Sebbene quei cuscini fossero comodissimi, e sembrassero invitare gli ospiti a distendersi comodamente, Bernard e gli altri si tenevano pero rigidamente eretti.

In un attimo, il tempo di un batter d’occhi, altri tre Rosgollani apparvero nella stanza. Guardando dall’uno all’altro, Bernard non riusciva a notare alcuna differenza sensibile. Erano identici, proprio come se fossero stati stampati con la stessa matrice.

«Ora iniziera l’interrogatorio» si senti dire in tutta tranquillita da uno di loro (o avevano parlato tutti insieme?).

«Non rispondete a niente!» scatto Laurance all’improvviso. «Non dobbiamo dare loro nessuna informazione vitale. Ricordatevi, siamo dei prigionieri, anche se per il momento ci trattano con riguardo!»

Nonostante lo scoppio d’ira di Laurance, l’interrogatorio ebbe inizio. Laurance non pote fare proprio niente per impedirlo. Nessuno dei quattro Rosgollani disse una parola, nemmeno in quella loro voce stranamente pensata, eppure, senza possibilita di dubbio, le informazioni venivano date. I Rosgollani stavano semplicemente estraendo dai cervelli cio che volevano sapere, senza prendersi il disturbo di fare domande.

L’interrogatorio parve durare appena un istante, sebbene Bernard non ne fosse affatto sicuro: forse duro ore intere. Bernard non sapeva stabilirne la durata, pero sentiva uscire da se il flusso delle informazioni.

I quattro Rosgollani scoprirono ogni suo segreto o ricordo: la sua infanzia, il suo disastroso primo matrimonio, la sua carriera accademica, interessi vari, secondo matrimonio, secondo divorzio. Tutto questo gli estrassero dal cervello in un istante, lo esaminarono, lo scartarono trattandosi di faccende personali e quindi prive d’importanza.

Poi estrassero da un altro strato della sua memoria gli ordini del Tecnarca, il viaggio sulla colonia norglana, l’incontro fallito con i Norglani, l’avventuroso viaggio di ritorno.

Infine, l’interrogatorio fini. Le antenne di pensiero che i Rosgollani avevano inserito nel cervello dei Terrestri vennero ritirate di colpo. Bernard batte le palpebre, un po’ stordito dalla rapidita con cui era stato interrotto il contatto. Si sentiva esausto, vuoto, prosciugato mentalmente. Aveva l’impressione che il suo cervello fosse stato smontato, esaminato attentamente, e rimontato com’era prima.

E i Rosgollani ridevano.

Non c’era alcun suono nella stanza e, come sempre, le facce degli strani esseri erano velate dalla luce impenetrabile. Ma l’impressione di risa aleggiava nell’aria. Bernard senti di arrossire, e non capiva perche. Non c’era niente nella sua mente di cui dovesse vergognarsi. Aveva vissuto la sua vita, si era dedicato a cose che gli piacevano, non aveva ingannato nessuno, non aveva fatto torto a nessuno, almeno intenzionalmente. Eppure, i Rosgollani ridevano a piu non posso.

Ridono di me? si chiese. O di qualcuno dei miei colleghi? Oppure di tutti, di tutta la razza umana in genere?

Quella risata ultraterrena finalmente si calmo. I Rosgollani si fecero l’uno piu accosto all’altro, i loro campi di luce parvero fondersi stranamente.

«State ridendo di noi!» disse Laurance in tono bellicoso. «Ridete pure esseri superiori della malora!»

Bernard lo tiro di nuovo per la manica. «Laurance…»

La risposta dei Rosgollani fu gentile, e forse leggermente mortificata. «Si, ci siamo molto divertiti. Vi chiediamo scusa, Terrestri, ma ci siamo davvero divertiti!»

Bernard si rese conto all’improvviso che quei Rosgollani non erano poi gli esseri nobili e maturi che lui aveva creduto. Potevano ridere degli sforzi di una razza piu giovane. Ed era una risata di compatimento, di sufficienza. Bernard si acciglio perplesso, tentando di far quadrare quella risata con lo schema-culturale che si stava costruendo sui Rosgollani. Gli angeli non si danno arie di sufficienza penso. Eppure, fino a quel momento lui li aveva considerati quasi come nature angeliche, con queir alone di luce, quella serenita di contegno, quei poteri mentali apparentemente illimitati. Ma gli angeli non avrebbero riso in quel modo dei mortali.

«Vi lasceremo soli per un poco» dissero i Rosgollani. La luce svani. I Terrestri si guardarono l’un l’altro sbalorditi.

«Dunque, questo significa essere interrogati, qui» disse Dominici. «Li sentivo benissimo ispezionare il mio cervello, e non potevo cacciarli fuori dalla mia testa. Che cosa orribile! Dita che tastano il cervello.» Rabbrividi al solo pensarci.

