Si sentiva intontito. La testa gli girava. Che dire? Siamo amici. Portateci dal vostro capo. Salve, esseri di un altro mondo.

Non c’e niente da fare penso. Gli antichi cliches erano diventati tali proprio perche erano cosi maledettamente validi. Che altro si sarebbe potuto dire nel creare il primo contatto con esseri non-Terrestri? Ma Bernard si sentiva ugualmente imbarazzatissimo, in quell’attimo in cui il cliche diventava storia.

Si tocco il petto e indico il cielo.

«Siamo terrestri» disse, pronunciando ogni sillaba con meticolosa chiarezza. «Veniamo dallo spazio. Vogliamo essere considerati amici.»

Le parole naturalmente, non significavano niente per gli altri. Potevano rappresentare solo suoni incomprensibili. Tuttavia, quella non era una scusa valida per non pronunciare le parole adatte al momento.

Torno a indicare se stesso, poi il cielo. Poi, battendosi il petto, disse: «Io.» Indico gli stranieri lentamente, per non spaventarli. «Voi. Io… voi. Io… voi… amici.»

Sorrise, chiedendosi nel farlo, se per caso mettere in mostra i denti non fosse considerato un fiero insulto dagli alieni. Quell’incontro era molto piu delicato di quello tra due culture un tempo separate di abitanti dell’antica Terra. Tra un antico lupo di mare inglese e un capo polinesiano esisteva pure un tipo di sangue comune: c’era almeno d’aspettarsi un terreno biologico comune. Qui no. Qui nessun valore accettato poteva dirsi valido.

Bernard aspetto, e dietro di lui altri otto Terrestri aspettarono, condividendo la stessa tensione. Bernard fissava tranquillamente negli occhi sporgenti l’azzurro piu vicino. Quegli esseri avevano un vago odore di muffa, non era sgradevole, ma piuttosto intenso. Bernard si domandava che odore potessero avere i Terrestri per l’altra razza.

Con precauzione tese la mano. «Amico» disse.

Segui un lungo silenzio. Poi, esitando, l’azzurro piu vicino sollevo la mano, rotolandola verso l’alto in un movimento stranamente fluido. L’essere si guardava la mano come se non gli appartenesse. Anche Bernard vi getto una rapida occhiata: aveva sette o otto dita, e il pollice molto ricurvo. Da ogni dito sporgeva un’unghia blu lunga tre centimetri.

L’azzurro allungo il braccio, e per una frazione di secondo il calloso palmo azzurro sfioro quello di Bernard. Poi, rapidamente, la mano ricadde.

L’extraterrestre mando un suono. Poteva essere un’esclamazione gutturale di sfida, ma a Bernard suono circa come «Mmmmiho!» e lui la prese per quel che sembrava. Sorridendo, accenno all’azzurro e ripete: «Amico. Io… voi. Voi… io. Amico.»

La ripetizione venne, e stavolta il suono fu inconfondibile. «Mmmmmiho!» L’azzurro afferro la mano tesa di Bernard e la strinse con energia. Bernard sorrise, trionfante e soddisfatto.

Comunque potessero procedere le cose, il primo contatto era stato stabilito.

7

Entro una settimana divento possibile comunicare, sia pure in modo incerto e sommario.

Gli extraterrestri afferrarono il concetto al volo. Capirono, senza che fosse necessario pregarli, che uno dei due gruppi doveva apprendere la lingua dell’altro, e che piu presto si faceva, tanto di guadagnato. Nessuno penso di discutere su chi di loro dovesse imparare per primo il linguaggio dell’altro. Gli alieni avevano un idioma articolato, con sfumature costituite da variazioni di tono, timbro e intensita. A parte i problemi grammaticali molto complessi, era evidente che i Terrestri si sarebbero slogati le mascelle nel tentativo di riprodurre i brontolii, i sibili, e tutte le strane emissioni di voce del linguaggio alieno. Sul terreno fisiologico era veramente impossibile che i Terrestri imparassero la lingua degli ospiti, toccava percio agli ospiti imparare il linguaggio dei visitatori.

E gli ospiti se la cavavano benissimo. Havig, come filologo della spedizione, era incaricato del compito, e per lunghe ore, ogni giorno di quella settimana, gli otto Terrestri dovettero fungere da sillabari animati per mimare i verbi umani. Era un lavoro snervante, specialmente con quella temperatura, che si manteneva sui trentacinque gradi per buona parte della giornata, ma Havig non risparmio nessuno, e meno che mai se stesso.

