Un attimo prima che Skrinri parlasse, Martin Bernard gia sapeva quello che avrebbe detto il norglano.

Il sociologo aveva l’impressione che una mano gelida l’avesse afferrato alla gola. Il senso di trionfo di qualche istante prima era svanito come una fiammella che viene smorzata.

La voce di Skrinri era tranquilla, senza traccia di malizia. Il norglano fece un gesto ampio con tutt’e due le mani, come se volesse abbracciare l’intero Universo.

«Norgla costruisce colonie. Noi espandere. Voi, Terrestri, avere occupato certi mondi. Potete tenere questi mondi. Noi non portare via. Tutti altri appartenere Norgla. Non dobbiamo dire altro.»

Con calma dignita, i due Norglani si avviarono all’uscita della tenda. Nel silenzio sbalordito che segui, il vento metteva una strana nota di irrisione.

Tutti altri mondi appartenere Norgla. Allibiti, i nove Terrestri si fissarono l’un l’altro. Questo, nessuno se l’era aspettato.

«E un bluff!» disse aspramente Dominici. «Limitarci ai possedimenti che abbiamo ora? Ma non possono fare sul serio!»

«Forse possono» ribatte tranquillamente Havig. «Forse questa e la fine del nostro bel sogno di colonizzazione galattica. Forse questo e un bene e non lo sappiamo. Andiamocene. Per oggi, non concluderemo piu niente.»

I Terrestri uscirono in fila dalla tenda, nel buio misterioso, nel vento improvvisamente ostile.

9

Il mattino sorse lentamente. La piccola luna rossa tramonto. Le costellazioni sconosciute svanirono all’orizzonte. Quando le ore della notte cedettero il passo a quelle dell’alba, l’oscurita si fece grigiore, il gelo diminui e gli uomini della VUL-XV si accinsero alle attivita della nuova giornata.

Quella notte, a bordo dell’astronave, nessuno aveva chiuso occhio. Le luci delle cabine erano rimaste accese fino all’alba, mentre i Terrestri, troppo stanchi per prendere sonno, discutevano e commentavano gli aspetti della situazione.

«Non avremmo dovuto lasciarli andare in quel modo» diceva amareggiato Stone, stringendosi la faccia tonda tra le mani grassocce. «Si sono allontanati come due principi. Due principi che hanno appena finito di dare disposizioni ai sudditi. Avremmo dovuto costringerli a restare. Avremmo dovuto informarli che la Terra non avrebbe mai accettata la loro proposta arrogante.»

««Potete tenere quei mondi»» ripete Dominici in tono sarcastico. ««Tutti gli altri appartengono a Norgla»! Come se fossimo vermi.»

«Forse anche questo e un disegno divino. Forse Dio vuole che l’espansione dell’Uomo attraverso i cieli si arresti» insinuo Havig. «I Norglani potrebbero essere stati inviati come monito, per ricordarci che l’orgoglio e peccato, che ci sono limiti oltre i quali non e bene andare.»

«Voi partite dal presupposto che i Norglani costituiscano un limite autentico» disse Bernard. «Io non credo che sia cosi. Non credo che siano tanto padroni della tecnologia da poterci tenere rinchiusi nella nostra sfera attuale. Per me, avevano tutta l’aria di bluffare.»

«Sono dello stesso parere» approvo Dominici. «Quello che ho visto della loro scienza non mi ha affatto sbalordito. Si, hanno astronavi e transmat, ma niente che sia qualitativamente migliore di quanto abbiamo noi. In una guerra, la meglio l’avremmo noi, ne sono certo.»

«Ma perche una guerra?» chiese Havig. «Perche non accettare le loro decisioni e mantenerci entro i limiti che abbiamo raggiunto?» Poi rispose alla domanda da se, precedendo Dominici che stava per prorompere. «Lo so, noi non accettiamo limiti perche siamo Terrestri; e perche abbiamo deciso, come dogma divino, che l’Uomo e destinato a occupare l’intero Universo.» Havig sorrise amaramente. «Nessuno di voi bada a quello che dico, naturalmente. Pensate che io sia un maniaco religioso, e dal vostro punto di vista puo anche darsi che lo sia. Ma, signori miei, e proprio cosi assurdo imporsi un po’ di umilta? Ritirarci entro le nostre frontiere e dire: fin qua e non oltre? Quando l’unica alternativa e una guerra sanguinosa, e davvero vigliaccheria scegliere le vie della pace?»

