— D’accordo, — dissi. — Naturalmente ha ragione lei. E pero deve ammetterlo: e un problema risolvibile, se c’e la voglia di farlo.
— Sono d’accordo. Ma il punto non e questo. Non ti e venuto in mente che stia gettando polvere negli occhi?
— No, — risposi con sincerita.
Gettare polvere negli occhi significa mettere su una falsa traccia, seminare indizi falsi, in breve: far scervellare la gente. Teoricamente, poteva essere benissimo che Lev Abalkin avesse un fine ben preciso, e che tutto questo falso materiale, organizzato da maestro, sul cui significato dovevamo infruttuosamente romperci la testa, servisse solo a farci perdere tempo e forze, distraendoci nello stesso tempo dalle cose importanti.
— No, non e verosimile, — dissi deciso.
— Invece io ho l’impressione che sia verosimile, — disse Sua Eccellenza.
— Lei, naturalmente, puo rendersene Conto meglio, — risposi secco,
— Indubbiamente, — concordo. — Ma purtroppo e solo una mia impressione. Non ho in mano dei fatti. Percio, se NON mi sbaglio, mi pare poco probabile che nella sua situazione si ricordi di Scekn, perda un sacco di energie per trovano, si precipiti nell’altro emisfero, si metta li a far la commedia, e tutto questo solo per gettare di nuovo polvere negli occhi. Sei d’accordo?
— Vede, Eccellenza, io non conosco la situazione, e probabilmente proprio per questo ho un’impressione diversa.
— E quale sarebbe? — chiese con inatteso interesse.
Cercai di formulare le mie impressioni.
— Certo, non gettare polvere negli occhi. In quello che fa c’e una certa logica. Tutto e collegato. Inoltre, usa sempre lo stesso trucco. Non perde tempo e fatica per escogitare un trucco nuovo. Lascia di stucco il suo uomo con una qualche affermazione, e poi sta a sentire che cosa borbotta in risposta la sua vittima… Lui vuole sapere qualcosa, qualcosa della sua vita… piu precisamente del suo destino. Qualcosa che gli e stata nascosta… — Tacqui e poi aggiunsi: — Eccellenza, in qualche modo e venuto a sapere che a lui e legato un mistero della personalita.
Ora tacevamo entrambi. Sullo schermo oscillava la calvizie lentigginosa. Sentivo che stavo vivendo un momento storico. Era uno di quei rarissimi casi in cui le mie deduzioni (non fatti da me raccolti, ma proprio deduzioni, conclusioni logiche) avevano costretto Sua Eccellenza a rivedere le sue idee.
Sollevo la testa e disse:
— Va bene. Va’ a trovare Scekn. Ma tieni presente che piu di tutto mi servi qui.
— Agli ordini, — dissi, e chiesi: — E per quanto riguarda Jasmaa?
— Non e sulla Terra.
— Ma no, — dissi. — E sulla Terra. Si trova nel «Campo di Jan» presso Antonov.
— E da tre giorni sul pianeta Higanda.
— Chiaro, — dissi. Doveva esser cosi. Che coincidenza! E nato lo stesso giorno di Abalkin, e anche lui un figlio postumo, anche lui compare sotto il numero 07.
— Va bene, va bene, — bercio Sua Eccellenza. — Non ti distrarre.
Lo schermo si spense. Riportai al suo posto il videofono e scesi in cortile. La mi inoltrai con cautela attraverso i giganteschi cespugli di ortica e dalla latrina di legno del dottor Goannek uscii sotto una pioggia notturna sulle rive del fiume Thelon.
giugno dell’anno 78. Posto di confine sul fiume Thelon
3
Attraverso il fruscio della pioggia si udiva il mormorio del fiume che scorreva in fondo al burrone, e proprio davanti a me luccicava, bagnato, Un leggero ponte metallico, su cui faceva bella mostra un grande cartello con la scritta: Territorio del popolo dei Testoni. Era un po’ strano vedere che il ponte iniziava nel bel mezzo dell’erba alta. Non solo non c’era un accesso, ma nemmeno uno schifo di gradino. A due passi da me splendeva la finestrella solitaria di un edificio rotondo interrato, che sembrava una specie di caserma. Da li proveniva l’inconfondibile odore del pianeta Saraks, un odore di ferro arrugginito, di muffa, di morte. Sembra strano imbattersi in posti del genere sulla Terra. Si ha l’impressione di essere a casa, di conoscere tutto, e che tutto sia familiare e abituale, e invece no: prima o poi incappi in qualcosa che non lega con il resto… Bene. Che cosa penserebbe a proposito di questo edificio il giornalista Kammeter? Oh! Lui avrebbe gia un’opinione ben precisa.