«Insegnate i verbi e il resto verra da se» continuava a ripetere. «I nomi sono facili… basta indicare un oggetto e dire come si chiama. Sono i verbi che bisogna insegnare prima di tutto. Specialmente i verbi astratti.»

La prima lezione duro quasi sei ore.

I tre azzurri che sembravano a capo della colonia si acquattarono in posizioni che a vederle sembravano incredibilmente scomode, conficcando i talloni nella parte posteriore delle cosce, mentre Havig faceva giostrare i sudatissimi Terrestri, urlando istruzioni a tutto spiano.

«Chinatevi! Chinatevi!» E il linguista si voltava verso gli «azzurri», indicando i poveri Terrestri piegati in due, e spiegava: «Chinarsi.»

«Chinarsi» ripetevano a turno gli alieni.

Pareva impossibile che in quel modo si potesse imparare una lingua, ma gli stranieri avevano una memoria di ferro, e Havig si era dedicato al compito di istruirli come se si trattasse di una sua sacra missione nel cosmo. Quando il sole comincio ad abbassarsi dietro le colline al di la della colonia, parecchi concetti chiave erano stati stabiliti: essere, costruire, viaggiare. Per lo meno, Havig sperava che lo fossero davvero. Cosi sembrava, ma era impossibile esserne certi.

Gli extraterrestri sembravano soddisfatti delle loro nuove cognizioni. Si battevano i petti ossuti esclamando: «Io… Norglano. Voi… Terrestre.»

«Io… Terrestre. Noi… Terrestri.»

«Terrestri venire. Cielo. Stella.»

Bernard approvava tra se. Sebbene fosse assolutamente contrario alle teorie fondamentali di Havig, sulle culture antiche, nonche alle sue sciocche idee Neopuritane sui tempi presenti, doveva ammettere che in quelle poche ore l’allampanato linguista aveva svolto un lavoro encomiabile.

Tuttavia, stava per cadere la sera e anche la temperatura si abbassava rapidamente. Quella doveva essere una zona di grandi sbalzi termali, in cui si passava da ore caldissime a ore di freddo pungente.

«Dite loro che dobbiamo tornare indietro» disse Laurance a Havig. «Cercate di sapere se hanno dei mezzi di trasporto, e se possono riaccompagnarci all’astronave.»

Havig impiego un buon quarto d’ora per chiarire quei punti, con l’aiuto di smorfie, saltelli e cenni disperati. Gli azzurri se ne stavano placidamente acquattati mentre Havig faceva il mimo e parlava. Ripetevano parole a caso se queste colpivano la loro fantasia. Bernard gia si vedeva in cammino per altri venti chilometri nel freddo e nell’oscurita. Ma alla fine, una scintilla di comprensione si accese. Uno degli azzurri si alzo in piedi con un movimento rapido, anatomicamente incomprensibile, e abbaio alcuni ordini imperiosi a un verdolino in attesa.

Qualche istante dopo tre piccoli veicoli molto simili a grosse culle arrivarono rotolando sul terreno, ciascuno condotto da un «verde». I veicoli erano ovali, rivestiti in un metallo che pareva rame, e poggiavano su tre ruote. L’azzurro che aveva fatto piu progressi di tutti in lingua terrestre indico le macchine e disse: «Voi. Terrestri. Viaggiare.»

Le macchine erano mosse da una specie di generatore turboelettrico, e parevano capaci di una velocita massima di sessanta chilometri all’ora. I «verdi» guidavano impassibili, senza mai dire parola, seguendo semplicemente le istruzioni che Laurance dava loro. Arrivati al torrente, lo guadarono senza esitare, come se i veicoli fossero stati carri armati in miniatura. Il viaggio di ritorno alla VUL-XV duro meno di un’ora, anche calcolando i larghi giri attorno ai boschi impenetrabili per un veicolo. Quando i Terrestri scesero dalle piccole macchine, era ormai notte fonda. Costellazioni luminosissime e sconosciute punteggiavano il cielo con le loro strane configurazioni. E stava sorgendo la luna… una piccola scheggia rossastra, che saliva di traverso nel cielo contro il buio della notte. Saliva rapidamente, a una velocita sbalorditiva per uomini abituati al comportamento piu pacato del satellite terrestre.

I «verdi» se ne andarono senza una parola.

I Terrestri erano altrettanto silenziosi, mentre rientravano nella loro astronave. Era stata una giornata lunga e massacrante; Bernard non ricordava di essersi mai sentito tanto stanco. Nessuna responsabilita accademica gli era mai parsa tanto gravosa. Nessun problema personale lo aveva snervato a quel punto. Ma sebbene fossero tutti

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