Bernard lo guardo: «Io non nego che cio che dite sia molto sensato, Havig. Nessuno di noi vuole una guerra, e puo darsi che non sia destino dell’Uomo colonizzare l’Universo. Pero, m’intendo abbastanza di psicologia per capire questi esseri, per diversi che possano essere da noi. Per il momento si mostrano tolleranti, direi quasi magnanimi. Ci permettono di tenerci il nostro piccolo impero, sempre che tutto il resto dell’Universo sia per loro. Ma la loro tolleranza non durera in eterno. Se tutto il resto dell’Universo diventera norglano, un bel giorno questi signori cominceranno a guardarci con aria ingorda, e finalmente decideranno di spazzarci via allegramente. Se molliamo adesso, e lo stesso che invitarli a spazzarci via in seguito. Accidenti, Havig, c’e differenza tra l’essere umili e il mettersi a strisciare in modo addirittura suicida!»

«Percio voi pensate che dovremmo fare guerra ai Norglani?» chiese il linguista.

«Penso solo che oggi dovremmo tornare da loro e avvertirli che non siamo abituati a lasciarci prendere per il naso» disse Bernard. «Respingere il loro ultimatum. Chi ci dice che non sia il loro modo di negoziare, questo? Cominciare con una richiesta assurda e poi cedere via via fino a raggiungere un compromesso?»

«No» dichiaro Dominici. «Vogliono la guerra. E chiaro che la vogliono. E diamogliela! Diciamo a Laurance di mettere subito in moto, e torniamocene sulla Terra. Poi, diciamo agli Arconti che se la sbroglino loro, e stiamo ad aspettare che cominci la sparatoria!»

Stone scosse la testa con aria conciliante. «No, Dominici, Bernard ha ragione. Dobbiamo ritornare da loro e fare un altro tentativo. Non possiamo tornarcene sulla Terra piantando baracca e burattini, come delle teste calde; e nemmeno possiamo tornare dai Norglani agitando la coda come cagnolini spaventati e remissivi: come vorrebbe Havig. Dobbiamo tentare di riprendere i negoziati.»

La porta dello scompartimento si apri.

Laurance, Clive e Hernandez entrarono. Anche gli ufficiali erano rimasti alzati tutta la notte, o almeno cosi sembrava dai loro volti tirati e dai loro occhi pesti.

Laurance si sforzo di sorridere. «E quasi l’alba, signori miei. Vedo che non avete riposato molto.»

«Abbiamo tentato di stabilire se conviene tentare un altro incontro con i Norglani» spiego Bernard.

«Cosa avete deciso?»

«Non lo sappiamo ancora. Per la verita, ci sono due pareri contrari.»

«E quale sarebbe il motivo del disaccordo?» chiese Laurance.

«Io penso che sia tempo per l’umanita di tirare i remi in barca» disse Havig con un sorriso di scusa. «Il nostro Dominici vuole tornare a casa anche lui, ma per ragioni opposte. Pensa che non valga la pena di stare a discutere ancora con i Norglani.»

«Certo che non ne vale la pena» sbotto Dominici. «Da come ci hanno parlato, praticamente ci hanno sfidati a muovere guerra. E io sono del parere che una buona lezione…»

«Io sono disposto a ritirare le mie obiezioni, almeno per il momento» disse Havig. «Qualcosa mi dice che se tornassimo a casa ora la guerra sarebbe inevitabile. Mi schiero dalla parte del dottor Bernard e del signor Stone. Facciamo un altro tentativo per convincere i Norglani.»

Rimasto praticamente solo, Dominici si guardo attorno incerto. Tutti gli occhi erano su di lui. Dopo un attimo si acciglio, fece un gesto rassegnato e borbotto scontento: «Ma si, decisione unanime, allora. Pero, se volete il mio parere, scommetto che non concluderemo proprio niente.»

«E stabilito, quindi» disse Laurence. «Ci fermiamo almeno un altro giorno?»

«Si» disse Bernard. «Almeno un altro giorno.»

La prima colazione fu consumata svogliatamente. Dopo una notte di discussioni e di dubbi, nessuno aveva appetito. Ingurgitarono cibi sintetici che Nakamura aveva ammannito, piu per un senso di dovere verso il corpo che per soddisfare l’appetito. Bernard, per reagire decise di farsi la barba. Per radersi dovette guardarsi allo specchio, e cio che vi vide riflesso non gli piacque. Il suo bell’aspetto asciutto era sparito. Ora la sua faccia era gonfia, cerchi neri ombreggiavano attorno agli occhi, e la pelle sembrava cascante. Questo, d’accordo, era dovuto in parte alla gravitazione, leggermente diversa da quella della Terra, ma soprattutto alla fatica e all’avvilimento.

Un’ora dopo l’aurora si misero in viaggio verso l’accampamento norglano. Il caldo cominciava a farsi sentire. Le piante, le cui foglie si erano arrotolate strettamente per difendersi dal gelo notturno, ora si aprivano per assorbire i raggi solari. Dovunque, su quel pianeta ancora intatto, la vita sembrava in pieno rigoglio. Solo nella vallata in cui i Norglani si erano accampati la bellezza naturale era contaminata dalla presenza della civilta.

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