d’accordo con il capo della missione per delle lezioni di lingua dei Testoni. Ma nella stragrande maggioranza sono dei raccoglitori di xenofolklore. E un’epidemia. Tutti si occupano di xenofolklore. Ma i Testoni non hanno folklore — E una fandonia! Il burlone Long Muller ha pubblicato un libriccino alla maniera di Ossian,[20] e tutti sono impazziti… «O arbori frondosi, dalle migliaia di code, che celate i vostri tristi pensieri nei tronchi pelosi e caldi! Migliaia e migliaia di code avete e nemmeno una testa!…» E i Testoni, fra l’altro, non hanno affatto il concetto di coda! La coda per loro e l’organo di orientamento, e se si dovesse tradurre in modo adeguato allora si dovrebbe tradurre non coda, ma bussola… «O arbori dalle migliaia di bussole!» Ma lei non mi pare sia un folklorista…

— No, — confesso sincero il giornalista Kammerer. — Sono molto peggio. Sono un giornalista.

— Sta scrivendo un libro sui Testoni?

— In un certo senso. Perche?

— No, cosi. Prego. Lei non e ne il primo ne l’ultimo. Ha mai visto dei Testoni?

— Si, certo.

— Sullo schermo?

— No, sono io che li ho scoperti sul pianeta Saraks…

Aleksandr B. addirittura fischio.

— Ma allora lei e Kammerer?

— Al suo servizio.

— Ma no, sono io al suo servizio, dottore! Ordini, esiga, faccia a suo piacimento.

Mi ricordai immediatamente della conversazione di Kammerer con Abalkin e spiegai in fretta:

— Io li ho soltanto scoperti, e niente altro. Non sono affatto uno specialista di Testoni. Ed ora mi interesso non dei Testoni in genere, ma di un unico Testone, il traduttore della missione. Per cui se lei non ha nulla in contrario… andrei da lui.

— Ma prego, dottore! — Aleksandr B. fece un gesto di meraviglia. — Non pensera mica che stiamo qui a far la guardia? Niente affatto! Prego, passi pure! Sono in molti ad andare. Gli spieghi che sono dicerie, voci, esagerazioni, loro annuiscono, salutano e se ne vanno — e sgattaiolano attraverso il ponte…

— E poi?

— Dopo un po’ ritornano. Molto delusi. Non hanno visto niente e nessuno. Boschi, alture, sfaldamenti, paesaggi affascinanti, tutto questo ovviamente c’e, ma i Testoni non ci sono. Intanto, vivono di notte; poi, vivono sotto terra e, terzo, si incontrano solo con quelli con cui si vogliono incontrare. Ecco, proprio per questo siamo qui noi, per allacciare i contatti…

— E chi sarebbe noi? — chiese il giornalista Kammerer. — Il COMCON?

— Si. Siamo tirocinanti. Facciamo dei turni qui. Ogni ora c’e un collegamento da entrambe le parti… Chi e il traduttore che cerca?

— Cerco Scekn-Itrc.

— Proviamo. Lui la conosce?

— No. Ma gli dica che voglio parlare con lui di Lev Abalkin, che lui conosce certamente.

— Figuriamoci! — disse Aleksandr B., e si avvicino il selettore.

Il giornalista Kammerer (e si, lo confesso, anche io), con un’ammirazione che sconfinava nella venerazione, osservo come quel giovane dall’aspetto delicato di poeta romantico all’improvviso strabuzzasse gli occhi e, storcendo le belle labbra in un’impensata trombetta, cominciasse a gorgheggiare, ad anatrare, a ululare, come trentatre Testoni messi insieme (nella quiete del bosco notturno, accanto a una strada asfaltata disselciata, sotto il cielo opaco e fosforescente di Saraks), e come questi suoni sembrassero appropriati a quell’ambiente vuoto, con la volta ad arco, le pareti spoglie e ruvide. Poi tacque, chino il capo e si mise ad ascoltare una serie di schiocchi ed ululati in risposta, ma le sue labbra e la parte inferiore del cranio continuavano a muoversi stranamente, come se lui le tenesse pronte a continuare il colloquio. Era piuttosto sgradevole a vedersi, e il giornalista Kammerer, nonostante tutta la sua ammirazione, ritenne indispensabile distogliere gli occhi per delicatezza.

