Si contorce e abbassa il viso sui pulsanti. Picchia tre volte con il naso sui tasti, poi striscia fino alla cornetta ed emette urla soffocate da sotto il bavaglio. A quel punto, tu armi il cane della pistola; lui sente il rumore e si volta. E ti vede, appoggiato al muro: stai facendo dondolare la spina del telefono staccata.
Lo trascini al piano superiore e lo getti sul letto. Lui si dibatte, cerca di urlare. Si sta facendo buio e, prima di accendere le luci, chiudi le tende rosa pastello. Il signor Azul grida da sotto il nastro adesivo e attraverso i calzini di seta. Lo colpisci. Non sviene — e solo stordito —, ma tu riesci comunque ad assicurarlo al letto con l’altro paio di manette e con i legacci di pelle che hai trovato nel cassetto insieme al cappuccio. Sei soddisfatto: e legato ben stretto, il letto e solido e i legacci sono morbidi, ma spessi. Funzionano perfettamente. Lui si agita.
Poi prendi la corda che hai portato dalla cantina, ne misuri quattro pezzi e li tagli con il coltellino.
Gliene leghi un pezzo intorno al braccio destro, piu vicino possibile all’ascella, sopra la camicia. T’inginocchi sul letto e tiri con energia finche la corda non affonda nella seta pallida. Il signor Azul lancia un urlo da sotto il bavaglio, un urlo strozzato, stridulo, angosciato.
Fai lo stesso con l’altro braccio.
Gli leghi anche le gambe, facendogli passare la corda intorno alla piega dell’inguine e tirando vigorosamente, strizzando il tessuto dei calzoni. Il signor Azul sgroppa su e giu sul letto, in una bizzarra parodia di parossismo sessuale. Ha gli occhi fuori delle orbite ed e coperto di sudore. Sta diventando tutto rosso in faccia, mentre il cuore si sforza per pompare sangue nelle arterie bloccate dalle corde.
Allora estrai dalla giacca la scatoletta di plastica e gli mostri l’ago della siringa. Lui continua a sgroppare, sta scuotendo anche la testa. Non sei sicuro che abbia capito, ma non t’importa granche. Lo pungi una volta su tutti e quattro gli arti. Questa e una raffinatezza cui hai pensato soltanto di recente e di cui sei giustamente orgoglioso. Significa che, anche se lo scoprono in tempo, cioe prima che sopravvenga la necrosi, sara comunque Hiv- positivo.
Lo lasci li e scendi a controllare che la donna stia bene. Le urla del signor Azul, da lontano, suonano aspre e roche.
Quando te ne vai, e il tramonto. Esci e chiudi a chiave la grande casa silenziosa. Il sole arancione arde dietro gli alberi sopra la casa, il venticello e piu fresco che freddo, e profuma di fiori e di mare. Pensi che in fondo questo sarebbe un luogo piacevole, anche se un po’ noioso, in cui ritirarsi.
Mi sveglio di soprassalto, con un cattivo sapore in bocca e la palpebra sinistra bloccata un’altra volta. E quasi buio. Guardo l’orologio. Dove cazzo e finito ’sto Azul? Faccio un altro giro intorno alla casa. Tutte le luci sono spente. Ritorno in macchina, cerco di telefonare con il cellulare, ma ha le batterie scariche e pare proprio che la Nova non abbia un accendino. Mi dirigo verso St-Helier.
Merda! Ho appena telefonato al giornale locale, pero l’amico di Frank e uscito e non vogliono darmi il numero per rintracciarlo.
Sono in una cabina telefonica vicino al porto. Osservo una Lamborghini Countach che passa rombando sulla strada e scuoto la testa, incredulo. Una Lamborghini. Larga piu di due metri e alta neppure uno. Proprio la macchina giusta da usare su un’isola piena di stradine strette, tutte curve e saliscendi, e con un limite di velocita di novanta chilometri all’ora. Mi domando se il proprietario sia mai arrivato a ingranare la terza.
Forse dovrei telefonare alla polizia. «Pronto? Ho appena avvistato un povero scemo che si porta in giro l’equivalente di un’oscena somma di denaro. C’e una ricompensa?» (Allettante.)
