«Molto spiritoso, Andy.»
Andy mi fissa. «Oh, su, Cameron», mi dice con un tono tra l’esasperato e il comprensivo. «E successo. Devi accettarlo. Potrebbe anche rivelarsi meglio di quanto pensi.»
«Vallo a dire ai disoccupati», ruggisco, allontanandomi verso la cucina. Poi mi fermo. «Uno di voi due Tories bastardi vuole qualcosa da bere?»
Sono a letto, sveglio, nella mia stanza nell’appartamento che divido con altri studenti e che si trova al piano inferiore rispetto a quello di William e Yvonne. Mi sono fatto un po’ di anfe che ha portato un amico e non riesco a dormire. Ho anche lo stomaco in subbuglio: probabilmente troppi vodka e limone, e il punch alla festa era schifoso. Il mio appartamento e sul lato opposto dell’edificio rispetto al loro; si vedono la strada di accesso, i prati fino al vecchio muro di cinta e gli alberi alti che si ergono sulla collinetta dall’altra parte. La finestra e aperta; sento il rumore del vento tra gli alberi. Presto sara l’alba. Sento la porta d’ingresso che si apre e si richiude e, dopo pochi secondi, la porta della camera che viene aperta. Mi batte forte il cuore. Una figura scura s’inginocchia di fianco al mio letto. Sento il suo profumo.
«Cameron?» mormora.
«Yvonne?» chiedo con un sussurro.
Mi mette le mani dietro la testa e posa le labbra sulle mie. Sono nel bel mezzo del bacio quando mi viene in mente che forse sto sognando, ma immediatamente ho la prova che non e cosi. Le sfioro la nuca e poi le spalle. Lei si toglie la camicia da notte e scivola dentro il letto singolo di fianco a me, calda, nuda e gia bagnata.
Fa l’amore in fretta, con forza, quasi in silenzio. Anch’io cerco di non fare rumore e — dato che prima mi sono fatto una sega veloce e furtiva — ci metto un po’ di piu a venire. Quando raggiunge l’orgasmo, lei lancia un breve urlo soffocato, come un cinguettio, e affonda i denti nella mia spalla. Mi fa un male cane. Resta sopra di me per qualche minuto, ansante, con la testa sulla mia spalla, poi si riscuote, si tira su e, mentre scivolo fuori di lei, i suoi capezzoli duri mi sfiorano il petto. Mi avvicina le labbra all’orecchio.
«Ho approfittato di te, Cameron», dice, quasi facendo le fusa, a voce bassissima.
«Sono un uomo di facili costumi», le sussurro.
«William ha bevuto troppo e si e addormentato sul piu bello.»
«Ah, ah! Be’, quando hai bisogno, sono qui.»
«Hmm. Questo non e mai successo, d’accordo?»
«Restera fra queste quattro mura.»
Mi da un bacio ed esce, infilandosi la camicia da notte e camminando veloce a piedi nudi, richiudendo piano la porta alle sue spalle.
Sento un leggero russare, che proviene dalla stanza vicina alla mia: uno dei ragazzi con cui divido l’appartamento. L’unico isolante acustico sui blocchetti di cemento che dividono la sua stanza dalla mia e costituito da qualche mano di pittura. Probabilmente e questo il motivo per cui Yvonne ha fatto cosi piano.
Mi sollevo appena e guardo ai piedi del letto, sul pavimento, dove Andy se ne sta rannicchiato nel suo sacco a pelo, nascosto nell’oscurita, ed e questo il motivo per cui
«Andy?» sussurro pianissimo, pensando che forse lui ha continuato a dormire per tutto il tempo.
«Fottuto bastardo. Hai tutte le fortune», dice con un tono di voce normale.
Torno a sdraiarmi, e rido in silenzio.
Mi sanguina la spalla, nel punto in cui i denti hanno lacerato la pelle.
Un’altra mattina, un altro interrogatorio, qualche battuta…
Sono seduto sulla sedia di plastica grigia nella solita stanza spoglia con McDunn e con uno della polizia del Galles: un tizio grande e grosso con i capelli biondi striati e un abito grigio che gli va stretto. Ha il collo da giocatore di rugby, occhi d’acciaio e mani enormi che tiene incrociate sul tavolo. Sembrano due mazze di carne e ossa.
McDunn socchiude gli occhi. Fa quel rumore, quel risucchio con i denti. «Che cos’ha fatto agli occhi, Cameron?»
Deglutisco, faccio un respiro profondo e lo fisso. «Ho pianto», spiego. Lui pare sorpreso. Il ragazzone gallese distoglie lo sguardo.