«E cosi, ora siamo come dei graziosi animaletti» disse amareggiato Laurance. «Immagino che i Rosgollani arriveranno da tutto il loro Universo per giocare con noi.»

«Perche poi lo fanno?» si chiese Hernandez. «Perche ci hanno trascinati quaggiu? Per giocare con noi?»

«Ma soprattutto» disse Dominici, «come faremo ad andarcene di qua?»

«E impossibile» dichiaro calmo Bernard. «A meno che, s’intende, i Rosgollani non decidano di lasciarci andare. Direi che, al momento, non siamo affatto gli arbitri della situazione.»

«State diventando un disfattista, Bernard» sbuffo Dominici. «Fin dal momento in cui questi «cosi» si sono impadroniti dell’astronave, vi siete lasciato andare alle piu nere previsioni.»

«No, io guardo solo le cose in faccia. Tanto, non c’e niente da guadagnare illudendo noi stessi. Siamo in un vicolo cieco. Come possiamo sfuggire, Dominici? Rispondete un po’ a questo. Dov’e la nave?»

«Be’… vediamo…»

Dominici tacque. Con un gelido cipiglio sul volto, raggiunse la porta del locale. La porta, al suo avvicinarsi, si apri obbediente e Dominici usci all’aperto. Gli altri lo seguirono attraverso quella cortesissima apertura.

Le verdi colline si stendevano in lente ondulazioni fino all’orizzonte.

Nuvolette leggere rompevano qua e la l’azzurro intenso e metallico del cielo.

Nessun segno dell’astronave.

Niente, assolutamente.

Bernard tentenno la testa con fare significativo. «Visto? Potremmo essere dovunque, su questo pianeta. In ogni punto possibile e immaginabile. A cinque, dieci, anche trentamila chilometri dall’astronave. Sono io che faccio il disfattista? O pensate di tornare indietro col transmat? Con il teletrasporto? A piedi? E da che parte ci dirigiamo? Non e che io voglia fare il guastafeste, e che non vedo come potremmo sperare di svignarcela.»

«Eh, si! Siamo prigionieri» disse amareggiato, Dominici. «Prigionieri di questi… super-esseri.»

«Anche ammesso che potessimo raggiungere l’astronave» disse Havig, «loro ci riporterebbero immediatamente indietro, proprio come hanno fatto la prima volta. Bernard ha ragione. Siamo completamente alla loro merce. E una realta incontestabile.»

«Perche non pregate?» chiese Stone.

Havig si limito a un’alzata di spalle. «Non ho mai cessato di pregare. Ma temo che siamo capitati in una situazione che Dio stesso ha creato per noi, e dalla quale non ci liberera finche non avra raggiunto il Suo scopo.»

Bernard s’inginocchio sul prato dinanzi all’edificio. Strappo uno stelo d’erba dagli orli seghettati con un brusco movimento della mano, provando un piacere perverso nel sentire la lieve puntura dell’erba che gli graffiava la pelle.

Le risate rosgollane avevano tolto ogni fascino mistico a tutta quell’esperienza. Angeli? Ma che razza di angeli. Impadronirsi cosi di altri esseri viventi, costringerli in uno stato di totale impotenza, tenerli in quella specie di sorridente prigionia, significava ferirli nel profondo del loro intimo. Una cosa e mortificare l’orgoglio arrogante di un essere o di una razza. Altra cosa e umiliarla, annichilirla, ridurla nell’impotenza piu totale.

Bernard apriva e stringeva i pugni spasmodicamente. Riandava a un passato recentissimo, pensava alla vita placida ed egocentrica alla quale l’aveva strappato la chiamata del Tecnarca. Allora sedevo nella mia vibrosedia e mi godevo una vita tranquilla. E adesso sono un rappresentante della Terra in chissa quale tribunale macrocosmico.

«Ehi!» grido Dominici. «Del cibo!»

Bernard si volto. Colse un bagliore di luminescenza, e posati sull’erba dinanzi alla casa, vide un certo numero di vassoi. L’appetito gli si risveglio all’improvviso. Si ricordo di essere lontano dall’astronave, lontano dai consueti cibi terrestri, e senza nessuna probabilita immediata di farvi ritorno.

«Tanto vale che ci sediamo e mangiamo» disse. «Il peggio che puo capitarci e di morire.»

Afferro una tartina dorata e l’addento a titolo di esperimento. Gli si sciolse letteralmente in bocca, lasciandogli un sapore di miele. Ne mangio un’altra, poi rivolse la sua attenzione ad alcune verdure azzurrastre che sembravano zucchine; su una caraffa di cristallo che conteneva del limpido vinello bianco; su certa frutta bianca e trasparente che per sapore e consistenza gli ricordava un poco le ciliege terrestri. Era tutto delizioso, e sembrava

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