«Oh, certo… Non volevo disturbare…»
Mortificato, Bernard se ne torno nello scompartimento passeggeri. Niente era mutato. L’orologio indicava che restavano altre quattordici ore di viaggio nell’iperspazio. Bernard sentiva un certo appetito, ora. Ma il tempo passava e nessuno dell’equipaggio veniva ad annunciare che il pasto era pronto. Bernard aspettava.
«Non avete fame?» chiese Stone.
«Eccome. Ma sembrano cosi indaffarati quando sono andato a prua» disse Bernard. «Forse non hanno ancora avuto tempo di concedersi un intervallo per pensare al pranzo.»
«Aspettiamo ancora un’oretta» disse Stone. «Poi mangeremo senza di loro.»
L’ora trascorse, e anche un’altra mezz’ora. Stone e Bernard ritornarono a prua. Avvicinandosi in punta di piedi, Bernard sbircio nella cabina di comando e vide che i cinque piloti erano piu indaffarati che mai. Con un’alzata di spalle, si allontano, non visto.
«Pare che non abbiano nessuna intenzione di mangiare» disse a Stone. «Be’, noi mettiamoci a tavola, intanto.»
«E gli altri due?»
«Dominici dorme, Havig e assorto nelle sue meditazioni. Quando avranno voglia di mangiare, ci raggiungeranno.»
Cominciarono a tirare fuori le vivande sintetiche. Nakamura teneva la cucina come uno specchio, e ogni cosa era al suo posto. Guardando nella dispensa, Bernard scopri con una certa sorpresa che l’astronave aveva a bordo cibi a sufficienza per un mese almeno.
Preparo le pietanze sintetiche e mangiarono in silenzio. Era la settima ora di viaggio nell’iperspazio. In meno di mezza giornata, la VUL-XV sarebbe rientrata nell’Universo conosciuto, nei paraggi dell’orbita di Plutone.
Tornato in cabina, Bernard si sistemo nella sua cuccetta. Dominici si era svegliato. «Per caso, ho saltato il pranzo?» chiese.
«L’equipaggio e troppo occupato per fare una pausa» spiego Stone. «Ci siamo preparati qualcosa da noi. Dormivate cosi bene che non abbiamo osato svegliarvi.»
«Oh. Bene, bene.»
Dominici se ne ando in cucina per prepararsi un boccone. Havig lo segui. Bernard si sdraio, la testa appoggiata sulle mani, e si fece un sonnellino. Quando si sveglio, restavano sei ore di viaggio. Lui aveva di nuovo appetito.
«Non crediate di avere saltato il pasto» lo consolo Dominici. «La a prua hanno deciso di non magiare piu.»
«Ma davvero?» chiese Bernard. La cosa cominciava a preoccuparlo.
Le ore passarono lente. Ne mancavano tre, poi due, poi una sola. Bernard comincio a contare i minuti. Le diciassette ore di viaggio nell’iperspazio erano ormai trascorse. Adesso era tempo di eseguire la conversione, ma dalla cabina di comando non arrivavano segnali di vita. Ormai la conversione era in ritardo di venti minuti… di trenta… di un’ora.
«Credete che ci sia qualche ragione particolare per questo ritardo?» chiese Stone.
Dominici si strinse nelle spalle. «In queste cose, tutto e possibile. Pero, non sono tranquillo. Non sono affatto tranquillo.»
Dopo tre ore, poiche la conversione non si era ancora verificata, Bernard disse con le labbra secche per la tensione: «Forse dovremmo andare a sentire cos’e successo. Cosa ne dite?»
«Non ancora» rispose Stone. «Pazientiamo ancora un altro poco.»
Si sforzarono di portare pazienza. Solo Havig ci riusci, tutto assorto com’era nei suoi pensieri. Passo un’ora, piu snervante delle altre. All’improvviso echeggio il gong, risonando attraverso tutta l’astronave.
«Finalmente» sospiro Bernard. «Quattro ore di ritardo.»
Le luci diminuirono, l’indefinibile sensazione di passaggio li sfioro, lo schermo torno ad animarsi. Erano di nuovo nell’Universo!
