Nessuno diceva niente, quasi che tutti aspettassero col fiato sospeso la sua reazione. Ma non successe niente. Lei spinse lo sguardo oltre l’ampia vetrata che dava sul laghetto la fuori e si mise a seguire le anatre che nuotavano felici in compagnia di alcune oche. Il vento increspava la superficie dello specchio d’acqua e gli uccelli si sollevavano e si inabissavano tra le onde con aria tranquilla. A un tratto un gabbiano si tuffo tra i flutti e si uni agli altri volatili. «Perche non andiamo a vedere il plastico dell’Islanda?» Matthew propose all’improvviso a Elisa. «Si trova nel salone qui a fianco.» Elisa annui senza entusiasmo, i due si alzarono e se ne andarono nell’ampia sala contigua, lasciando sole Thora e la madre di Harald.

La signora si era accorta del fatto che ora al tavolo mancavano due persone? Thora si schiari la gola cortesemente, senza alcun risultato. Allora decise di attendere ancora qualche minuto prima di passare all’azione.

«Non ho nessuna esperienza di simili situazioni, per cui non so come articolare le mie condoglianze. Certo, non posso nemmeno immaginare il suo dolore per una simile perdita, ma…»

La donna sbuffo. «Io non merito nessuna simpatia o commiserazione, ne da lei ne da nessun altro.» Tolto lo sguardo dalla finestra, lo rivolse verso Thora. La sua espressione, che in un primo momento rimase granitica, comincio ad addolcirsi. «Mi perdoni. Non sono in me.» Poso le mani sul tavolo e si mise a giocherellare distrattamente con gli anelli. «Non so perche mi sento costretta a parlarle. Forse perche non la rivedro piu. O forse perche voglio avere l’occasione di giustificare il mio comportamento, che ha avuto queste conseguenze disastrose.»

«Ma lei non e affatto tenuta a spiegarmi niente», rispose Thora alzando una mano. «Non sono nata ieri e so che spesso dietro azioni che sembrano sconsiderate c’e una spiegazione logica.»

La signora sorrise tristemente. Thora non pote non notare il suo perfetto maquillage. Anche se l’eta aveva cominciato a dire la sua, il suo aspetto era ancora giovanile, e la bellezza aveva appena cominciato a sfiorire, cedendo il passo a un’eleganza senza eta. Il suo abbigliamento non faceva altro che rafforzare quell’impressione di dignita e raffinatezza. Thora immaginava che il completo pantaloni e il cappotto della donna costassero piu di quanto lei spendesse in vestiti in un anno.

«Harald era un figlio cosi bello e bravo», riprese la signora Guntlieb con sguardo sognante. «Quando nacque eravamo tutti al settimo cielo. Avevamo gia avuto Bernd, ed ecco che arriva un altro stupendo bambino. Gli anni che seguirono, fino alla nascita di Amelia, me li ricordo come se fossero stati il paradiso. Nemmeno un’ombra a posarsi sulla nostra felicita.»

«Ma Amelia era malata, vero?» chiese Thora. «Era nata con una malformazione?»

Il sorriso della donna scomparve altrettanto improvvisamente di come era comparso. «No. Nacque perfettamente sana. Era il mio ritratto vivente, a giudicare dalle foto che avevo di quando ero bambina io. Era magnifica, come lo sono stati tutti i miei figli. Dormiva bene e piangeva solamente ogni tanto. Nessuno di loro soffri di coliche o di otiti. Dei bambini da sogno.»

Thora si limito ad annuire, non sapendo che cosa commentare dopo una simile enfasi.

«Harald…» La sua voce si interruppe. Fece una pausa e cerco di calmarsi prima di riprendere, asciugandosi con un gesto secco della mano la lacrima che aveva iniziato a scivolarle su una guancia. «Di questo non ho mai parlato con nessuno, eccetto che con mio marito e i nostri medici di famiglia. Mio marito ha rivelato il segreto solamente ai suoi genitori e a nessun altro. Noi non siamo una famiglia aperta e ci risulta difficile parlare di cose personali. Non ci piace ricevere la compassione degli altri, preferiamo tenere i nostri problemi per noi. O almeno penso che questa sia la ragione del nostro silenzio.»

«Capisco», disse Thora senza in realta capire a che cosa si riferisse la donna. Per fortuna lei fino ad allora non aveva avuto bisogno della compassione di nessuno.

«Harald era geloso della sorella, benche ne fosse al contempo invaghito. Lui era stato il mio piccolo per piu di tre anni, e non riusciva a rassegnarsi alla comparsa di un nuovo membro nella famiglia. Noi sottovalutammo il problema, ci aspettavamo che si risolvesse da solo.» Ora le lacrime presero a scendere a fiotti. «La fece cadere per terra, se la fece sfuggire apposta!» Poi la donna tacque e si rimise a seguire gli uccelli con lo sguardo.

«Fece cadere la bambina per terra?» domando Thora, facendo attenzione a non lasciar trasparire alcun sentimento dal suo tono di voce. Un brivido ghiacciato le percorse la spina dorsale.

