abbrutiti dallo sforzo compiuto, non potevano impedirsi di provare un profondo, stimolante senso di orgoglio e di soddisfazione. Quel giorno la Terra si era messa in contatto con un’altra razza, e attraverso l’immenso golfo che separava le due specie si era creato un ponte di comunicazione.
Nell’astronave, Martin Bernard si accosto ad Havig, con riluttanza, eppure mosso da un istinto che sembrava addirittura imperioso.
Il Neopuritano non si era nemmeno slacciato la stretta tonaca nera dal rigido colletto inamidato. Si era gettato sulla brandina lungo disteso, e completamente vestito.
Bernard gli si fermo accanto. Havig aveva gli occhi aperti, ma non parve accorgersi del sociologo.
«Havig?»
Lo sguardo di Havig si sposto su Bernard. «Che c’e?»
Bernard esito, lottando con la tentazione di rimettersi a discutere con il rivale. «Ecco, io… volevo dirvi che avete fatto un lavoro splendido, oggi» disse, buttando fuori le parole. «In passato abbiamo avuto le nostre divergenze, Havig, ma questo non puo impedirmi di farvi le mie congratulazioni per il modo come avete condotto la lezione di oggi. So riconoscere un lavoro ben fatto, credetemi.»
Il Neopuritano si sollevo sulla brandina. I suoi severi occhi grigi si piantarono in quelli azzurri e piu dolci di Bernard. Con voce ferma e priva di ogni emozione Havig replico: «Non cerco congratulazioni per il mio lavoro, dottor Bernard. Cio che posso avere compiuto, l’ho fatto solo per merito del Signore che si e servito di me, percio non debbo vantare alcun merito personale.»
«Be’… d’accordo, diciamo che Dio ha lavorato attraverso voi» balbetto Bernard meravigliato. «Ma penso ugualmente che abbiate fatto un lavoro ottimo, e…»
«Non merito il vostro plauso, dottor Bernard. Ma mi compiaccio se una maggiore larghezza di vedute vi consente di esprimerlo.» Le parole furono accompagnate da un lievissimo sorriso. «Buonanotte, dottor Bernard.» E Havig torno a sdraiarsi sulla sua cuccetta.
Bernard batte le palpebre, trasecolato. Era stato cosi contento di scoprire in se l’obiettivita necessaria per presentare le sue congratulazioni all’altro, che aveva considerato quel gesto un sensibile sacrificio del suo orgoglio. Invece, sebbene non respinto del tutto, quel gesto era stato accolto da Havig con suprema indifferenza. Bernard era irritato. Fece per aggiungere qualcosa.
Dominici glielo impedi gentilmente. «Lasciatelo stare, Bernard. Tutt’e due avete fatto un passo nella direzione buona. Ora non rovinate tutto. Cosa vi aspettavate che facesse? Che vi ringraziasse sorridendo? Se non pensa di meritarle, le vostre lodi…»
«Allora tanto valeva che risparmiassi il fiato» brontolo Bernard.
Volto le spalle e si preparo per la notte. Havig, a occhi chiusi, sembrava gia immerso nel sonno. Stone prendeva appunti in un taccuino, e Dominici si stava massaggiando sotto la vibrodoccia.
Bernard si spoglio e raggiunse il biofisico sotto il tonificante getto molecolare: una corrente di ioni lo libero ben presto dalla spossatezza e dal sudore della giornata.
Dominici continuo: «Non prendetevela se non s’e commosso per le vostre congratulazioni. Voi vi siete comportato in modo egregio con lui. E lui, per la verita, ha svolto effettivamente un lavoro encomiabile.»
«Si, bisogna ammetterlo» dichiaro Bernard. «Pero, come uomo e un vero limone. Non c’era bisogno che mi rispondesse in quel modo. Se…»
«Ma lui e sinceramente convinto d’essere stato solo uno strumento nelle mani di Dio» gli spiego Dominici. «Risparmiatevi il fiato, Bernard, e non tentate di fargli cambiare idea. Siate lieto che Havig abbia dimostrato di conoscere cosi bene il fatto suo, e prendete le cose come vengono.»
Bernard scivolo nella sua cuccetta e tento di rilassare i nervi. Cerco di vedere le cose dal punto di vista di Havig, chiedendosi che specie d’uomo potesse essere uno che rinunciava a tutte le gioie della vita, a tutti i piaceri delle conquiste, passando cupamente le sue giornate avvolto in lugubri vestimenti neri. Senza dubbio Havig quel giorno aveva compiuto un lavoro superbo, di primissima qualita, ma che male c’era ad accettare delle congratulazioni per il risultato conseguito?
