«Ah, anche lei ne ha uno. Si trova qui in questo edificio?»

«Si. E di sotto. Ne ho uno nuovo, ma tutti i file sono stati trasferiti. Lo vado…»

Faccio per alzarmi, ma l’ispettore solleva una mano. «Lasci che vada a prenderlo il sergente Flavell, eh?»

«Va bene.» Mi risiedo e annuisco. «E sulla mia scrivania», spiego al sergente, mentre questi si avvia alla porta.

L’ispettore si appoggia allo schienale e tira fuori il pacchetto di Benson Hedges. Vede che lo osservo e mi porge il pacchetto. «E proprio sicuro che non ne vuole una?» chiede.

«Hmm, si, accetto, grazie», dico, allungando una mano per prenderne una e odiandomi per quello che sto facendo, ma poi penso: Cristo, questa e una circostanza eccezionale, ho bisogno di tutto l’aiuto possibile!

L’ispettore mi accende la sigaretta, poi si alza e va alla finestra che si affaccia su Princes Street. Mi giro sulla sedia per guardarlo. E una giornata burrascosa: ombre gettate dalle nuvole e chiazze di sole scivolano veloci sul volto della citta, tingendo gli edifici di un grigio prima scuro e poi chiarissimo.

«Bella vista da qui, vero?» dice l’ispettore.

«Gia. Fantastica.» La sigaretta mi provoca un’accettabile sensazione di ebbrezza. Dovrei smettere di fumare piu spesso.

«Ho l’impressione che non la usino molto, questa sala.»

«No. Credo di no.»

«E davvero un peccato.»

«Gia.»

«Sa, c’e una cosa strana», dice l’ispettore, guardando oltre la citta, verso la lontana distesa del Fife, grigia e verde sotto le pesanti nuvole che incombono sul tratto piu lontano del fiume. «La notte in cui Sir Toby e stato ucciso e la mattina in cui e stato ritrovato il signor Persimmon, qualcuno ha telefonato al Times affermando che si trattava di azioni dell’IRA.»

L’ispettore, con il viso coperto da una nuvola di fumo, si gira e mi scruta.

«Si, be’, ho sentito dire che l’IRA aveva rivendicato l’uccisione di Sir Toby, ma poi l’aveva sconfessata.»

«Gia», fa l’ispettore, guardando la sigaretta con aria apparentemente perplessa. «Chiunque sia stato, pero, entrambe le volte ha usato la stessa parola in codice dell’IRA.»

«Oh?»

«Vede, signor Colley, e proprio questa, la cosa strana. Noi due sappiamo benissimo che ci sono parole in codice usate dall’IRA quando telefona per avvertire che ha piazzato una bomba oppure per assumersi la responsabilita di un omicidio o di qualche altro crimine. E necessario conoscere queste parole in codice, altrimenti chiunque potrebbe chiamare, spacciandosi per l’IRA; potrebbero bloccare tutta Londra, volendo. Ma il nostro assassino… Lui sapeva una delle parole in codice. Una di quelle recenti.»

«Ah.» Ho di nuovo freddo. Capisco dove sta andando a parare e decido di essere sfacciato. «Allora?» lo apostrofo, tirando una boccata dalla sigaretta e socchiudendo gli occhi. «Sospettate di un ex poliziotto, eh?»

L’ispettore mi rivolge un altro dei suoi sorrisi. Poi fa nuovamente quello strano rumore di risucchio con la saliva e viene verso di me. Devo chinarmi di lato per farlo passare. Mi arriva vicino e prosegue, fa cadere un po’ di cenere nel posacenere e poi torna di nuovo alla finestra. «Esatto, signor Colley. Abbiamo pensato a un poliziotto, sia in servizio sia no.» Sembra che stia riflettendo. «O magari un centralinista», dice, come se fosse sorpreso pure lui.

«O a un giornalista?» suggerisco, inarcando le sopracciglia.

«O a un giornalista», conviene l’ispettore senza entusiasmo, appoggiandosi all’intelaiatura della finestra; la sua figura si staglia scura contro la luce brillante delle nuvole che passano velocissime. «Per caso, non e che lei conosca quelle parole in codice, vero, signor Colley?»

«No, cosi su due piedi, no», rispondo. «Sono custodite nel sistema informatico del giornale, protette da una password. Pero io, tra le altre cose, mi occupo di difesa e di problemi di sicurezza e quindi conosco la password e di conseguenza ho accesso ai codici. Non posso provare di non conoscerle, se e a questo che vuole arrivare.»

«Non voglio arrivare proprio a nulla, signor Colley. Era solo… curiosita.»

«Senta, ispettore», dico con un sospiro, spegnendo la sigaretta, «sono un single, vivo solo, lavoro molto a casa e… in giro per la Scozia; mando gli articoli al giornale per telefono. Saro franco con lei: davvero non so se ho un alibi per quelle date. Probabilmente si; faccio molti pranzi e cene di lavoro e fisso sempre un certo numero di appuntamenti, per tenere i contatti con varie persone… persone alle quali, spero, crederete, giacche sono anche pezzi grossi della polizia, avvocati…» Non guasta mai ricordare a un poliziotto che conosci individui di quel tipo. «Ma, diamine», aggiungo con una risatina, allargando le braccia, «insomma, ho l’aria di un assassino?»

