«Ah!» Al scoppia a ridere. «Certo, Stromeferry-noferry. L’ho visto anch’io, quel cartello.»

Dopo avermi puntellato contro il muro, entra in un negozio a comprare dei fiori.

«Prendi anche un pacchetto di Rothmans, Al!» gli grido, ma non credo che mi abbia sentito. Rimango li a sospirare e a sorridere coraggiosamente ai passanti.

Al ricompare con un mazzo di fiori.

Allargo le braccia. «Al, non dovevi disturbarti!»

«Bene, perche non sono per te.» Mi prende per un braccio e ci dirigiamo verso il bordo del marciapiede, in cerca di un taxi. Annusa i fiori. «Sono per Andy.»

«Per Andy?» ripeto, sorpreso. «Va bene, allora li prendo io.» Allungo una mano per afferrare il mazzo, ma lo manco.

Al mi da un colpetto nelle costole. «Non quell’Andy», dice, facendo segno a un taxi con la luce accesa. Ci passa davanti con un rumore di ferraglia e non si ferma. «Sono per mia moglie, buffone, non per quel dissoluto, per quella vittima del boom degli anni ’80 che ora vive come un eremita depresso, lassu nella sua triste casa.»

«Albergo», lo correggo, e lo aiuto a fare segnali a un altro taxi. Scendo barcollando giu dal marciapiede, rischiando di cadere, ma Al mi salva. Il taxi — che stava gia rallentando e puntando verso di noi — sterza e riprende velocita. Lo guardo con odio. «Bastardo!»

«Idiota», fa Al. Mi prende per un braccio e fa per accompagnarmi sull’altro lato della strada. «Su, vieni, ne prenderemo uno alla stazione di Hanover Street.»

«Ma… la mia macchina?»

«Scordatela. La prenderai domani.»

«Si, la prendo domani e poi, sai che ti dico, me ne vado in collina.»

«Buona idea.»

«Me ne vado in collina, ho deciso…»

«Bravo.»

«…in collina, amico…»

Arriviamo a casa mia e Al mi accompagna alla porta; gli dico che sto bene e lui se ne va. Getto tutta la roba nel gabinetto, tranne un po’ di polverina che prima sniffo e poi succhio sul momento. Quindi me ne vado a letto, ma non riesco a dormire. Suona il telefono. Rispondo.

«Cameron, sono Neil.»

«Oh, si… ciao, Neil.»

«Dunque… ti ho chiamato per dirti che mi dispiace, ma non posso aiutarti.»

«Ah… come?»

«Ti dicono niente le parole ‘buco nell’acqua’?»

«Come?»

«Lascia perdere. Come ti ho detto, non posso aiutarti, vecchio mio. E una strada senza uscita, capisci? Non c’e nessun legame, niente di niente. L’articolo e tuo, ma, se fossi in te, lascerei perdere.»

«Ah… hmm…»

«Ti senti bene?»

«Si. Si… altroche…»

«Mi sembri fatto.»

«Si… Nooo!»

«Bene, mi fa piacere che abbiamo chiarito la cosa. Pero, ti ripeto, non posso aiutarti. Stai facendo un buco nell’acqua, quindi lascia perdere.»

«Va bene, va bene.»

«Allora ti lascio tornare alla sostanza di cui stai facendo abuso in questo momento. Buonanotte, Cameron.»

«Si, ’notte.»

Metto giu il telefono, mi siedo sul bordo del letto, e penso. Di che cazzo si tratta? Dunque questi tizi sono tutti morti per caso? Non c’e nessun collegamento con il mio signor Archer o con Daniel Smout? No, la cosa proprio non mi piace.