Bernard chiuse gli occhi, premendosi le dita sulle palpebre indolenzite. Penso per un attimo alla sua vita comoda, la vita che aveva lasciato dietro di se, cosi diversa da quella che Havig concepiva. Senza dubbio Havig avrebbe considerato scandaloso, o addirittura blasfemo, trascorrere una serata ascoltando musica, leggendo poesia, sorseggiando un buon cognac, quando quelle ore avrebbe dovuto trascorrerle in preghiera, o in meditazione, o in attivita benefiche.
Eppure, nonostante tutta la sua rigida disciplina, Havig non era piu valente nel suo campo di quanto lo fosse Bernard nel proprio. E Bernard, nonostante le concessioni che faceva a se stesso, sentiva di non aver niente da invidiare, come sociologo, ad Havig come linguista.
Bernard continuo a pensare ad Havig, cercando di scoprire quale molla lo muovesse, di stabilire se si trattasse di un fanatico o se veramente in lui ci fosse qualcosa di particolare.
Poi si addormento.
Il mattino dopo si strappo dal sonno a fatica. Nakamura, in piedi accanto alla sua cuccetta, lo scuoteva energicamente.
«E tempo di alzarsi, dottore.» Il sociologo fisso intontito la faccia sorridente dell’astronauta. «Il Comandante Laurance dice che avete dormito abbastanza» concluse Nakamura.
Il Comandante Laurance non aveva torto, dovette riconoscere Bernard; un’occhiata all’orologio gli fece scoprire d’aver dormito piu di undici ore. Eppure sentiva ancora la testa pesante, e brontolava tra se mentre si fregava gli occhi per destarsi del tutto.
Il sole era sorto da un’ora. Su quel pianeta, il giorno corrispondeva a ventotto ore terrestri e venti minuti. Ancora intontito, Bernard si trascino a prua per fare colazione. Laurance aveva gia fatto trasportare a terra due scivoli. Terminata la colazione, il Comandante ordino: «Ci divideremo in quest’ordine. Clive, tu piloterai il numero Uno, Havig e Stone verranno con te, e anch’io. Tu, Hernandez, prendi l’altro. Porterai Bernard, Dominici, Peterszoon e Nakamura.»
La corsa in scivolo a motore richiese poco piu di un’ora. Quando i Terrestri raggiunsero l’accampamento norglano, la scena era piu o meno quella del giorno innanzi: i costruttori erano al lavoro, con tutte le loro incredibili energie impegnate. I tre «azzurri» che avevano ricevuto la lezione di lingua il giorno innanzi, si fecero incontro ai Terrestri per accoglierli, offrendo a mo’ di saluto un campionario di vocaboli.
«Io… voi. Viaggiare. Venire. Qui. Noi, Norglani. Voi, Terrestri.»
Bernard sorrise. Per il momento, la conversazione aveva un andazzo abbastanza comico, ma lui sapeva benissimo che perfino il raggiungimento di quei balbettii sconnessi rappresentava una vittoria sbalorditiva. E si era appena all’inizio.
Dopo tre ore di lezione, un paio di «verdi» si avvicinarono esitando con dei vassoi di cibi: erano piatti levigati, rozzamente dipinti di giallo, sui quali erano disposte alcune fette di carne rosea, dal profumo dolciastro, e delle fiasche di una sorta di terraglia piene di un vino nero dall’odore pungente. Havig guardo dubbioso Laurance, che consiglio: «Rifiutate, nel modo piu gentile possibile. Non possiamo toccare niente se prima Dominici non avra avuto modo di eseguire alcune analisi.»
Il cibo venne respinto cortesemente. I Terrestri tirarono fuori le loro provviste, e Havig spiego come poteva che sarebbe stato imprudente per i Terrestri mangiare cibi norglani, che potevano essere non adatti. Gli ospiti parvero comprendere.
Durante quel giorno, e il seguente, e l’altro ancora, Havig si adopero senza risparmiarsi, mentre gli altri Terrestri sedevano in disparte, in attesa di essere chiamati per mimare la figurazione di un verbo. Bernard trovava quelle lezioni tremendamente snervanti.
Ma i progressi erano strabilianti. Il quinto giorno, i Norglani cominciavano a mettere insieme frasi sensate attingendo da un elenco di quasi cinquecento parole. Cinque parole su sei riuscivano a infilarle giuste fin dal primo tentativo. E, naturalmente, piu si allargavano le loro conoscenze linguistiche, piu era facile insegnare loro nuovi vocaboli.