«Pianto?» ripete McDunn, aggrottando la fronte.
Respiro a fondo, nel tentativo di controllarmi. «Mi avete detto che Andy e morto. Andy Gould. Era il mio migliore amico. Era il mio migliore amico e… e non sono stato io… a ucciderlo, va bene?»
McDunn mi guarda, leggermente perplesso. Il poliziotto gallese invece mi fissa come se avesse intenzione di usare la mia testa a mo’ di palla da rugby.
Un altro respiro profondo. «Ho pianto per lui.» E non solo per lui. «Va bene?»
McDunn annuisce lentamente, con un’espressione remota negli occhi, come se non stesse annuendo per quello che gli ho appena detto. In realta non ha ascoltato una sola parola.
Il gallese si schiarisce la gola e prende la valigetta. Tira fuori alcuni documenti e un altro registratore. Mi passa un foglio formato A4. «Le dispiace leggere quello che e scritto su questo foglio, Colley?»
Leggo quello che c’e scritto, dall’inizio alla fine: sembra il comunicato che il nostro uomo ha fatto al telefono dopo che Sir Rufus e stato cotto alla brace. Pare che siano stati gli estremisti del Movimento nazionalista gallese a rivendicare la sua uccisione.
«Una voce in particolare?» gli chiedo. «Michael Caine, John Wayne, Tom Jones?»
«Prima proviamo con la sua voce, eh?» dice Occhi d’Acciaio. «Poi passiamo a un accento gallese.» Mi sorride, il tipo di sorriso che immagino ti rivolga un attaccante del pacchetto di mischia prima di staccarti un orecchio con un morso.
«Sigaretta?»
«Grazie.»
Seduta pomeridiana. Di nuovo McDunn. Pare che stia diventando lui lo specialista in Colley. Accende lui la sigaretta per me, tenendola tra le labbra. Le mie mani non tremano piu come prima, dunque una simile premura non e piu strettamente necessaria, pero non m’interessa. Mi porge la sigaretta. La prendo e sa di buono. Tossisco un po’, ma sa comunque di buono. McDunn mi guarda, comprensivo. La cosa mi fa piacere. Lo so come dovrebbe funzionare il meccanismo, conosco l’importanza di stabilire un rapporto di fiducia, di costruire un legame di complicita e tutte ’ste stronzate (e mi sento onorato che non abbiano fatto con me la solita farsa del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, anche se forse non la fanno piu con nessuno perche ormai la conoscono tutti, dopo averla vista migliaia di volte in TV), comunque provo veramente qualcosa per McDunn: lui e il filo che mi tiene legato alla realta, il mio raggio di sanita mentale nel buio dell’incubo. Sto cercando di non dipendere troppo da lui, ma e difficile.
«Allora?» dico, appoggiandomi allo schienale. Indosso la casacca blu della prigione — aperta sul collo, ovviamente — e ho ancora i jeans che portavo quando mi hanno arrestato. Senza cintura non mi stanno tanto bene; a dire il vero sono un po’ sformati sul sedere, ma di questi tempi il look non e in cima alle mie priorita.
«Dunque», fa McDunn consultando il suo taccuino, «abbiamo trovato alcune persone che credono di ricordare di averla vista al Broughton Arms Hotel la notte di domenica
«Bene, bene.»
«E il lasso di tempo in cui poteva andare a Londra per aggredire Oliver, se si calcola le volte in cui lei — o chiunque sia — e stato visto nei gabinetti di Tottenham Court Road, e piuttosto stretto. Quel giorno tutti i voli da Edimburgo a Heathrow portavano ritardo… e questo rende la cosa decisamente impossibile.»
«Magnifico», dico, dondolandomi avanti e indietro sulla sedia. «Magnifico.»
«A meno che lei non avesse un sosia a Edimburgo oppure che un sacco di persone stiano mentendo», prosegue lui, «significa che lei doveva avere un complice a Londra, qualcuno che ha pagato per… hmm, fare la raccolta.» McDunn mi rivolge uno sguardo fermo. Non riesco ancora a decifrarlo; non sono in grado di capire se pensa che questo sia possibile oppure no, se pensa che questa sia una prova del fatto che non sono il suo uomo, oppure se crede che sia io, e che qualcuno mi abbia aiutato.
«Be’, senta», sbotto, «fate un confronto all’americana.»
«Su, su, Cameron», dice McDunn con indulgenza. Non e la prima volta che lo chiedo, e continuo a chiederlo