Mi sdraio di nuovo e cerco di dormire, ma non ci riesco e non riesco neanche a smettere di pensare a tizi legati agli alberi con un cappio intorno al collo che aspettano che passi il treno, o che decidono di fare il bagno con un trapano acceso nella vasca, o che annegano nella fossa biologica di una fattoria. Cerco di smettere di pensare a queste cose cruente e orribili; per un po’ penso a Y e mi masturbo, pero non riesco ancora a prendere sonno e alla fine, dopo tanto non dormire, mi viene una voglia matta di una sigaretta, cosi mi alzo ed esco. In fondo devo aver dormito un po’, perche improvvisamente mi accorgo che sono le due e mezzo del mattino; non ci sono nemmeno un negozio o un bar aperti e a questo punto comincia a farmi male la testa, ma ho veramente bisogno di un po’ di tabacco e cosi arranco fino a Royal Circus e Howe Street finche un taxi si ferma e mi faccio portare per le strade deserte della citta, su fino a Cowgate, dove il Kasbar e ancora aperto. Dio benedica ’sto buco infame, finalmente riesco a comprare delle sigarette… Regal, perche sono le uniche che tengono al banco e il distributore automatico naturalmente non funziona, ma non importa. Ho una sigaretta fra le labbra e una birra fra le mani (terapeutica, e comunque non credo che al Kasbar servano Perrier, ma, anche se lo facessero, finirebbe che qualche simpatico motociclista alto due metri e vestito di nero mi getterebbe un bicchiere in faccia giusto per principio, poi mi trascinerebbe urlante nei bagni degli uomini e m’infilerebbe la testa nel cesso, dove l’acqua non e stata tirata da tempo: no, no, non mi sto lamentando, fa tutto parte del colore locale di questo posto) e ora sono felice.

Me ne vado alle quattro; me la faccio tutta a piedi da Cowgate fino a Hunter Square dove il tetto in formelle di vetro dei gabinetti pubblici sotterranei — che arriva all’altezza della vita dei passanti — luccica di centinaia di minuscole tessere blu: una delle meraviglie della Lux Europae.

Scendo verso Fleshmarket Close, dimenticando che a quest’ora del mattino la stazione e ancora chiusa, e cosi devo svoltare per Waverley Bridge e per Princes Street passando sotto altre sculture astratte di luce e osservando incuriosito una macchina per la pulizia delle strade che, lentamente, spazza la via e prosciuga tutti i canaletti di scolo.

Arrivo a casa per le cinque, e alle undici vengo svegliato da una telefonata estremamente interessante che cambia i miei progetti per la giornata. E cosi vado al lavoro e devo anche pagare a Frank («Miltown of Towie»? Ti arrendi? «Milena oh Troia»!) le sue venti sterline perche i Tories l’hanno spuntata a malapena sul voto per Maastricht, con un margine minore di quanto pensassi. Cerco di telefonare a Neil per accertarmi di non essermi sognato la telefonata di questa notte, ma e fuori.

PONTE EXOCET

La macchina s’inerpica sulla stradina a una sola carreggiata che porta verso le basse colline; la luce dei fari crea una lunga galleria di luce tra le siepi. Indosso jeans neri, stivali neri, una polo blu scuro sopra una camicia blu e due maglie. Porto un paio di guanti di sottile pelle nera. Trovo un sentiero che si diparte dalla strada e conduce in un boschetto; proseguo con l’auto fin dove mi e possibile, poi spengo i fari. L’orologio sul cruscotto segna le tre e dieci. Aspetto un minuto. Non passa nessuno, sono quasi certo che nessuno mi abbia visto. Mi batte gia forte il cuore.

Quando scendo dalla macchina, la notte e fredda. C’e una mezza luna, ma a tratti viene completamente oscurata da banchi di nuvole basse che si muovono veloci, lasciando cadere di quando in quando scrosci di pioggia ghiacciata. Il vento soffia forte tra i rami nudi degli alberi. Ripercorro il sentiero in direzione della strada e mi volto a guardare l’auto: e quasi completamente nascosta. Attraverso la striscia di asfalto, scavalco la staccionata, poi prendo il passamontagna dalla tasca dei calzoni e me lo tiro giu sul viso. Seguo la siepe che costeggia la strada, abbassandomi di colpo quando un’auto passa veloce lungo la strada; i fari spazzano la siepe sopra la mia testa. La macchina prosegue nella notte. Riprendo a respirare.

Arrivo alla staccionata in pendenza e la seguo, inciampando contro le pietre e i massi ai bordi del campo. I

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