perche non mi viene in mente altro. Il signor Azul, rimasto senza arti, pensera che sono io l’uomo che ha visto sulla porta? E i ragazzi di vita dei gabinetti di Tottenham Court Road? I poliziotti sono convinti che io abbia la corporatura giusta, e sospettano che l’uomo gorilla indossasse una parrucca e i baffi finti; forse addirittura denti finti. Mi hanno scattato qualche foto molto da vicino con una grossa macchina fotografica e ho il sospetto — da un paio di particolari che probabilmente non si aspettavano afferrassi — che queste foto verranno usate come base da manipolare al computer per vedere quanto corrispondo alle immagini del film. Comunque, la conclusione e che McDunn non crede che sia ancora il momento di un confronto. Mi studia con un’espressione seria e paterna e dice: «Non credo proprio che sia il caso, no?»
«Su, McDunn, mi dia una possibilita. Sono disposto a fare qualsiasi cosa. Voglio uscire di qui.»
McDunn giocherella con il pacchetto di sigarette, facendolo girare in tondo sul tavolo un paio di volte. «Be’, questo dipende da lei, Cameron.»
«Eh? Che intende dire?»
Oh, e riuscito ad agganciarmi. Sono tutt’orecchie, chino in avanti, gomiti sul tavolo, viso sollevato verso di lui. In altre parole, ho abboccato. Qualsiasi cosa intenda darmi a bere, me la berro.
«Cameron», scandisce, come se fosse giunto a una decisione molto importante, e intanto aspira aria tra i deriti. «Lei sa che io non credo che sia stato lei.»
«Oh, bene!» esclamo, ridendo; poi mi appoggio allo schienale e mi guardo intorno, scruto le pareti nude e l’agente seduto di fianco alla porta. «E allora perche cazzo sono qui?»
«Non dipende da me, Cameron», spiega lui con tono paziente. «Lo sa.»
«E allora…?»
«Lasci che sia franco con lei, Cameron.»
«Oh, sia franco quanto vuole, ispettore.»
«Non credo che sia stato lei, Cameron, ma sono convinto che lei sappia chi e l’assassino.»
Mi porto una mano alla fronte, abbasso lo sguardo e scuoto la testa, poi sospiro con fare teatrale e lo fisso, abbassando le spalle. «Non so chi e, McDunn. Se lo sapessi, ve lo direi.»
«No, lei non ce lo puo ancora dire», precisa McDunn, pacato e comprensivo. «Lei sa chi e, ma… non sa di saperlo.»
Lo fisso a bocca aperta. Ora si mette a fare il metafisico. Oh, merda! «Sta dicendo che si tratta di qualcuno che conosco.»
McDunn allunga una mano, con il palmo rivolto all’insu, e sorride. Decide di far girare il pacchetto di sigarette sul tavolo invece di parlarmi, cosi parlo io. «Be’, questo non lo so, ma una cosa e certa: si tratta di qualcuno che conosce me; insomma, quel biglietto scritto da me lo dimostra. Oppure ha qualcosa a che fare con quei tizi del…»
«…del Lake District», conclude McDunn con un sospiro. «Gia…» L’ispettore e convinto che la mia teoria, secondo la quale sono i Servizi segreti che cercano d’incastrarmi, sia paranoia allo stato puro. «No.» Scuote la testa. «Credo che sia qualcuno che lei conosce, Cameron, qualcuno che lei conosce bene. Vede, credo che lei lo conosca bene… quanto… quasi quanto lui conosce lei. Suppongo che lei possa dirmi chi e. Davvero. Deve semplicemente pensarci.» Mi sorride. «E soltanto questo che lei deve fare per me. Deve semplicemente pensare.»
«Semplicemente pensare», ripeto, annuendo. Anche lui annuisce. «Semplicemente pensare», continuo a ripetere. McDunn continua ad annuire.
Estate a Strathspeld: il primo giorno dell’anno veramente torrido, un’aria calda e satura del profumo di ginestra che ricorda quello del cocco — quella ginestra che colora di giallo carico le colline — e dell’aroma dolce e pungente della resina di pino, che scende a goccioline sino a formare grosse bolle traslucide sui tronchi ruvidi. Gli insetti ronzavano e le farfalle riempivano le radure di silenziose esplosioni di colori. Nei campi, un re di quaglie correva, a capo chino, e il suo strano richiamo, quasi un suono di percussioni, si diffondeva monotono nell’aria satura di odori.