«Amelia aveva quattro mesi e dormiva nella sua carrozzina. Eravamo appena tornati a casa dopo aver fatto la spesa. Io andai a togliermi il soprabito e quando ritornai in salotto vidi Harald che la teneva in braccio. Anzi, non proprio in braccio: la reggeva sotto le ascelle come un orsacchiotto di pelouche. Lei naturalmente si era svegliata e si era messa a piagnucolare. Lui allora inizio a sgridarla e scuoterla. Io accorsi, ma fu troppo tardi. Lui mi guardo in volto e sorrise. Poi la fece cadere, e la bambina sbatte il capo sul pavimento di ceramica.» Le lacrime colavano l’una dietro l’altra, lasciando sulle guance della donna una scintillante striatura. «Non ho mai potuto cancellare quell’attimo dalla memoria. Ogni volta che guardavo Harald, vedevo il volto che aveva quando fece cadere la piccola.» La donna tacque di nuovo per riprendere forza, e continuo: «Mia figlia subi un trauma cranico, ed entro in coma all’ospedale. Quando si risveglio, non era piu la stessa. Il mio piccolo angioletto.»

«Vi hanno forse sospettato di maltrattamenti? Qui da noi sarebbe immediatamente partita un’investigazione sulla famiglia.»

Il volto di Amelia espresse una sorta di malcelata compassione per l’ingenuita di Thora. «No, non dovemmo subire niente del genere. Il medico di famiglia ci forni la sua assistenza, mentre gli altri dottori che curarono nostra figlia ci mostrarono tutta la loro comprensione. Harald venne inviato da uno specialista per una terapia, che pero non ebbe alcun risultato. Niente portava a pensare che avesse una malattia mentale. Era un bambino normale che aveva commesso un errore imperdonabile per gelosia.»

Thora si permise di dubitare che un tale comportamento da parte del piccolo Harald potesse classificarsi sotto la dicitura «normale». Ma d’altronde che ne sapeva lei? «Harald sapeva quello che aveva fatto, oppure se ne dimentico con il passare del tempo?»

«Non saprei che dirle. Dopo quel fatto parlammo raramente insieme, lui e io. Ma per tutta la breve vita della sorella Harald le fu sempre vicino e se ne prese massima cura. Era come se volesse rimediare al danno combinato e farsi perdonare per la sua malefatta.»

«Allora il vostro rapporto per tutti questi anni e stato caratterizzato dal ricordo di quanto successo alla sorella?» domando Thora.

«Non si puo nemmeno parlare di rapporto. Non riuscivo proprio a guardarlo in faccia, figuriamoci a stargli accanto. Si puo semplicemente dire che lo evitavo in ogni modo. E lo stesso fece suo padre, in un certo senso. Per Harald la cosa si rivelo ardua da sopportare, in un primo momento, ma poi sembro abituarsi.» Ora la donna aveva smesso di piangere e un velo di durezza si era posato sui suoi lineamenti. «Ovviamente avrei dovuto perdonarlo, ma non potei farlo, lo confesso. Forse avrei dovuto andare anch’io da uno specialista per cercare di superare la mia crisi. Magari tutto sarebbe cambiato e Harald sarebbe diventato un’altra persona, diversa da quella che e stata in realta.»

«Ma non era buono?» le chiese Thora, ricordandosi di cio che la sorella aveva detto di lui. «Elisa ne ha parlato come di una brava persona.»

«Era sempre alla ricerca di qualcosa», rispose la madre. «E meglio metterla in questi termini. Cercava in ogni modo di riconquistarsi la fiducia e l’amore del padre, che pero non ottenne mai. Con me si era invece arreso quasi subito. L’unica cosa che lo salvo fu l’affetto che ricevette da suo nonno, che lo aveva sempre adorato. Ma quando lui mori la vita di Harald prese una piega sempre piu assurda. Durante gli studi a Berlino si mise a drogarsi e a sfidare la morte. Uno dei suoi amici mori durante i loro giochi infernali. Lo venimmo a sapere quasi subito.»

«Ma non avete mai tentato di riconciliarvi con vostro figlio, in qualche modo?» domando Thora pur sapendo in anticipo che la risposta sarebbe stata negativa.

«No», disse infatti la donna tagliando corto. «A un certo punto si mise in testa di studiare la magia e i testi che ne parlavano, un interesse che gli aveva trasmesso suo nonno. Dopo la morte di Amelia Maria, si arruolo nell’esercito e noi non facemmo niente per fermarlo. Quella decisione fu un errore, ma ora non voglio star qui a rivangare questi vecchi ricordi. Comunque, dopo meno di un anno di leva venne rispedito a casa. Allora pero aveva gia denaro in abbondanza tra le mani, avendo ereditato una grossa somma dal nonno, e da quel momento di lui non sapemmo praticamente piu niente. Comunque, quando prese la decisione di venire quassu in Islanda, ce lo fece sapere con una telefonata.»

Thora guardava sconcertata la donna. «Se sta cercando comprensione da parte mia, mi dispiace, ma non posso fornirgliela. Pero la compatisco per quello che ha sofferto. Non so come avrei reagito io stessa di fronte a

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