«Era Jean McDuhrie.»

«Cosa? Stai scherzando.»

«Eravamo nella vecchia stazione. Aveva visto quello di suo fratello e voleva sapere se erano tutti uguali, me l’ha chiesto, e cosi io gliel’ho mostrato, ma soltanto se lei mi mostrava la sua, e cosi ha fatto.»

«Piccolo farabutto sporcaccione! Te l’ha lasciata toccare?»

«Toccare?» ripetei, sorpreso. «No!»

«Ah! Allora…!»

«Allora cosa?»

«Bisogna toccarla.»

«No, invece. No, se vuoi soltanto vederla.»

«Ma certo che devi toccarla.»

«Balle!»

«E com’era? C’erano dei peli, sopra?»

«Peli? Puah! No.»

«No? E quando e successo?»

«Non tanto tempo fa. Forse l’estate scorsa. Non me lo sto inventando, davvero.»

«Hmm.»

Ero contento che stessimo parlando di ragazze, perche pensavo che fosse un argomento in cui i due anni in piu di Andy non contavano affatto: in questo avevo la sua stessa eta e forse ne sapevo piu di lui, perche frequentavo ragazze ogni giorno, mentre lui conosceva soltanto Clare, sua sorella. Quel giorno lei era andata a Perth, a far spese con sua madre.

«Hai visto quella di Clare?»

«Non essere disgustoso!»

«Perche disgustoso? E tua sorella!»

«Appunto.»

«Cosa vuoi dire?»

«Non sai proprio niente, vero?»

«Ci scommetto che ne so piu di te.»

«Stronzate.»

Rimasi a succhiare la mia cannuccia per un po’, fissando il cielo.

«Tu ne hai peli, sul tuo?» dissi.

«Si.»

«Non ci credo!»

«Vuoi vederlo?»

«Eh?»

«Te lo faccio vedere. Adesso e anche grosso perche abbiamo parlato di donne. Succede cosi.»

«Oh, si! Guardati i calzoni! Lo vedo… Com’e grosso!»

«Ecco qua…»

«Ah! Uau!»

«Questa si chiama ‘erezione’.»

«Uau! Il mio non viene mai cosi grosso.»

«Be’, e normale. Tu sei ancora piccolo.»

«Fantastico! Sono un teenager, se non ti dispiace.»

Rimasi a osservare l’uccello di Andy — grande, dorato, rosso — che spuntava fuori della patta come una pianta dolcemente ricurva, come un frutto esotico che cresceva alla luce del sole. Mi guardai intorno, sperando che nessuno ci stesse osservando. Ci potevano vedere soltanto dalla cima della collina, dove si trovava la galleria del treno, e di solito nessuno arrivava fin la.

«Puoi toccarlo, se vuoi.»

«Non so…»

«Alcuni ragazzi a scuola si toccano l’uno con l’altro. Non e lo stesso che stare con una ragazza, ovviamente, pero tanti lo fanno. Meglio che niente.»

Andy si lecco le dita e comincio a passarsele su e giu sulla punta violacea del pene. «E bello. Tu lo fai gia?»

Scossi la testa, senza riuscire a distogliere lo sguardo dalla saliva su quel cappuccio pieno, teso, che luccicava sotto la luce del sole. Mi sentivo un groppo in gola, una stretta allo stomaco; il mio uccello pulsava.

«Su, non startene li cosi», disse Andy come se niente fosse, lasciando andare il cazzo, sdraiandosi nell’erba con le mani dietro la testa e fissando il cielo. «Fa’ qualcosa.»

«Oh… va bene», risposi con un sospiro, vagamente disgustato, con la mano che mi tremava. Gli presi l’uccello e tirai su e giu.

«Piano!»

«Va bene.»

«Sputa sulle dita.»

«Accidenti, non so come…» Mi sputai sulle dita; scoprii che la pelle era abbastanza libera da poter essere tirata su e giu sulla punta, e per un po’ feci cosi. Andy trasse un respiro piu profondo, mi poso una mano sulla testa e mi accarezzo i capelli.

«Potresti usare la bocca», disse con voce rotta. «Se ti va… voglio dire.»

«Hmm, io… non saprei. Cosa succede… Ah!»

«Oh, oh, oh…»

«Puah, che schifo!»

Andy respiro profondamente e mi diede un colpetto sulla testa, ridendo. «Niente male per un principiante», commento.

Mi pulii la mano sui suoi calzoni.

«Ehi!»

Avvicinai il viso al suo. «Ho visto quella di Clare», gli dissi.

«Cosa? Tu…!»

Saltai in piedi e corsi via, ridendo tra l’erba e i cespugli della radura. Anche lui salto su, imprecando e saltellando, cercando di chiudersi la patta prima di corrermi dietro.

CRESCITA

Me la ricordo, ricordo la sensazione del suo seme caldo, toccato dalla luce del sole, che si raffreddava sulla mia mano, prima scivoloso poi appiccicoso, ma non riesco piu a pensarci senza che mi vengano in mente l’uomo gorilla e l’ometto grasso legato alla poltroncina. Credo che siano rimasti sorpresi quando ho vomitato; lo spero, spero che siano rimasti sorpresi e incuriositi e abbiano pensato: Guarda, guarda, dunque non e stato lui; non e lui il cattivo, lo hanno incastrato… Oh, Dio mio, spero che il mio stomaco mi abbia difeso meglio del cervello, che abbia saputo parlare per me con altre parole.

Non sono colpevole, non sono stato io, ecco perche quello che l’uomo gorilla ha fatto mi ha schifato tanto; niente sangue, neppure una goccia, be’, soltanto una, nel vero senso della parola, un fottuto pixel sullo schermo: l’unica cosa che entrava nella carne era un ago, piccolo e delicato, non una sega a motore, un’accetta, un coltello o qualcosa del genere, no, ma e quell’immagine, quell’idea, il male stesso in persona che continua a tornare nei miei sogni, ad affollare i miei incubi, e sono io quello legato, sono io l’uomo sulla poltrona di cuoio e acciaio cromato e lui, con la sua faccia da gorilla e la sua voce stridula da bambino, e li che spiega alla videocamera che nel flacone e nella siringa c’e dello sperma; quel pazzo fottuto l’ha riempita di sborra, ragazzi, sembra che ne abbia praticamente mezzo litro e intende iniettarla nelle vene dell’ometto e poi gli lega qualcosa intorno alla parte superiore del braccio nudo fissato alla poltrona, la stringe bene e aspetta che la vena sia ben visibile, mentre l’ometto urla e si dispera come un bambino e cerca di scuotere la poltrona per romperla, per farla a pezzi, ma e legato troppo bene e non ha un punto su cui far forza e intanto l’uomo con la

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