Alys il proprio messaggio. — Se — ripete, e il fulgore avvampo di furibonda gioia. Emise un’esclamazione.

— Vuoi dire: e se i marescialli sapessero che Felix e io abbiamo un figlio? Cosa farebbero?

— Farebbero — disse Jason. — Non potremmo ascoltare un po’ di musica? Oppure dammi… — Le sue parole si interruppero; non ne affluirono altre al suo cervello. — Gesu — disse. — Mia madre non sarebbe comunque qui. Morte.

Alys inspiro forte l’aria e poi sospiro. — Okay, Jason — disse. — La smettero di cercare di chiacchierare con te. Finche non sarai tornato lucido.

— Parla.

— Vuoi vedere i miei fumetti sado?

— Cosa sono? — chiese lui.

— Disegni, molto stilizzati, di donne legate e uomini…

— Posso sdraiarmi? Non mi funzionano piu le gambe. Mi pare che la destra arrivi fino alla Luna. In altre parole… — Jason riflette. — Me la sono rotta stando in piedi.

— Vieni qui. — Passo dopo passo, Alys lo guido fuori dallo studio, lo porto di nuovo in soggiorno. — Stenditi sul divano. — Con straziante lentezza, lui obbedi. — Vado a prenderti della Torazina. Annullera gli effetti della mescalina.

— E tutto un disastro — disse lui.

— Vediamo. Dove diavolo l’ho messa? Ho bisogno di usarla solo di rado, anzi praticamente mai, pero ne tengo sempre nel caso succeda qualcosa del genere… Porca miseria, non riesci a prendere una sola capsula di mescalina e continuare a essere te stesso? Io ne prendo cinque per volta.

— Ma tu sei gigantesca — disse Jason.

— Torno subito. Vado di sopra. — Alys si diresse verso una porta parecchio lontana. Per un lungo, lunghissimo tempo lui resto a guardarla rimpicciolirsi: come ci riusciva? Era incredibile che potesse restringersi praticamente fino a ridursi a zero. Poi spari. A quel punto, lui provo una paura terribile. Sapeva di essere ormai solo. “Chi mi aiutera?” si chiese. “Devo andarmene da questi francobolli e tazzine e tabacchiere e fumetti sado e reti telefoniche e zampe di rana devo arrivare a quel trabi devo volare via e tornare ai posti che conosco tornare in citta magari da Ruth Rae se l’hanno lasciata andare o persino da Kathy Nelson questa donna e troppo per me come del resto suo fratello loro e il loro figlio incestuoso che sta in Florida e si chiama come?”

Si alzo ondeggiando, avanzo a fatica su un tappeto che gli proiettava addosso milioni di scie di pigmento allo stato puro mentre lui lo percorreva, mentre lo schiacciava con le sue possenti scarpe, e poi, finalmente, sbatte contro la porta d’ingresso di quella stanza instabile.

La luce del sole. Era uscito.

Il trabi.

Avanzo barcollando in quella direzione.

Salito, sedette al posto di guida, annichilito dalle legioni di interruttori, leve, ruote, pedali, quadranti. — Perche non parte? — disse. — Parti! — ordino, cullandosi avanti e indietro sul sedile. — Alys non mi lascera mai andare? — chiese al trabi.

Le chiavi. Ovviamente non poteva decollare senza chiavi.

La giacca di Alys sul sedile posteriore; l’aveva vista. E anche la sua grande borsa. Ecco dov’erano, le chiavi. Ecco dove. Nella borsa.

I due album. Taverner and the Blue, Blue Blues. E il migliore di tutti: There’ll Be a Good Time. Armeggio sul retro del trabi, riusci in qualche modo ad afferrare tutti e due gli album, a trasferirli sul sedile vuoto al suo fianco. “Ho le prove” si rese conto. “Sono qui nei dischi e qui in casa sua. Con lei. Devo trovarle qui, se voglio. Trovarle. Qui e da nessun’altra parte. Nemmeno il signor generale Felix comesichiama le trovera. Non sa. Proprio come me.”

