fino alla poltrona, poi la sollevi e l’appoggi ai braccioli, contro lo schienale. C’e il rischio che la poltrona si rovesci all’indietro, allora la spingi contro il caminetto, in modo che resti ferma. Sir Rufus sta ancora cercando di togliersi il bavaglio. Frughi nello zaino e tiri fuori la valvola e il pezzo di tubo di gomma che ha attaccato un cannello di ottone. Li colleghi alla bombola.

Si sente un rumore secco alle tue spalle, come se Sir Rufus stesse sputando. «Senta! Per amor del cielo! Cosa sta facendo? Sono ricco, posso…»

Ti avvicini a lui, gli piazzi un piede sopra la testa e versi altro etere sull’assorbente.

«Senta! Posso procurarmi del denaro! Cristo! No…!»

Gli premi l’assorbente sulla faccia. Oppone resistenza, si dibatte per un po’, quindi si affloscia. Gli metti un’altra striscia, piu lunga, di nastro adesivo sulla bocca.

Ci vuole un po’ a sistemare il cannello sul sedile della poltrona. Poi, mentre stai provando il flusso di gas, senti un rumore, una specie di fischio seguito da un conato; ti giri in tempo per vedere due rivoletti di vomito che zampillano dalle narici di Sir Rufus e schizzano sulle assi del pavimento.

«Merda!» sussurri. Ti precipiti verso di lui, e gli strappi dalla bocca il nastro adesivo.

Boccheggia e sputacchia, sembra che stia per soffocare. Ha un altro conato; il vomito gli esce dalla bocca e si riversa sul pavimento. Senti odore d’aglio. Tossisce ancora un po’, poi riprende a respirare piu normalmente.

Quando comincia a emettere suoni quasi comprensibili, e quando sei sicuro che non anneghera nel proprio vomito, lo afferri per quei pochi capelli che ha sulla nuca e gli giri il nastro adesivo intorno alla testa un paio di volte, chiudendogli nuovamente la bocca.

Riponi la tua roba nello zaino, mentre lui si muove, prima lentamente, poi con maggior energia, e i rumori gli escono dal naso prima deboli, poi piu forti: gemiti, seguiti da quelle che, se potesse aprire la bocca, sarebbero urla.

Ti accucci di fianco alla poltrona, dove il tubo di gomma della bombola scende e fa un’ansa prima di terminare nel cannello. Posata sul cuscino della poltrona c’e la grata di ferro del caminetto; ha un’aria tetra, e indubitabilmente e fuori posto. Hai legato il cannello di ottone alla grata con il fil di ferro, puntandolo contro la superficie rossa e graffiata della bombola di gas circa quindici centimetri piu sopra.

La testa di Sir Rufus e a circa un metro e mezzo dalla poltrona. La puo vedere bene.

«Bene, Sir Rufus», dici, giocherellando con un ricciolo immaginario, e sempre imitando il cantilenante accento gallese. Dai un colpetto alla bombola. «Lei sa cos’e un blevey, vero?»

Sembra che gli stiano per schizzare gli occhi fuori dalle orbite. La voce, uscendo dal naso, risulta strozzata.

«Ma certo che lo sa», prosegui, sorridendo dietro il passamontagna e annuendo. «Quella nave, quella sua gasiera — be’, non sua, della sua societa — ne ha provocato proprio uno quando e saltata in aria nel porto di Bombay, giusto?» Annuisci ancora; e una costante oscillazione della testa, un continuo dondolio che associ alla parlata gallese. «Un migliaio di morti, mi pare, no? Be’, pero si trattava solo d’indiani. Siete ancora in causa, no? E una vera vergogna che queste cose richiedano sempre tanto tempo, no? Certo, modificare la struttura della societa, far figurare che la nave era l’unico bene, insomma, questo le rende la vita un poco piu facile, no? Immagino che restera ben poca disponibilita per i risarcimenti.»

Tossisce con il naso, poi starnutisce e sembra che stia cercando di dire qualcosa.

«Cose terrificanti, i blevey, dicono.» Scuoti la testa. «Si e mai chiesto che effetto deve fare, da vicino?» Annuisci di nuovo. «Io, si. Be’…» Ti volti e dai un colpetto alla bombola grossa e fredda «… ecco, ne ho preparato uno tutto per lei.»

Giri il rubinetto zigrinato della valvola. Il gas esce sibilando piano. Prendi un accendino dalla tasca e lo avvicini alla bocca del piccolo cannello di ottone legato alla grata. Lo azioni e il gas prende fuoco: una fiammella gialla e blu diretta contro la bombola.