Del resto il colloquio non duro molto. Aleksandr B. si rilasso sullo schienale della sedia e, massaggiandosi delicatamente la parte inferiore del cranio con le lunghe dita pallide, disse in fretta, quasi soffocando:

— Pare che sia d’accordo. Non vorrei pero darle troppe speranze: non sono del tutto sicuro che abbia capito bene. Due livelli di significato li ho capiti, ma mi sembra che ce ne fosse ancora un terzo… In breve, attraversi il ponte, trovera un sentiero che porta nel bosco. Lui le verra incontro. Cioe, lui la esaminera… No, come dire… Sa, non e difficile capire la lingua dei Testoni, e difficile tradurla. Come per esempio lo slogan: «Siamo per la conoscenza, ma non per la curiosita». E, fra l’altro, un esempio per una buona traduzione. «Non per la curiosita» si puo intendere come «non siamo curiosi inutilmente» oppure come «non guardateci con curiosita». Capisce?

— Capisco, — disse il giornalista Kammerer, scivolando giu dal tavolo. — Lui mi osservera e decidera se vale la pena parlare con me. Grazie per il suo aiuto.

— Ma si figuri! Era mio dovere… Aspetti, prenda il mio impermeabile, sta piovendo…

— Grazie, non c’e bisogno, — disse il giornalista Kammerer e usci sotto la pioggia.

3 giugno dell’anno 78. Scekn-Itrc, il Testone

Erano circa le tre del mattino, ora locale; il cielo era coperto di nuvole, e il bosco era fitto, e quel mondo notturno mi pareva grigio, piatto e fangoso, come una vecchia fotografia sporca.

Ovviamente, lui mi trovo per primo e, probabilmente, per cinque minuti, forse per dieci, mi segui per un sentiero parallelo, nascondendosi nel folto sottobosco. Quando finalmente mi accorsi di lui, lui lo capi quasi all’istante e subito si trovo sul sentiero davanti a me.

— Sono qui, — annuncio.

— Lo vedo, — dissi.

— Parliamo qui.

— Va bene.

Si sedette proprio come un cane che parli col suo padrone, un cane grosso, robusto, dal gran testone e le piccole orecchie triangolari ritte, con grandi occhi rotondi sotto l’ampia fronte massiccia. Aveva la voce un po’ rauca, e parlava senza il minimo accento, per cui solo le frasi brevi, spezzettate e la precisione un po’ eccessiva nell’articolare facevano capire che era uno straniero. E ancora: puzzava. Ma non di cane bagnato, come ci si poteva aspettare; era un odore di tipo inorganico, qualcosa di simile alla califolia riscaldata. Uno strano odore, piu di un meccanismo che di un essere vivente. Su Saraks, mi ricordo, i Testoni avevano tutto un altro odore.

— Che cosa vuoi? — chiese.

— Ti hanno detto chi sono?

— Si. Sei un giornalista. Scrivi un libro sul mio popolo.

— Non e proprio cosi. Scrivo un libro su Lev Abalkin. Lo conosci.

— Tutto il mio popolo conosce Lev Abalkin. Questa era una novita.

— E cosa ne pensa il tuo popolo di Lev Abalkin?

— Il mio popolo non pensa niente di Lev Abalkin. Lo conosce.

A quanto pare, qui cominciavano le sabbie mobili linguistiche.

— Volevo dire: qual e l’opinione del tuo popolo su Lev Abalkin?

— Lo conosce. Ognuno. Dalla nascita fino alla morte.

Mi consigliai con il giornalista Kammerer e decisi di lasciar perdere questo argomento. Chiesi:

— Che cosa puoi raccontare su Lev Abalkin?

— Niente, — rispose brevemente.

Ecco quello che temevo piu di tutto. Lo temevo talmente che nel subconscio avevo respinto persino la possibilita di trovarmi in una tale situazione e vi ero assolutamente impreparato. Mi confusi nel modo piu penoso, e lui intanto si porto la zampa anteriore al muso e comincio a succhiarsela rumorosamente in mezzo alle unghie. Non come fanno i cani, ma piuttosto come fanno i gatti.

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