Andy e io arrivammo fino al lago e al fiume; arrampicandoci sulle rocce, prima risalimmo il fiume e poi discendemmo per osservare i pesci che guizzavano pigri fuori delle acque calme del lago, oppure si gettavano sugli insetti che ne punteggiavano la superficie piatta; li azzannavano da sotto il pelo dell’acqua, li uccidevano e li inghiottivano, lasciando solo lievi increspature. Ci arrampicammo anche su qualche albero in cerca di nidi, ma non ne trovammo.
Ci togliemmo le scarpe e le calze e cominciammo a sguazzare tra i giunchi che circondavano la piccola baia nascosta e frastagliata in cui il ruscello, quello che scendeva dal laghetto ornamentale vicino alla casa, si gettava nel lago, un centinaio di metri piu in su lungo la riva, oltre la vecchia rimessa per le barche. Avevamo il permesso di tirare fuori la barca da soli purche indossassimo i giubbotti di salvataggio ed era appunto quello il nostro programma, ma ce lo riservavamo per dopo: saremmo andati a pesca o a fare un giretto.
Salimmo sulle basse colline a nord-ovest del lago e ci sdraiammo nell’erba alta sotto i pini e le betulle; rimanemmo li a guardare la collina boscosa che si estendeva sull’altro lato della piccola radura, dove si trovava il vecchio tunnel della ferrovia. Piu in la, nascosta da un’altra cresta boscosa, c’era la strada principale che portava a nord, ma il rumore del traffico ne tradiva la presenza soltanto se il vento soffiava da quella direzione. Ancora piu oltre, le cime verdi e marrone dorato delle Grampian Mountains meridionali svettavano nel cielo azzurro.
Piu tardi, quella sera, saremmo andati tutti a Pitlochry, a teatro. Sulle prime l’idea non mi aveva entusiasmato — avrei preferito un film — ma Andy pensava che fosse una gran cosa e cosi mi ero convinto anch’io.
Andy aveva quattordici anni, io ne avevo appena compiuti tredici ed ero molto orgoglioso della mia nuova condizione di teenager (e, come sempre, del fatto che per i due mesi seguenti sarei stato piu giovane di Andy di un solo anno). Rimanemmo sdraiati nell’erba a guardare il cielo e le foglie tremolanti delle betulle argentate, a succhiare cannucce e a parlare di ragazze.
Frequentavamo scuole diverse: Andy era interno in una scuola esclusivamente maschile a Edimburgo, e tornava a casa durante i fine settimana. Io invece frequentavo la scuola superiore locale. Avevo chiesto a mamma e papa se potevo andare in collegio — quello di Edimburgo che frequentava Andy, per esempio — ma loro avevano risposto che non mi sarebbe piaciuto e che costava un sacco di soldi. Senza contare che la non ci sarebbero state ragazze: non mi preoccupava la cosa, eh? A dire il vero, questo commento mi mise un po’ in imbarazzo.
Anche l’osservazione economica mi lascio confuso: ero abituato a considerare benestante la mia famiglia. Papa gestiva una stazione di rifornimento sulla strada principale che attraversava Strathspeld e mamma aveva un piccolo negozio di drogheria e di articoli da regalo. Dopo la Guerra dei sei giorni, quando avevano introdotto il limite di velocita di ottanta all’ora, razionando inoltre la benzina, papa era molto preoccupato; la cosa pero si era risolta in fretta e, anche se il prezzo della benzina era salito, la gente aveva continuato a viaggiare e a spostarsi in automobile.
Sapevo bene che la nostra villetta moderna nella zona piu periferica del villaggio, sopra il Carse, non era importante come la casa dei genitori di Andy, che era praticamente un castello e aveva il suo parco privato con stagni, ruscelli, statue, laghetti, fiumi, colline, boschi e persino la vecchia ferrovia che la attraversava in un angolo: era in effetti un grande giardino, immenso se paragonato al nostro unico acro di prato e di cespugli. Ma non avevo mai pensato che dovessimo preoccuparci tanto dei soldi; certo, ero abituato ad avere piu o meno tutto quello che desideravo, e ormai lo consideravo una specie di diritto, come d’altronde fanno i figli unici quando i genitori non si comportano nei loro confronti in modo apertamente ostile.
Non mi era mai passato per la mente che gli altri bambini non fossero viziati come lo ero io, e ci sarebbero voluti anni — nonche la morte di mio padre — prima di capire che quella della spesa per mandarmi in collegio era stata soltanto una scusa: la semplice, affettuosa verita era che non volevano sentire la mia mancanza.
«No, non e vero.»
«Ti assicuro di si.»
«Stai scherzando.»
«No.»
«Chi era?»
«Non sono fatti tuoi.»
«Ah, te lo stai inventando, impostore. Non e vero niente.»
