Potrebbe essere piu saggio scegliere un pianeta di tipo Terra e stabilirci la, piuttosto che balzellare alla cieca per lo spazio e l’ipersapzio, magari perdendoci tra le galassie e morendo di fame lungo la strada.»

«Meglio morire di fame nel tentativo di raggiungere casa nostra» obbietto Havig, rompendo il silenzio, «che arenarci su un mondo sconosciuto.»

«Forse avete ragione voi» ammise Laurance. «Pero dovremo calcolare tutto accuratamente prima di ulteriori tentativi. A bordo abbiamo riserve di cibo per tre mesi. Questo ci da tempo sufficiente per calcolare e perlustrare. Alla disperata potremo sempre riparare su un pianeta sconosciuto del tipo-Terra. Secondo me…»

Nakamura entro a precipizio nella cabina. Sottovoce disse a Laurance: «Comandante, puoi venire un momento a prua? Vorrei mostrarti qualcosa.»

«Vengo subito. Vogliate scusarmi, signori.»

I due ufficiali uscirono insieme. Nella cabina segui un lungo silenzio.

Bernard fisso lo schermo. Una vista che mozzava il respiro: una sconfinata distesa di stelle, una galassia che nessun occhio umano aveva mai visto prima di allora. Enormi astri dalla luce bianco-azzurra e stelline fioche, rossastre, punteggiavano il campo visivo. E giu, nella parte inferiore dello schermo, era sospesa una piccola e abbagliante nuvola bianca, una specie di matassa con due braccia rotanti alle due estremita. Bernard capi che quella era la sua galassia. La Via Lattea. In qualche punto di quell’immensa macchia di luce, c’era il Sole, la Terra e le migliaia di mondi che costituivano l’impero terrestre. La in mezzo, c’erano anche mondi norglani, e infine altrettanti milioni di mondi disabitati e inesplorati. I due imperi rivali, e forse tutta la vita intelligente dell’Universo, erano la, in quel piccolo insignificante blocco luminoso, non piu grande del pugno d’un uomo.

Bernard trattenne il respiro. E allucinante, penso, contemplare la propria galassia da una distanza di cinquantamila parsec. La prospettiva cambia radicalmente. I valori cambiano. L’Uomo con tutte le sue ambizioni rimpicciolisce drasticamente e quasi si annulla di fronte all’immensita di uno, due… infiniti Universi. Da questa distanza assurda, inconcepibile, nessuna stella della nostra galassia puo essere individuata a occhio nudo. E tuttavia, in quella insignificante massa stellare che s’intravvede li, nell’angolo dello schermo, quanti progetti grandiosi per la conquista dell’Universo sono nati e nascono ogni nuovo giorno?

La risata amara di Stone interruppe i pensieri di Bernard. «Che cos’e peggio?» chiese Stone. «Smarrirsi qua fuori, a cinquantamila parsec da casa, o tornare sulla Terra con l’ultimatum dei Norglani? Tutto sommato, io preferirei aggirarmi in quest’immensita piuttosto che passare alla storia come degli ambasciatori dell’ultima catarsi terrestre.»

«Io no, invece» disse Dominici senza esitare. «Gia, noi due non siamo nella stessa barca. Se torneremo sulla Terra, io sopravvivero di certo alla collera del Tecnarca, e chi sa che non sia tanto fortunato da sopravvivere anche alla guerra con i Norglani. O, altrimenti, potrei sempre sperare in una morte rapida. No, mio caro, non ci tengo affatto a smarrirmi qua fuori. Restare in eterno negli spazi, sul limitare del nulla, in nove Adami e nemmeno una Eva? Eh, no! Non fa per me, amici.»

Bernard, ignorando la discussione continuava a fissare il cielo sconosciuto attraverso lo schermo televisivo.

Pochi giorni prima, diecimila anni-luce gli erano sembrati una distanza quasi assurda. Una distanza raccapricciante, inconcepibile. In realta non lo era affatto. Basta vedere le cose nella loro vera prospettiva. La Terra e Norgla sono praticamente vicine di casa, se il punto di osservazione si sposta a cinquantamila parsec. Spesso, col crescere della distanza, cresce anche il senso della relativita di ogni cosa. Bernard sorrise ironicamente.

E pensare che noi e i Norglani siamo gia convinti di poterci dividere tutto l’Universo. Che arroganza cosmica, che idiozia! Che diritto abbiamo noi, nella nostra piccola insignificante galassia, di avanzare pretese su tutta questa immensita sconfinata?

«E voi che ne dite, Bernard?» chiese Dominici. «Non avete quasi aperto bocca. Che pensate dell’idea di Stone? Preferireste smarrirvi in eterno tra queste galassie sconosciute o essere l’ambasciatore della brutta notizia?»

«Be’, francamente preferirei tornare a casa» rispose Bernard. «Penso di esserne certo. Sento la mancanza dei miei libri, della mia musica… perfino dei miei studenti.»

