«Avete paura di morire?» chiese Havig.
«Be’, mi scoccia il pensiero di non aver potuto compiere tutto cio che avrei voluto» disse Dominici. «Cambiamo discorso, per favore.»
«E non tiriamolo piu in ballo» concluse secco Bernard.
«Attento» lo avverti Stone.
Proseguirono tutti in silenzio. Il sentiero era lievemente in salita, e nonostante la percentuale extra di ossigeno contenuta nell’aria, ben presto Bernard si ritrovo a sudare e a sbuffare. S’era fatto un dovere di mantenersi fisicamente in forma frequentando regolarmente una palestra di Giacarta, ma adesso stava velocemente scoprendo la differenza tra il fare degli esercizi in palestra in uno stato d’animo tranquillo, e l’arrampicarsi su per un sentiero ripido, in un pianeta sconosciuto.
Suo malgrado, le tossine dell’angoscia gli legavano i muscoli, e il veleno della paura si aggiungeva alla fatica fisica, rallentandogli i movimenti. Rimase un poco indietro, lasciando che Dominici continuasse da solo. A un tratto inciampo, e Havig fu pronto ad afferrarlo per un gomito e a sostenerlo. Nel voltarsi, Bernard colse un sorrisetto sulle labbra del Neopuritano, e lo senti mormorare: «Fratello, tutti barcolliamo lungo il sentiero.»
Bernard era troppo stanco per ribattere. Havig sembrava dotato di un estro infernale per trasformare anche l’incidente piu insignificante in un pretesto per fare predicozzi.
Bernard continuo ad avanzare. Laurance e i suoi uomini, che marciavano alla testa del gruppo, sembravano freschi come rose. Avanzavano come se avessero gli stivali delle sette leghe, aprendosi il passo fra il sottobosco a volte impenetrabile che bloccava il passaggio, o girando abilmente attorno a un albero caduto, il cui tronco alto come un uomo, gia coperto di funghi, creava una vera barriera, o fermandosi a calcolare la profondita di un torrente scuro e impetuoso prima di guadarlo, scendendo nell’acqua che a volte arrivava a lambire l’orlo dei loro stivaloni alti fino alla coscia.
Bernard cominciava a sentire un po’ meno il fascino di tanta bellezza inesplorata. Anche la bellezza puo impallidire, specialmente quando diventa scomoda e faticosa. La gloria abbacinante dei fiori purpurei lasciava Bernard del tutto indifferente. La grazia snella degli animaletti candidi simili a gatti che saltellavano attraverso il sentiero, non gli comunicava nessuna allegria. Le grida rauche degli uccelli sugli alberi torreggiami non lo divertivano piu; anzi, gli sembravano estremamente sgradevoli.
Non si era mai reso conto in modo cosi concreto che il termine astratto «venti chilometri» corrispondeva a un numero interminabile di passi faticosi. Aveva i piedi indolenziti, le caviglie e i polpacci in fiamme, le gambe che non lo reggevano.
«Siamo ancora molto lontani?» chiese a Dominici.
Il solido biologo lo guardo con aria di benevolo scherno. «Volete scherzare? Avremo fatto si e no quattro o cinque chilometri al massimo. Coraggio, Bernard. Ce n’e di strada da fare!»
Bernard assenti. Forse il calcolo di Dominici era anche troppo ottimista. E lui gia non ne poteva piu.
Ma non c’era niente da fare, bisognava andare avanti. Sportivamente. Il giorno ormai era sorto, il cielo era vivido, e il sole pareva nascondersi dietro gli alberi piu lontani, pronto a saltar fuori da un momento all’altro. L’aria si era fatta molto piu calda, la temperatura saliva. Bernard si era slacciato la giacca. Di tanto in tanto beveva dalla sua fiasca, augurandosi che l’acqua gli bastasse anche per il ritorno. L’ultima volta che erano stati lassu, Laurance e i suoi uomini avevano esaminato l’acqua e avevano scoperto che si trattava senza dubbio della stessa formula H2O, e che presumibilmente era anche potabile. Non c’era stato tempo pero per analisi elaborate allo scopo di controllare la quantita e la qualita di vita micro-organica. Ma anche se era improbabile che quel liquido potesse avere effetti dannosi sull’organismo di un terrestre, Bernard non era disposto a fare da cavia.