Sono tutti irreperibili, ’sti bastardi. Frank non e a casa, Azul non e sull’elenco, provo a telefonare al giornale locale, ma non possono — o non vogliono — aiutarmi, la compagnia aerea si rifiuta di dare informazioni sui passeggeri. Riaggancio. «Merda!» urlo esasperato e la mia voce rimbomba forte dentro la cabina. Telefono a casa di Yvonne e William, pero mi risponde la voce di William sulla segreteria telefonica. Mi viene in mente che Yvonne aveva accennato che sarebbe stata qualche giorno fuori casa, per lavoro. Considero l’ipotesi di chiamarla sul cellulare, ma so che lei non sopporta che lo faccia, e cosi lascio perdere. Oh, ’fanculo. Se fossi un investigatore privato o qualcosa del genere, me ne tornerei a casa del signor Azul, troverei il modo di entrare e scoprirei qualcosa di veramente interessante: un cadavere, o magari una bellissima donna (oppure mi farei dare una botta in testa e mi sveglierei rinsavito). Invece sono stanco, ho ancora mal di testa, ho esaurito le idee e mi sento a pezzi, persino
Faccio ancora in tempo a prendere il volo di ritorno per Blighty che fa coincidenza con l’ultimo volo per Inverness. Al diavolo l’articolo. A volte una ritirata strategica e l’unica soluzione. Persino il benedetto sant’Hunter sarebbe d’accordo. Se proprio sento il bisogno di fare qualcosa, posso sempre dar sfogo alla mia creativita cercando d’inventare una storia che plachi le ire di Eddie. Si, sara facile! Riporto la Nova all’aeroporto.
Ho un’ora da far passare. E tempo di andare al bar. Comincio con un bloody mary, perche, in un certo senso, si tratta della colazione, poi mi pulisco il palato con una bottiglia di Pils. Compro un pacchetto di Silk Cut e ne fumo una con concentrazione — facendo attenzione a godermela, non fumandola solo per abitudine — poi riesco a mandar giu anche un paio di gin and tonic belli robusti e ristoratori prima che chiamino il volo; cosi mi rimane appena il tempo di un solitario whisky buttato giu di corsa, giusto per dare un minimo di supporto morale alle esportazioni scozzesi.
Quando salgo sull’aereo non sento piu alcun dolore, consumo la frettolosa cena precotta e proseguo a gin and tonic; atterro a Gatwick e, dopo una sosta nella zona fumatori del bar e un altro Gordon mandato giu di corsa, prendo la coincidenza. In aereo, rinuncio al secondo pasto della sera, ma non agli alcolici che lo accompagnano, poi mi addormento tranquillamente in qualche punto sopra le Midlands. Vengo svegliato da una bionda piuttosto figa, con un sorriso reso impudente dalle fossette: siamo qui, siamo arrivati, siamo atterrati, siamo in attesa al gate. Le chiederei che cosa fa piu tardi, perche sono abbastanza sbronzo da non prendermela quando mi dira di no, ma so di essere troppo stanco e di avere nuovamente la palpebra sinistra inchiodata; temendo che tutto cio mi dia un’aria da gobbo di Notre-Dame, mi limito a risponderle con un: «Ah, grazie», che puo suonare distaccato, o forse triste, non saprei.
Entro nel terminal pensando che, se non altro, l’odore di fogna che a volte ti assale quando arrivi nella cara vecchia Edimburgo sembra sparito. Non credo che riuscirei a sopportarlo, in questo momento. Proseguo verso l’atrio degli arrivi, ma c’e qualcosa che non va. Arrivato nel punto in cui l’atrio si unisce al terminal principale mi fermo di botto, assalito improvvisamente da un senso di orrore e di confusione. E tutto troppo piccolo, e non ha la forma giusta! Questa non e Edimburgo! ’Sti cordiali buffoni incompetenti mi hanno portato nell’aeroporto sbagliato! Teste di cazzo! Non sanno neppure seguire una rotta? Cristo, ci scommetto che non c’e neppure un volo di ritorno da… Dove diavolo mi trovo?
Scorgo il cartello che annuncia BENVENUTI A INVERNESS e contemporaneamente ricordo dove ho lasciato la macchina e da dove sono partito questa mattina: il tutto solo un attimo prima di arrivare al bancone piu vicino per chiedere, con il tono piu offeso e indignato, di essere riportato immediatamente a Edimburgo, su un Lear privato se necessario, oppure condotto in limousine al piu vicino albergo a cinque stelle, per cena, pernottamento, colazione e illimitato accesso al bar, il tutto naturalmente a spese della compagnia aerea.
Una figura da emerito stronzo scampata per un pelo.
La gente che mi passa vicino mi guarda in maniera strana. Scuoto la testa e con calma faccio rotta verso il parcheggio.
E gia un po’ tardi e non sono assolutamente in condizioni di guidare. Prendo la 205, ma non vado oltre la periferia di Inverness; mi fermo dopo pochi minuti alla prima insegna accesa di Bed and Breakfast che incontro. Parlo lentamente e con educazione con la gentile coppia di mezza eta di Glasgow che lo gestisce, poi auguro loro la buonanotte, chiudo la porta della mia stanza e mi addormento immediatamente sul letto senza neppure togliermi la giacca.
FUOCO AMICO
Mi dirigo a sud dopo quella che considero una vigorosa colazione e un ancor piu vigoroso accesso di tosse. Faccio rifornimento a una piccola stazione di servizio subito prima d’immettermi sulla A9, e, mentre mi fanno il