«Non avete famiglia?» chiese Dominici.

«No, per la verita.» Bernard si adagio contro lo schienale. «Due matrimoni, e tutt’e due falliti. Ho anche un figlio da qualche parte, avuto dalla mia prima moglie. Si chiama David Martin Bernard, e non lo vedo da quindici anni. Credo che non porti nemmeno il nome di suo padre. Gli hanno fatto credere di essere figlio di un altro. Se lo incontrassi per strada, non mi riconoscerebbe, nemmeno sentendo il mio nome.»

«Oh!» Il biofisico era imbarazzato. «Senza volerlo vi ho rattristato con questi ricordi. Scusatemi.»

Bernard si strinse nelle spalle. «No, non vi scusate. Non si tratta di una ferita interna, o di qualcosa di simile. Semplicemente, non ero tagliato per avere una famiglia. Sono incapace di mantenere rapporti umani veri, forse solo come insegnante. Piu che altro, mi dispiace di non essermene accorto in tempo, questo si.» Bernard si chiese perche mai stesse raccontando tutti i fatti suoi. «Invece, solo dopo la rottura del secondo matrimonio, mi resi conto che non avevo il temperamento adatto del marito, che ero uno scapolo nato. E cosi, allo stato attuale, non ho legami familiari sulla Terra. E comunque vorrei tornarvi.»

«Credo che sia cosi per tutti» disse Stone. «Anch’io, prima, non dicevo sul serio. Era solo un paradosso, il mio.»

«Una volta ero sposato anch’io» racconto Dominici, a nessuno in particolare. «Lei era una tecnica di laboratorio, aveva i capelli biondi. Andammo in luna di miele a Farraville, su Arcturus X. Poi, lei mori, dieci anni fa.»

E naturalmente, tu non sei riuscito a consolarti penso Bernard, vedendo un’improvvisa angoscia dipingersi sul volto di Dominici.

Il sociologo si sentiva a disagio. Fino a quel momento, tra i quattro uomini c’era stata molta riservatezza. Ora, invece, le confidenze venivano spontanee, quasi come un sollievo all’immane tensione. Pero, continuando di quel passo, se ognuno avesse preteso di esporre la propria autobiografia a base di delusioni, di amori perduti, di dolori patiti, ben presto la situazione si sarebbe fatta intollerabile. Tutti avrebbero voluto parlare di se, e gli altri avrebbero dovuto aspettare che venisse il loro turno. E Bernard sapeva che la colpa sarebbe stata sua, per aver toccato per primo il tasto delle rivelazioni.

Stone, nel frattempo, aveva preso la parola. «Non mi sono mai sposato» stava dicendo, «e percio in un certo senso non ho nessuno sulla Terra. Be’, naturalmente di ragazze ne ho avute anch’io, ma la cosa non e andata mai in porto, e… be’, tanto ormai non ha importanza. Pero non voglio finire la mia vita su qualche pianeta sconosciuto, lontano dalla Terra. Morire come un cane, solo, dimenticato…»

«Sarebbe la volonta di Dio, no?» osservo Dominici. «Tutto e volonta di Dio. Tanto vale starsene tranquilli e lasciare che Dio ci cosparga di guai. Noi non possiamo fare altro che scuotere stoicamente le spalle e affidarci alla Sua Volonta. Amen.» La voce di Dominici aveva adesso un tono stridulo, provocatorio. «Dico bene, vero, Havig? Voi siete un esperto di Dio. Come mai non avete ancora cominciato a sputare sentenze per consolarci. Come mai… Havig!»

Bernard si giro di scatto.

Uno spettacolo sconcertante. Seduto in disparte tutto solo, come sempre, nella sua cuccetta in un angolo, senza prendere parte alla conversazione, l’allampanato Neopuritano stava vivendo silenziosamente una specie di attacco isterico.

Perfino la nevrastenia, in lui, era contenuta e repressa, come tutte le altre sue manifestazioni. Il corpo era squassato da profondi singulti, ma Bernard si accorse che Havig riusciva a soffocarli con una intensita di concentrazione quasi demoniaca. Gli occhi erano umidi di pianto, la mascella contratta, le mani stringevano spasmodicamente l’orlo della brandina. I singulti lo scuotevano e lui li ricacciava indietro con aria cupa, senza permettere che un solo gemito gli sfuggisse dalle labbra. Il conflitto tra la disciplina ferrea alla quale era abituato e il collasso nervoso era evidente. E l’effetto era quanto mai penoso.

I tre colleghi per un attimo lo fissarono paralizzati dalla sorpresa. Poi Dominici proruppe subito: «Havig! Havig, cosa vi succede? State male, amico?»

«No… non male» rispose Havig con voce fonda, stranamente atona.

«Ma che avete allora? Possiamo fare qualcosa?»

«Si… lasciatemi solo» mormoro Havig.

Bernard fisso costernato il Neopuritano. Per la prima volta, «senti» di essere riuscito a penetrare oltre la

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