Poi Bernard si acciglio. Lo schermo…
Non era un astronomo, eppure noto l’irregolarita di cio che vedeva. Quelle non erano le costellazioni a lui note. Le stelle non si presentavano cosi nell’orbita di Plutone. Quell’immenso astro dalla luce azzurrognola, con la sua corte di stelline piu piccole… non aveva mai visto quella costellazione. Si senti afferrare dal panico.
Laurance apparve d’improvviso nella cabina. Era pallidissimo, aveva le labbra esangui.
«Che succede?» chiesero Bernard e Dominici insieme.
Laurance rispose in tono calmo: «Raccomandatevi al vostro Dio, se ne avete uno. Siamo usciti di rotta ieri, nell’attimo in cui abbiamo eseguito la conversione. Non sappiamo assolutamente dove siamo, ma probabilmente a piu di centomila anni-luce da casa nostra.»
11
«Volete dire che ci siamo smarriti?» chiese Dominici, con voce addirittura stridula per l’incredibilita.
«Proprio cosi.»
«Perche non ce l’avete detto prima?» disse Bernard. «Perche ci avete lasciati qui a macerarci nell’incertezza per tanto tempo?»
Laurance scrollo lentamente il capo. «Stavamo tentando delle compensazioni di rotta. Cercavamo di ritrovare la via per tornare sui nostri passi, ma e stato inutile. Non c’era traccia di nessuno dei nostri riferimenti di rotta. Tutto quanto facevamo serviva solo a peggiorare le cose. In ultima analisi, non sappiamo proprio niente in fatto di navigazione a velocita ultra-luce.» Laurance adesso aveva le spalle chine. «Poco fa, abbiamo deciso di rinunciare ad altri tentativi, e siamo tornati nell’Universo normale. Ma non c’e un solo punto di riferimento noto. Ci siamo completamente smarriti.»
«Ma com’e potuto succedere?» chiese Stone. «Credevo che la nostra rotta fosse calcolata in precedenza, che tutto fosse predisposto automaticamente in anticipo.»
«In un certo senso e cosi» ammise Laurance. «Ma le regolazioni minori, i dati di posizione, sono ancora affidati all’uomo, e a un certo punto tutto si e confuso. Forse si e trattato di una deviazione meccanica, forse di un errore di calcolo. Non possiamo saperlo.»
«Ha importanze, ormai?» chiese Bernard.
«Oh, per niente. Un errore di un milionesimo di secondo del parallasse nel momento della Conversione, comporta una deviazione di centinaia di anni-luce dalla rotta segnata. E percio… eccoci qua.»
«Dove?» chiese Stone.
«Tutto quello che posso dirvi e pura deduzione; ipotesi campata in aria. Pensiamo di essere emersi dall’iperspazio su per giu nella regione della Nuvola Maggiore Magellanica. Hernandez e di la che fa osservazioni e rilievi. Abbiamo individuato una stella che ci sembra quasi certamente la S Doradus, e in questo caso la nostra ipotesi sarebbe esatta.»
«Percio non siamo poi tanto distanti da casa» disse Dominici con una risatina isterica. «Solo nella galassia accanto, in fondo. Cosa sono cinquantamila parsec, eh?»
«Sapendo dove siamo» disse Stone, «dovrebbe essere possibile ritrovare la strada di casa?»
«Non e detto» rispose Laurance. «Il viaggio nel nonspazio non segue alcuno schema logico. Non c’e correlazione tra tempo e distanza, e nessuna possibilita di stabilire la direzione. Si viaggia alla cieca. In teoria si potrebbe lanciare una nave sperimentale telecomandata, e scoprire dove emerge seguendo la sua rotta con gli strumenti di bordo. Qualora la nave sperimentale emergesse in un punto dell’Universo conosciuto, noi saremmo in grado di duplicare la rotta e quindi di raggiungerla. Purtroppo, noi qui non abbiamo astronavi sperimentali da mandare in avanscoperta. La nostra unica speranza di tornare a casa si affida a calcoli che possono essere anche sbagliati, e bisogna essere preparati al fatto che il nostro prossimo punto di emersione puo essere tanto Andromeda quanto la nostra galassia.»
«Ma se non altro avremo provato, vi pare?» disse Bernard.
«Gia. Solo che non so se e prudente farlo. Ora come ora, ci troviamo in una galassia molto simile alla nostra.