Il giornalista Kammerer cerco nella parete rotonda la porta, la spinse con decisione e si ritrovo in una stanza col tetto a volta dove non c’era niente, eccetto un tavolo a cui sedeva, con il mento appoggiato sui pugni, un giovane dai lunghi capelli, paludato in un vivace poncho messicano, che assomigliava, per i riccioli ed il viso dolce e affilato, al poeta Aleksandr Blok.[19] Gli occhi azzurri del giovane incontrarono il giornalista Kammerer con uno sguardo del tutto privo di interesse e leggermente sorpreso.
— Ma guarda che architettura qui da voi — esclamo il giornalista Kammerer, levandosi dalle spalle gli schizzi di pioggia.
— A loro piace, — ribatte Aleksandr B., senza cambiare posizione.
— Possibile! — fece sarcastico il giornalista Kammerer, cercando con lo sguardo dove sedersi.
Nella stanza non c’erano sedie libere e nemmeno poltrone, divani, sofa o panche. Il giornalista Kammerer fisso Aleksandr B. Aleksandr B. lo fisso sempre con la stessa indifferenza, non mostrando nemmeno l’ombra dell’intenzione di essere gentile o appena cortese. Era strano. Cioe, inconsueto. Ma si capiva che qui era nell’ordine delle cose.
Il giornalista Kammerer aveva gia aperto la bocca per presentarsi, ma a questo punto Aleksandr B., con stanca rassegnazione, abbasso sulle pallide guance le folte ciglia e… con la meccanica emozione di un robot comincio a dire a memoria il suo testo:
— Caro amico! Purtroppo, lei e venuto fin qui del tutto inutilmente. Tutte le dicerie che le sono giunte e che l’hanno condotta fin qui sono oltremisura esagerate. Il territorio del popolo dei Testoni non puo assolutamente essere considerato come una specie di complesso per l’istruzione ed il tempo libero. I Testoni — un popolo notevole e originale — dicono di se stessi: «Siamo per la conoscenza ma non per la curiosita». La missione dei Testoni rappresenta qui, in veste diplomatica, il suo popolo e non costituisce oggetto di contatti non ufficiali e, ancor meno, di inutile curiosita. Stimato amico! La cosa migliore che lei ora puo fare e di ritornarsene indietro e di spiegare in modo convincente a tutti i suoi conoscenti come stiano veramente le cose.
Aleksandr B. tacque e alzo languidamente le sopracciglia. Il giornalista Kammerer continuo a rimanergli davanti, e questo, evidentemente, non lo meraviglio affatto.
— Naturalmente, prima di salutarci, rispondero alle sue domande.
— E non e per caso tenuto ad alzarsi in piedi? — si interesso il giornalista Kammerer.
Qualcosa di simile alla vivacita guizzo negli occhi azzurri…
— Per esser sincero, si, — confesso umilmente Aleksandr B. — Ma ieri mi sono slogato una caviglia, mi fa ancora male, per cui mi deve scusare…
— Ma certo, — disse il giornalista Kammerer e si sedette sull’orlo del tavolo. — Vedo che i curiosi non le danno tregua…
— Da quando ho iniziato il turno lei e il sesto gruppo.
— Ma io sono solo! — ribatte il giornalista Kammerer.
— Gruppo e un concetto collettivo, — spiego Aleksandr B., diventando ancora piu vivace. — Come cassa per esempio. Una cassa di birra. Una partita di stoffa. Oppure una scatola di cioccolatini. Puo anche succedere che nella scatola non sia rimasto che un cioccolatino. Come lei.
— Le sue spiegazioni mi soddisfano completamente, — disse il giornalista Kammerer. — Ma io non sono un curioso. Sono venuto per affari.
— L’ottantatre per cento dei gruppi — reagi immediatamente Aleksandr B. — viene qui proprio per affari. L’ultimo gruppo — formato da cinque esemplari, compresi un bambino piccolo ed un cane — voleva mettersi