Anche l’ispettore si mette a ridere. «No, signor Colley», ammette, tirando una boccata dalla sigaretta. «No.» Si avvicina al tavolo, si china davanti a me per spegnere il mozzicone nel posacenere e dice: «Ho collaborato agli interrogatori di Dennis Nilsen; se lo ricorda, signor Colley? Quello che ha fatto fuori quel mucchio di gente?»

Annuisco mentre l’ispettore torna alla finestra. Non mi piace come si stanno mettendo le cose.

«Giovani, un sacco di giovani, sepolti sotto il pavimento, in giardino… C’erano tanti cadaveri da fare una squadra di baseball.» Guarda fuori della finestra. Scuote la testa. «Neanche lui aveva l’aria di un assassino.»

Si apre la porta ed entra il sergente Flavell con il mio nuovo laptop. Di colpo ho un gran brutto presentimento.

Mi trovo nel bar del Cafe Royal; soltanto una parete mi divide dal ristorante in cui ho pranzato con Y e William la scorsa settimana. Al di sopra del cicaleccio dei clienti, sento il lontano tintinnare di stoviglie e di posate che proviene da dietro i separe e riecheggia contro gli alti soffitti del locale, riccamente decorati. Mentre il mio amico Al e andato in bagno a fare pipi, mi trovo a fissare gli scaffali dietro al bancone del bar e cado vittima di un’illusione ottica o di qualcosa di simile, giacche le cose non sono come dovrebbero essere: vedo le bottiglie sugli scaffali davanti a me, vedo il loro riflesso nello specchio retrostante, ma non riesco a vedere me stesso! Non riesco a vedere la mia immagine riflessa!

Al ritorna, facendosi educatamente largo tra la folla, toglie il cappotto dallo sgabello e si appoggia al bancone del bar, di fianco a me, sorseggiando la sua birra.

«Aiutami, Al», gli dico, «o sto impazzendo, o sto diventando un vampiro.»

Al mi scocca un’occhiata. E piu vecchio di me — sui quarantadue, credo — e ha i capelli sale e pepe con una chierica sul cocuzzolo grande come un piattino da te; sopra il naso, un paio di cicatrici parallele suggeriscono l’idea di un uomo perennemente corrucciato, ma, in realta, lui ride quasi sempre. E un po’ piu basso di me. Fa il consulente in ingegneria e l’ho conosciuto a una di quelle stupide partite di guerra finta nei boschi che i dirigenti pensano siano cosi utili a forgiare lo spirito di squadra nell’azienda.

«Di che stai parlando, incredibile cretino che non sei altro?»

Accenno con la testa agli scaffali che ho di fronte. Vedo alcune persone, dietro le bottiglie, e le vedo anche se mi giro. Sono le stesse persone, quindi dovrei trovarmi in mezzo, tra loro e lo specchio dietro le bottiglie, e invece non mi vedo. Faccio un altro cenno con la testa, sperando che il movimento venga riprodotto nello specchio, ma niente.

«Guarda!» dico allora. «Guarda nello specchio!»

E uno specchio, vero? Lo studio con attenzione. Mensole di vetro, supporti di ottone. Una bottiglia di Stoly Red rivolta verso di me, con il retro che si riflette nello specchio; lo stesso dicasi per una bottiglia blu di Smirnoff, con la parte stampata dell’etichetta rivolta verso di me, mentre il retro bianco risulta visibile attraverso la bottiglia e il liquido trasparente al suo interno. Stessa cosa con la bottiglia di Bacardi di fianco. Vedo la piccola etichetta applicata sul retro della bottiglia riflettersi nello specchio, e la vedo anche attraverso la bottiglia dal davanti. Naturale che e uno specchio!

Al sposta la testa di lato, fino a che il suo mento non si trova sulla mia spalla. Guarda avanti. Prende un paio di occhiali dalla tasca della giacca e li inforca (so che non gli piace portarli sempre).

«Cosa c’e?» sbotta, spazientito. Una barista si mette di mezzo, per spillare una birra, e poi si gira verso gli specchi, fissando gli occhi al di sopra del punto in cui sto guardando; sono costretto a spostare la testa, ma non riesco a vedere niente finche la donna non se ne va.

«Cameron, stai vaneggiando?» dice Al. Si volta e mi fissa con aria seria. Guardo di nuovo verso lo specchio.

Вы читаете Complicita
Добавить отзыв
ВСЕ ОТЗЫВЫ О КНИГЕ В ИЗБРАННОЕ

0

Вы можете отметить интересные вам фрагменты текста, которые будут доступны по уникальной ссылке в адресной строке браузера.

Отметить Добавить цитату