Pianeti troppo lontani, con ghiacciai d’ossigeno solidificato, mari d’idrogeno denso. Altri pianeti che in un modo o nell’altro erano sbagliati, avvolti in atmosfere mortali per qualunque forma vivente. E alcuni, pochissimi, troppo ricchi di vita… pianeti-giungla occupati da esseri cosi famelici e feroci che sarebbe stato un suicidio porvi piede. Pianeti deserti, dove la vita non aveva mai avuto inizio… rocce nude, su cui non si era mai formato l’humus, con pochissima acqua, l’ossigeno fissato nelle pietre erose. Abbiamo girato intorno ad alcuni dei pianeti che abbiamo trovato: ad altri ci siamo limitati a dare un’occhiata. Su alcuni siamo atterrati. Nave ha tutti i dati a tua disposizione, se vuoi una relazione in chiaro.»
«Ma adesso abbiamo trovato un pianeta. E cosa facciamo… lo studiamo ben bene e torniamo indietro?»
«Ma se siamo partiti per questo. Noi e le altre navi, tutti in cerca di pianeti che la razza umana potesse colonizzare.»
«Senti,» protesto Horton, «quel che dici non ha senso. C’erano altre navi…»
«Ma tu hai proseguito.»
Nave disse:
«Vuoi dire che sei andata a caccia di pianeti.»
«Ed hai impiegato quasi mille anni per trovarlo.»
«Credo di no,» disse Horton, «anche se non ci ho mai pensato. C’erano molte cose cui non abbiamo mai pensato. E molte cose, immagino, che non ci hanno mai detto. Supponiamo che non avessi trovato questo pianeta. Cosa avresti fatto?»
«Magari per un milione d’anni?»
«E adesso che l’abbiamo trovato, non possiamo tornare indietro.»
«E allora, a che serve averlo trovato?» chiese Horton. «Lo troviamo, e la Terra non lo sapra mai. La verita e, credo, che tu non hai nessun interesse a ritornare. Sulla Terra non c’e niente, per te.»
Nave non rispose.
«Avanti,» esclamo Horton. «Ammettilo.»
Nicodemus disse: «Non ti rispondera. Nave si e ammantata di silenziosa dignita. L’hai offesa.»
«Al diavolo Nave,» disse Horton. «Ne ho sentite abbastanza, da loro. Voglio una risposta da te. Nave ha detto che gli altri tre sono morti…»
«Ci fu una disfunzione,» disse Nicodemus. «Circa cento anni dopo la partenza. Una delle pompe smise di funzionare, e i cubicoli si surriscaldarono. Io riuscii a salvare te.»
«Perche me? Perche non uno degli altri?»
«E molto semplice,» disse Nicodemus, ragionevolmente. «Tu eri il numero uno, nella fila. Eri nel cubicolo numero uno.»
«Se fossi stato nel cubicolo numero due, mi avresti lasciato morire.»
«Io non ho lasciato morire nessuno. Sono riuscito a salvare un dormiente. Dopo, per gli altri era troppo tardi.»
«Lo hai fatto in ordine numerico?»
«Si,» disse Nicodemus. «L’ho fatto in ordine numerico. C’e un modo migliore?»
«No,» disse Horton. «No, non credo. Ma dato che tre di noi erano morti, non si e pensato di rinunciare alla missione e di tornare alla Terra?»
«Non si e pensato a questo.»
«Chi ha preso la decisione? Nave, immagino.»
«Non c’e stata nessuna decisione. Nessuno di noi ne ha mai parlato.»
Era andato tutto storto, penso Horton. Se qualcuno ci si fosse messo d’impegno, con uno slancio sconfinante nel fanatismo, non sarebbe riuscito a rovinare tutto in modo piu completo.
Una nave, un uomo, uno stupido robot dai piedi piatti… Cristo, che spedizione! E per giunta, una spedizione inutile, con biglietto di sola andata. Tanto varrebbe che non fossimo neppure partiti, penso. Ma se non fossero partiti, si disse, a quest’ora lui sarebbe morto da molti secoli.
Cerco di ricordare gli altri, ma non vi riusci. Poteva vederli solo vagamente, come attraverso una nebbia. Erano indistinti, confusi. Cerco di delineare i loro volti, e gli parve che non avessero volto. Piu tardi, lo sapeva, li avrebbe rimpianti, ma ora non poteva. Non c’era abbastanza, di loro, per rimpiangerli. E non ce n’era il tempo. C’erano troppe cose da fare e da considerare. Mille anni, penso, e non torneremo indietro. Perche Nave era l’unica che poteva riportarli indietro, e se Nave diceva di no, non c’era niente da fare.
«Gli altri tre?» chiese. «Sono stati sepolti nello spazio?»
«No,» disse Nicodemus. «Trovammo un pianeta dove riposeranno per l’eternita. Vuoi sapere tutto?»
«Se non ti dispiace,» disse Horton.
4.
Dalla piattaforma dell’altopiano su cui Nave si era posata, la superficie planetaria si estendeva verso i nitidi orizzonti lontani, una terra dai grandi ghiacciai azzurri d’idrogeno congelato che scivolavano lungo pendii di roccia nera e nuda. Il sole di quel pianeta era cosi lontano che pareva soltanto una stella un po’ piu grande e luminosa… una stella cosi affievolita dalla distanza e dall’agonia che non aveva ne un nome ne un numero. Sulle carte stellari della Terra non vi era neppure un puntolino che ne indicasse la posizione. La sua luce fievole non era mai stata registrata su di una lastra fotografica d’un telescopio terrestre.
Nicodemus stava eretto accanto alla triplice bara, cercando di fissare per sempre quel luogo nella sua mente, anche se, mentre scrutava il pianeta, si rendeva conto che c’era poco da fissare. Li c’era una monotonia mortale: dovunque si guardasse, tutto pareva identico. Forse, penso, e meglio cosi… potranno restare qui, anonimi, protetti dall’irreperibilita del luogo del loro ultimo riposo.