Dopo un’ora si riposarono, appoggiandosi ai tronchi massicci degli alberi.
«Stanchi?» chiese Laurance.
Stone annui, Bernard grugni qualche parola d’assenso. Negli occhi di Laurance apparve una luce maliziosa. «Anch’io» confesso l’ufficiale. «Ma dobbiamo proseguire ugualmente.»
Il sole sorse qualche minuto dopo che la marcia era ripresa. Apparve glorioso nel cielo, accendendolo di una luce radiosa. La temperatura continuo a salire. Ormai, si era sui ventidue gradi. Bernard pensava avvilito che verso mezzogiorno sarebbe arrivata a trentadue o anche a trentacinque. Si sovvenne di un antichissimo proverbio: «Solo i cani randagi e gli inglesi escono sotto il sole di mezzogiorno». Sorrise. Forse solo un paio di volte all’anno si ricordava d’essere inglese, sebbene fosse nato a Manchester e abitasse a Londra. Anche quello era un effetto dell’era del transmat. Nessuno si sentiva piu effettivamente legato a una nazione, a un continente, o addirittura a un mondo. Solo in rari momenti d’improvvisa introspezione capitava a Bernard di ricordarsi d’essere inglese, e percio erede, in senso vago e misterioso, di tradizioni e di uomini come Shakespeare, Riccardo Cuor di Leone, William Churchill, nonche d’altri fantasmi del passato.
6
Dopo un po’ lo sforzo divenne puramente meccanico. Bernard smise di autocommiserarsi e concentro tutte le energie fisiche e mentali nella necessita di mettere una gamba davanti all’altra. E i metri divennero chilometri, la distanza tra l’astronave e la colonia aliena si accorcio.
«Chissa se il Tecnarca e anche un buon camminatore» brontolo Dominici, in tono non troppo rispettoso.
«Un ottimo camminatore, molto probabilmente» disse Bernard di rimando. «Altrimenti perche sarebbe Tecnarca? Lui deve fare tutto meglio di chiunque, sia che si tratti di marce sia di calcoli sui quanta.»
«Sara, pero mi piacerebbe vederlo sudare sotto questo sole della malora, con…» Il biofisico s’interruppe. «Ehi, la davanti si fermano. Forse siamo arrivati.»
«Sarebbe anche ora. Stiamo camminando da quasi tre ore.»
Il gruppetto di testa, infatti, si era fermato. Laurance e i suoi uomini si erano fermati sulla sommita di una lieve altura. Peterszoon indicava la vallata, e Laurance approvava con la testa.
Quando Bernard li raggiunse, vide l’oggetto del loro interesse: la colonia degli alieni.
La colonia era stata costruita sulla sponda occidentale di un fiume impetuoso, largo circa cento metri. Si annidava in un’ampia vallata verde limitata da una parte dal gruppo delle colline sulle quali si trovavano ora i Terrestri, dall’altra da un altipiano che saliva dolcemente fino a perdersi in una catena di montagne che sorgeva a parecchi chilometri di distanza.
Pareva che la parola d’ordine fosse:
Avevano costruito sei file di capanne a cupola, che si irradiavano verso l’esterno partendo da un grande edificio centrale. Il lavoro procedeva, o meglio, ribolliva, intorno ad altre capanne che avrebbero esteso i raggi di quella colonia a forma di ruota. In distanza, altri operai alzavano zampilli di terriccio dal suolo grazie a un congegno che assomigliava a una specie di escavatrice a mano di natura magnetica. Evidentemente, stavano scavando le fondamenta per altre capanne esagonali. Altri ancora erano al lavoro intorno al pozzo, dalla parte opposta al fiume, mentre un quarto gruppo si affaccendava attorno a strani utensili, coi quali toglievano dagli imballaggi e trascinavano attraverso la pianura grossi macchinari (generatori? dinamo?).
A nord, a un chilometro circa dalla scena principale di attivita, una colossale astronave si levava verso l’alto:
