L’ispettore McDunn fa un debole sorriso. Rileggo il pezzo mentre i due mi osservano.

Rileggendolo, ricordo e sento che mi si rizzano i peli sulla nuca. Non mi succedeva da almeno vent’anni.

«Allora?» chiedo, porgendoglielo.

L’ispettore scorre il foglio per un attimo e poi legge a voce alta: «’Forse qualcuno dovrebbe realizzare una di queste trasmissioni per quelli di noi che sono stufi di veder puniti i soliti sospetti (padroni di casa corrotti, giovani che fanno abuso di sostanze stupefacenti e, ovviamente, l’inevitabile spacciatore di droga: tutti individui riprovevoli, malvagi, senza dubbio, ma troppo prevedibili, troppo facili) e regalarci un Vero Vendicatore, un Giustiziere Radicale che si scagli contro altri cattivi. Qualcuno che dia a gente come James Anderton, il giudice Jamieson e Sir Toby Bissett quello che si merita, ripagandola con la sua stessa moneta, qualcuno che attacchi i truffatori legalizzati e i trafficanti d’armi (compresi i ministri della Corona… Capito, signor Persimmon?), qualcuno che si opponga ai magnati che privilegiano il loro profitto a danno della sicurezza degli altri, come fa Sir Rufus Carter. Qualcuno che punisca i capitani d’industria che continuano a ripetere a pappagallo il vecchio adagio secondo il quale viene prima l’interesse dei loro azionisti, e intanto chiudono fabbriche in attivo e gettano in strada migliaia di lavoratori, in modo che i loro ricchi investitori che vivono nelle contee intorno a Londra o a Marbella possano guadagnare quel piccolo extra che fa sempre cosi comodo — vero, tesoro? — quando si pensa di cambiare la macchina e di prendere una BMW serie 7 oppure di trasferire lo yacht in un porticciolo piu chic.’» L’ispettore mi rivolge un sorriso fugace e senza allegria. «Quindi l’ha scritto lei, signor Colley?»

«Colpevole», ammetto, e faccio una risatina. Nessuno dei due scoppia a ridere fragorosamente, ne si batte le mani sulle ginocchia per il divertimento o e costretto ad asciugarsi le lacrime dagli occhi. Mi schiarisco la gola. «Come sta quel simpaticone del signor Anderton? Si sta godendo la pensione?» Mi appoggio allo schienale, e sento gli intagli del legno contro la schiena. Ho freddo.

«Sta bene, signor Colley», dice l’ispettore, infilando la fotocopia dell’articolo nella busta e porgendola al sergente. «Sta bene, credo.» McDunn intreccia le dita delle mani posate sul tavolo davanti a se. «Ma il giudice Jamieson e sua moglie hanno subito un’aggressione, quest’estate, mentre erano in vacanza a Carnoustie; e, come lei sapra, Sir Toby Bissett e stato assassinato sui gradini della sua abitazione di Londra lo scorso agosto, mentre il signor Persimmon e stato ucciso un mese fa, nella sua casa nel Sussex.»

Sto strabuzzando gli occhi, me ne rendo conto. «Cosa?» esplodo. «Giuro che non lo sapevo! Non e trapelato niente a proposito di Persimmon… Pensavo che fosse morto in pace nel suo letto!»

«Come lei certamente comprendera, signor Colley, c’era un problema di sicurezza connesso alla morte del signor Persimmon.»

«E siete riusciti a tenerla nascosta per un mese?»

«Avevamo bisogno di un necrologio su uno dei giornali di Londra», spiega il sergente, facendo una smorfia ironica. «Ma si sono dimostrati disposti a collaborare.»

E non si e neanche saputo niente dal tam-tam della giungla dei giornalisti. Merda. Doveva trattarsi del Telegraph.

«E poi, venerdi notte, qualcuno ha fatto saltare per aria Sir Rufus Carter mentre si trovava nel suo cottage nel Galles. Era carbonizzato. Sono riusciti a malapena a identificare il corpo.»

Per un attimo non reagisco. Oh, Dio mio. «Ah, scusi, come ha detto?»

Ripete la frase e poi chiede: «Le dispiace se le chiediamo che cos’ha fatto venerdi sera, signor Colley?»

«Come?… Ah, sono rimasto a casa.»

Il sergente Flavell rivolge un’occhiata significativa all’ispettore, che, pero, non la ricambia. Fa uno strano rumore con la bocca, come se aspirasse aria tra i denti, come se avesse infilato qualcosa fra un dente e l’altro e cercasse di toglierlo. Non credo che lo faccia consapevolmente. «Tutta la notte?» chiede.

«Eh?» Sono un po’ distratto. «Si, tutta la notte. Stavo… lavorando.» Capisco che ha notato la mia esitazione. «E giocando al computer.» Guardo l’ispettore e poi il sergente. «Non c’e una legge che impedisce di giocare al computer, vero?»

Cristo, che stronzata! Mi sento un ragazzino davanti al preside, mi sembra di essere tornato a quella volta in cui Sir Andrew mi strapazzo a causa della mia fallimentare trasferta nel Golfo. Gia allora era stata dura, ma questa volta e una cosa spaventosa. Non riesco a credere che mi stiano davvero rivolgendo ’ste domande. Non penseranno mica che sia un assassino? Sono un giornalista. Sono cinico, insensibile e via discorrendo, faccio uso di droga, guido troppo forte e odio i Tories e tutti i loro lacche, ma non sono un fottuto assassino, per Dio! Il sergente tira fuori un taccuino e incomincia a prendere appunti.

«Si e incontrato con qualcuno, quella sera?» chiede McDunn.

«Senta, io ero qui, a Edimburgo. Non ero nel Galles. Come diavolo avrei potuto andare da qui al Galles?»

«Non la stiamo accusando di niente, signor Colley», fa l’ispettore, con aria leggermente contrita. «Ha visto qualcuno quella sera, si o no?»

«No, sono rimasto a casa.»

«Vive solo, signor Colley?»

«Si. Ho lavorato un po’ e poi ho giocato a un gioco che si chiama Despot.»

«Non e venuto nessuno a farle visita, l’ha vista qualcuno?»

«No, nessuno.» Cerco di ricordare che cosa e successo quella sera. «Ho ricevuto una telefonata.»

«A che ora?»

«A mezzanotte.»

«Da chi?»

Ho un attimo di esitazione. «Sentite», dico, «mi state accusando di qualcosa? Perche, se e cosi, e ridicolo, ma io voglio un avvocato…»

«Lei non e accusato di nulla, signor Colley», m’interrompe l’ispettore, calmo e vagamente offeso. «Queste sono semplici indagini, tutto qui. Lei non e in arresto, lei non e costretto a dirci nulla e, se vuole, puo richiedere la presenza di un avvocato.»

Certo, e se non collaboro potrebbero anche arrestarmi, o almeno farsi dare un mandato di perquisizione per l’appartamento. (Oh, oh! Ci sono dell’hashish, un po’ di anfe e almeno una vecchia pasticca di acido.)

«Be’, e solo che… Sono un giornalista, capite? Devo proteggere le mie fonti, se…»

«Ah. Dunque questa telefonata a mezzanotte era di natura professionale?» chiede l’ispettore.

«Hmm…» Merda. E il momento di prendere una decisione. Cosa faccio? Cazzo! Ad Andy non importera di sicuro. Mi coprira. «No», rispondo, «no, era un amico.»

«Un amico.»

«Si chiama Andy Gould.» Devo sillabargli il cognome in modo che il sergente possa prendere nota, e dare loro il numero di telefono del fatiscente albergo di Andy.

«E stato lui a chiamarla?» dice l’ispettore.

«Si. Anzi, no. L’ho chiamato io, gli ho lasciato un messaggio sulla segreteria e lui mi ha richiamato qualche minuto dopo.»

«Capisco», annuisce l’ispettore. «E questo con il suo telefono di casa?»

«Si.»

«Quello installato nel suo appartamento?»

«Si! Non sul cellulare, se e questo che volete sapere.»

«Hmm, hmm», fa l’ispettore. Spegne accuratamente almeno tre centimetri buoni di sigaretta nel posacenere e tira fuori un piccolo taccuino, lo apre in un punto in cui le pagine sono tenute ferme con un elastico. Alza gli occhi dal taccuino e mi fissa. «E il 25 ottobre, il 4 settembre, il 6 agosto e il 15 giugno?»

Quasi quasi mi viene da ridere. «Sta parlando sul serio? Insomma, mi state chiedendo se ho un alibi?»

«Vorremmo semplicemente sapere che cos’ha fatto in questi giorni.»

«Be’, ero qui. Voglio dire, non ho mai lasciato la Scozia, non vado dalle parti di Londra ne al sud almeno da un anno.»

L’ispettore sorride appena.

«Okay», dico. «Sentite, dovrei controllare la mia agenda.»

«Potrebbe andare a prenderla, signor Colley?»

«Be’, io la chiamo agenda, ma e nel mio laptop. Nel mio computer.»

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