«Oh», prosegui, «e un po’ troppo basso, non le pare, Sir Rufus? Potrebbe volerci tutta la notte!» Giri lentamente il rubinetto della valvola finche il getto esce con un ruggito e la potente fiamma gialla e blu colpisce la superficie curva della bombola, avvolgendola completamente. «Cosi va meglio.» Ora Sir Rufus sta proprio urlando e ha la faccia tutta rossa. Speri che non gli venga un infarto prima dell’esplosione. Sarebbe… be’, sarebbe esattamente quello che ci si puo aspettare da un tipo come Sir Rufus: cavarsi fuori da una situazione scomoda usando una scappatoia. Peccato che tu non possa restare li per vedere come va a finire.

Ti dirigi alla porta d’ingresso e dai una rapida occhiata in giro con il visore notturno; senti il rombo distante proveniente dal soggiorno e ti tremano le mani, anche se sai che ci vorra ancora un po’, e senti le sue urla deboli, quasi infantili.

Sta ancora piovendo. Chiudi la porta a chiave e ti allontani veloce nella notte.

Cinque minuti piu tardi, mentre stai per avviare la moto e cominci a preoccuparti che qualcosa non abbia funzionato, che Sir Rufus sia riuscito in qualche modo a liberarsi, che il getto di gas si sia esaurito, che la sua amante sia arrivata prima del previsto e che avesse una chiave, o che qualcos’altro sia andato storto, un’esplosione squarcia il silenzio, una luce fiabesca rischiara la notte, illuminando tutta la vallata spazzata dagli scrosci e le nuvole basse cariche di pioggia. Una piccola nube di gas incandescente si solleva e si gonfia nell’oscurita come un fungo luminoso. Metti in moto e ti allontani, mentre il rombo dell’esplosione rimbalza ancora tra le colline gallesi.

«Bene, signor Colley, sara meglio che le spieghi perche siamo qui.»

«A me sta bene», dico, con un po’ piu di sicurezza di quella che sento.

L’ispettore McDunn e il sergente Flavell sono seduti di fronte a me, dall’altra parte del tavolo della sala riunioni. La sala riunioni del Caley si trova proprio sopra l’ufficio del direttore, nella mansarda ricavata sotto il tetto spiovente dell’edificio. La sala ha un imponente soffitto a cassettoni ed e arredata con un tavolo massiccio, dall’aria veneranda, e con sedie che sembrano riproduzioni in scala della poltrona regale che si trova nell’ufficio del direttore. Le pareti sono coperte da pannelli di quercia; vi sono appesi ritratti mediocri ed estremamente formali dei precedenti direttori, volti severi che ti fissano per ricordarti che questo e uno dei piu vecchi giornali del mondo. Trovandosi ancora piu in alto dell’ufficio del direttore, la sala gode di una vista persino piu suggestiva, ma, sebbene io non sia mai entrato qui dentro, non mi perdo troppo a guardare fuori dalla finestra.

L’ispettore e un uomo massiccio, con i capelli scuri, e un accento che sembra per meta di Glasgow e per meta inglese. Indossa un abito scuro e un cappotto nero. Il giovane sergente Flavell, cui e affidato il compito di portare una valigetta non proprio di lusso, potrebbe essere un Richard Gere con i baffetti, ma la giacca a vento blu trapuntata che indossa sopra l’abito rovina tutto l’effetto. Se non altro, pero, lui sta caldo. Ho lasciato la giacca in redazione, sullo schienale della mia sedia, e quassu fa freddo. Quando sono arrivato nel suo ufficio, Eddie mi ha presentato i due poliziotti, ha detto che volevano scambiare qualche parola con me e ha suggerito che ci servissimo della sala riunioni.

L’ispettore si guarda intorno. «Immagino che si possa fumare qua dentro, no?» chiede.

«Penso di si.»

Il sergente Flavell vede un posacenere sul davanzale di una finestra e va a prenderlo. L’ispettore si accende una Benson Hedges. «Fuma?» mi chiede, vedendo che lo fisso.

Scuoto la testa. «No, grazie.»

«Dunque, signor Colley», dice l’ispettore in tono pratico. «Stiamo indagando su una serie di gravi aggressioni e di omicidi, e su altri crimini collegati. Pensiamo che lei potrebbe essere in grado di aiutarci e vorremmo farle qualche domanda, se non le dispiace.»

«Assolutamente no», replico, inspirando a fondo mentre la nuvola di fumo che si alza dalla sigaretta di McDunn passa sopra il tavolo e viene verso di me. Ha un buon odore.

«Sergente, le spiace…?» dice McDunn.

Il sergente prende dalla valigetta una busta gialla formato A4 e la porge all’ispettore, il quale ne estrae un foglio e me lo porge. «Immagino che lei riconosca questo.»

E la fotocopia di una recensione televisiva che ho scritto circa quindici mesi fa. Non e esattamente il mio campo, ma il tizio che se ne occupa di solito si era beccato un’infezione a un occhio e io avevo colto volentieri l’occasione per esprimere un mio parere. «Si, l’ho scritto io», dico, sorridendo. Diamine, c’e il mio nome in testa all’articolo, proprio vicino al titolo: UN GIUSTIZIERE RADICALE?

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