Portando con se i giganteschi album, torno di corsa verso la casa. Attorno a lui fiorivano snelli, alti organismi simili ad alberi che ingurgitavano aria dal dolce cielo azzurro, organismi che assorbivano acqua e luce, divoravano il colore del cielo… Raggiunse il cancello, spinse. Il cancello non si mosse. Il pulsante.

Non lo trovo.

Passo dopo passo. Tastare ogni centimetro con le dita. Come se fosse al buio. “Si” penso, “sono al buio.” Mise giu gli album enormemente grandi, si appoggio al muro a fianco del cancello, massaggio lentamente la superficie gommosa del muro. Niente. Niente.

Il pulsante.

Lo premette, abbranco gli album, resto in piedi davanti al cancello che incredibilmente, lentamente, si apri, gracchiando una sua rumorosa protesta.

Apparve un uomo in uniforme marrone, armato. Jason disse: — Sono dovuto tornare a prendere una cosa che avevo scordato sul trabi.

— E tutto a posto, signore — disse l’uomo con l’uniforme marrone. — L’ho vista uscire e sapevo che sarebbe tornato.

— La donna e pazza? — gli chiese Jason.

— Non sono nella posizione per poterle dare una risposta, signore — rispose l’uomo con l’uniforme marrone, e indietreggio, sfiorando con la mano la visiera del berretto.

La porta d’ingresso della casa era ancora aperta, come l’aveva lasciata lui. Jason rientro, scese gli scalini di mattoni, si ritrovo in quel soggiorno del tutto irregolare, con il soffitto alto due milioni di chilometri. — Alys! — disse. Lei era nella stanza? Scruto con cura meticolosa in ogni direzione, come aveva fatto per cercare il pulsante. Sposto lo sguardo su ogni centimetro visibile della stanza. Il banco all’estremita, con quel bel mobile in noce per le droghe. Divano, poltrone. Quadri alle pareti. Il viso di uno dei quadri si stava facendo beffe di lui, ma a Jason non importava: non poteva lasciare la parete. Il giradischi quadrifonico…

I suoi dischi. Ascoltarli.

Tento di sollevare il coperchio del giradischi, ma non voleva muoversi. Perche? Era chiuso a chiave? No, bisognava spingerlo di lato. Jason lo spinse, e il coperchio si mosse con un rumore terribile, come se fosse stato distrutto. Il braccio. Il perno. Estrasse dalla busta uno dei suoi album e lo sistemo sul piatto. “Questi aggeggi li so far funzionare” si disse, e accese l’amplificatore, regolandolo sulla posizione “phono”. Il pulsante che accendeva il giradischi. Lo premette. Il braccio si sollevo; il piatto comincio a girare, con una lentezza straziante. Che diavolo succedeva? Era sbagliata la velocita? No. Controllo; era a posto. Trentatre giri e un terzo. Il meccanismo ebbe un sussulto, e il disco scese sul piatto.

Il rumore forte della puntina che si appoggiava sui solchi iniziali. I crepitii della polvere. Ticchettii. Tipico dei vecchi album quadrifonici. Non ci voleva niente per danneggiarli: bastava respirarci sopra.

Suoni di fondo. Altri crepitii.

Nessuna musica.

Jason sollevo il braccio, lo sposto piu avanti. Un forte ruggito quando la puntina si appoggio sulla superficie. Lui fece una smorfia, cerco il comando per abbassare il volume. Ma ancora non c’era musica. Non c’era il suono della sua voce che cantava.

La morsa della mescalina cominciava a diminuire. Si sentiva freddamente, lucidamente sobrio. L’altro disco. Lo estrasse in fretta dalla copertina, lo mise sul perno, lo fece scendere sul piatto.

Il suono della puntina che toccava la superficie plastica. Suoni di sottofondo, e gli inevitabili crepitii. Ma niente musica.

Sui dischi non era inciso nulla.

Parte terza

Mai potranno i miei affanni essere placati,
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