— Qui scrivono che chiuderanno la riserva di caccia. Per alcuni anni.
— Non fa niente, zio Sasa, — disse Vadim. — Noi facciamo ancora in tempo.
Lo zio Sasa tacque e poi aggiunse piano:
— Mi annoiero molto qui da solo.
Vadim smise di sbadigliare.
— Ma noi torniamo, zio Sasa! Fra un mese.
— E lo stesso. Questo mese me ne torno in citta. Cosa sto a fare qui da solo con cinque cottage? — guardo l’elicottero. — Con questo scemotto. Piu morto che vivo.
Dal cielo giunse un sottile ronzio.
— Eccone un altro che vola, — disse lo zio Sasa.
Vadim alzo la testa. A quota bassa sopra il villaggio un Ramforinch rosso vivo disegnava lentamente un otto. Sulla chiglia sottile si stagliava nettamente un numero bianco.
— Cosi sono buono pure io, — disse lo zio Sasa. — E tu, carino mio, scendi in picchiata a spirale, e non dilato, e non finire dentro il laghetto, ma vicino…
Il Ramforinch volo via. Sulla stradina asfaltata al di la del giardino si senti sbuffare il motore di una macchina.
— Il nostro villaggio si fa animato, — osservo lo zio Sasa. — C’e movimento come sulla Prospettiva Nevskij.
— E Anton! — Vadim balzo in avanti e gli corse incontro.
Anton mise la macchina in garage. Uscendo dal garage, disse distrattamente:
— Tutto a posto, Dimka. Ho registrato il libretto di navigazione, ho avuto il permesso…
— Ma? — chiese Vadim perspicace.
— Ma… che cosa?
— Sento chiaramente che c’e un “ma”.
Anton rispose malvolentieri:
— Sono passato da Galja. Lei non viene.
— Per causa mia?
— No… per causa mia.
— Si, — commento Vadim pensieroso.
Anton chiese:
— E come vanno le operazioni di carico?
— Tutto a posto, skipper. Possiamo partire.
— E com’e la casa? In ordine?
— Quale casa?
— La mia, per esempio.
— No, capitano. Scusa, capitano. Ho appena terminato di caricare, capitano.
Basso, sopra i tetti, volo di nuovo il Ramforinch rosso. Anton guardo attentamente.
— Ma che cosa succede? — si meraviglio. — Di nuovo lo ZS-268! A quanto pare sono diventato oggetto di particolare attenzione. Questo Ramforinch rosso, col numero ZS-268 sulla fiancata, mi sta seguendo fin dalla piazza Dvorcovaja.
— Non ci sara dimezzo qualche donna? — si informo Vadim.
— Non credo. Finora le donne non mi hanno mai dato la caccia.
— Potrebbero anche iniziare… — disse Vadim, ma qui lo illumino una nuova idea. — Forse si tratta di un membro di una Societa segreta per la protezione dei Tachorg?
Il Ramforinch sorvolo di nuovo le loro teste e improvvisamente si acquieto.
— E venuto per lo zio Sasa, — fece Vadim. — Avra portato i pezzi di ricambio. Povero Ramforinch! A proposito, ce li hai?
— Si, ce li ho, — rispose Anton, distratto. — No, supermagazziniere strutturalista, non e venuto per lo zio Sasa…
Da dietro i cespugli apparve un uomo alto e ossuto che portava un’ampia casacca bianca e dei pantaloni pure bianchi. Aveva il volto molto abbronzato con le sopracciglia cespugliose e grandi orecchie scure. In mano teneva una voluminosa cartella.
— E lui, — disse Anton.
— Lui chi?
— L’uomo in bianco. Si aggirava sempre intorno alla fila. E guardava tutti negli occhi.
— Ora gli vado a spiegare cosa sono i Tachorg, — disse Vadim, — cosi capisce.
L’uomo in bianco si accosto e fisso con attenzione i due cacciatori.
— Lo sa che i Tachorg attaccano le persone e qualche volta le feriscono gravemente? — chiese Vadim. — Possono causare serie mutilazioni.
— Davvero? — fece sorpreso l’uomo in bianco. — I Tachorg? Mai sentiti nominare. Comunque, non e affar mio. Sono venuto da voi per chiedervi un favore. Salve, — si tocco la tempia con le due dita.
— Salve, — rispose Anton. — Cerca me?
Lo sconosciuto lascio cadere la cartella fra le sue gambe e si asciugo il sudore dalla fronte. Nella cartella qualcosa fece un rumore sordo. Era enorme, piena zeppa di roba, molto consumata, con una gran quantita di lucchetti e di fibbie metalliche. “Cartella” in giapponese si dice “kaban”, che in russo significa “cinghiale”, penso Vadim. Hanno ragione i giapponesi.
Lo sconosciuto comincio lentamente a parlare:
— Si, lei. — Socchiuse gli occhi e di nuovo si passo con forza la mano sulla fronte. — Solo, la prego, non mi chieda perche proprio lei. Si tratta solo di un caso… Poteva essere chiunque altro…
— Abbiamo avuto proprio fortuna, — disse allegro Vadim. — E straordinaria la fortuna che abbiamo oggi.
Lo sconosciuto lo guardo senza sorridere.
— E lei il capitano? — chiese.
— Potenzialmente, — rispose Vadim. — Ma cineticamente sono il supermagazziniere e lo specialista capo di Tachorg… Se necessario, zoologo dilettante…
Vadim era partito in quarta, non poteva piu trattenersi. Doveva a ogni costo riuscire a far sorridere lo sconosciuto, anche solo per cortesia.
— Inoltre, sono secondo pilota dilettante, — disse. — Cioe, nel caso che al capitano venga un attacco di disidratazione o il gomito della lavandaia…
Lo sconosciuto ascoltava in silenzio. Anton disse piano:
— Molto spiritoso.
Cadde il silenzio.
— Da quel che ho capito, volate su Pandora, — disse lo sconosciuto. Guardava Anton.
— Si, andiamo su Pandora, — Anton sbircio la cartella. — Vuole che portiamo qualcosa da parte sua?
— No, — disse lo sconosciuto. — Non devo mandare niente. Il mio problema e un altro… Avrei una proposta da farvi. Voi, andate a divertirvi?
— Si, — disse Anton.
— Se una caccia pericolosa puo ritenersi un divertimento, — aggiunse Vadim significativamente.
— E proprio una bella vacanza, — disse Anton. — Un volo turistico e la caccia.
— Un volo turistico… — ripete lentamente lo sconosciuto, come se si meravigliasse. — Turisti… Scusate, ragazzi, ma non assomigliate affatto a dei turisti. Siete degli esploratori giovani, sani… A che vi servono i pianeti abitati, le giungle elettrificate, i distributori automatici di gazzosa nel deserto? E per che cosa! Perche non scegliete un pianeta sconosciuto?
I ragazzi si guardarono.
— Quale pianeta precisamente? — chiese Anton.
— Quale pianeta? Uno qualsiasi, su cui l’uomo non abbia ancora messo piede… — lo sconosciuto sgrano gli occhi all’improvviso. — Oppure non ce ne sono?
Non stava scherzando: era chiaro, e i ragazzi di nuovo si guardarono.
— Come no! — disse Anton. — Pianeti cosi ce ne sono a iosa. Ma noi e tutto l’inverno che ci prepariamo ad
