uomo che non fa che autocommiserarsi, un uomo che l’alcol ha ridotto a un rottame e lo sa meglio di me. Risponda alla mia domanda, dottore. Carlson e affidabile?»
L’improvvisa nausea che Markwell accuso era dovuta solo in parte alla quantita di alcol ingerita; l’altra causa era il rifiuto della verita di cio che lo sconosciuto aveva detto. «Si, Herb Carlson e un bravo medico. Un ottimo medico.»
«Chi e l’infermiera di turno stanotte?»
Markwell dovette pensarci un momento. «Ella Hanlow, credo. Non ne sono sicuro. Se non e Ella, e Virginia Keene.»
Lo sconosciuto chiamo l’ospedale e disse che parlava a nome del dottor Paul Markwell. Chiese di Ella Hanlow.
Una raffica di vento colpi con violenza la casa, fece sbattere una finestra malchiusa e passo sibilando sotto le grondaie; solo allora Markwell si ricordo della tormenta. Mentre guardava la neve cadere si senti invadere ancora una volta da un senso di disorientamento. La serata era cosi densa di avvenimenti, con quel fulmine e l’apparizione inspiegabile di quell’intruso, che improvvisamente gli sembro irreale. Diede uno strattone alle funi che lo legavano alla sedia, con la certezza che si trattasse solo di un brutto sogno e che come una sottilissima ragnatela si sarebbero dissolte nel nulla. Invece era tutto reale e lo sforzo gli diede nuovamente un senso di vertigine.
Al telefono lo sconosciuto disse: «Infermiera Hanlow? Il dottor Markwell non e in grado di venire in ospedale stasera. Una delle sue pazienti, Janet Shane, ha un parto piuttosto difficile. Come? Si, certamente. Vuole che se ne occupi il dottor Carlson. No, no, mi dispiace, ma e impossibile che ce la faccia. No, non e per il tempo, e ubriaco. Si, esatto. Sarebbe pericoloso per la paziente. No… e cosi ubriaco che e inutile che glielo passi. Mi dispiace. In questi ultimi tempi ha cominciato a bere parecchio, cercando di nasconderlo, ma questa notte e in condizioni pietose. Io? Sono un vicino. Okay, grazie, infermiera. Addio».
Markwell era furente ma con una certa sorpresa anche sollevato perche il suo segreto era stato svelato. «Bastardo, mi ha rovinato!» esclamo.
«No, dottore. Lei si e rovinato con le sue stesse mani. L’odio che lei prova per se stesso sta distruggendo la sua carriera e ha anche allontanato sua moglie. Il vostro matrimonio era gia in crisi, ma si sarebbe potuto salvare se Lenny fosse vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se lei non avesse deciso di non sperare piu.»
Markwell era incredulo. «Ma come diavolo fa a sapere che cosa e successo fra me e Anna? E come fa a sapere di Lenny? Io non l’ho mai incontrata prima d’ora. Come sa tutte queste cose di me?»
Come se non avesse neppure sentito quelle domande, lo sconosciuto sistemo un paio di cuscini contro la testata del letto, appoggio gli stivali sporchi e bagnati sulle coperte e si stiracchio. «So come si sente, ma la responsabilita della morte di suo figlio non e sua. Lei e soltanto un medico, non un santone. Perdere Anna, questo si, e stata colpa sua. E il fatto che ora costituisca un pericolo per i suoi pazienti, anche questo e colpa sua.»
Markwell stava per obiettare, ma lancio un gemito e abbandono il capo sul petto.
«Sa qual e il suo problema, dottore?»
