trafelato, gli avevo riferito che Prest il Taciturno era stato finalmente preso con le mani nel sacco e stava seduto giu in macchina con il bavaglio davanti alla bocca. Ero stato io a prendere il Taciturno, ma allora non mi ero ancora reso conto di una cosa che era invece chiarissima al Nomade: erano finiti i sabotaggi e i convogli di grano gia l’indomani sarebbero partiti alla volta della capitale…
E anche adesso, si rendeva chiaramente conto di qualcosa a cui io non avevo pensato, ma chissa perche non mi sentivo affatto soddisfatto. Non avevo preso nessuno, non c’era nessuno che, con il bavaglio alla bocca, aspettasse di essere interrogato. C’era solo un uomo misterioso, dal destino avverso, che si aggirava sulla Terra, si aggirava, non trovava pace, si aggirava, come avvelenato, e lui stesso avvelenava tutti quelli che incontrava, offendendoli e ferendoli, tradiva e diventava lui stesso vittima di tradimento…
— Ti ricordo ancora una volta, Mak, — disse improvvisamente sottovoce Sua Eccellenza, — che e pericoloso. Ed e tanto piu pericoloso, perche lui stesso lo ignora.
— Ma insomma si puo sapere chi e? — chiesi. — Un androide matto?
— Gli androidi non possono avere segreti della personalita, — disse Sua Eccellenza. — Non ti distrarre.
Mi infilai le lappole nella tasca della giacca e sedetti impettito.
— Ora puoi andartene a casa, — disse Sua Eccellenza. — Fino alle 19.00 sei libero. Poi, cerca di trovarti nelle vicinanze, entro il perimetro della citta, e aspetta la mia chiamata. E probabile che stanotte cerchi di introdursi nel museo. Allora lo prenderemo.
— Va bene, — dissi senza alcun entusiasmo.
Mi fisso come se mi soppesasse.
— Spero che tu sia in forma, — sbotto. — Lo dobbiamo prendere in due ed io sono ormai troppo vecchio per simili esercizi.
4 giugno dell’anno 78. Il Museo delle Civilta Extraterrestri
All’1.08 il radiobracciale al mio polso squitti, e la voce soffocata di Sua Eccellenza borbotto una specie di scioglilingua: «Mak, il museo, l’entrata principale, svelto…».
Chiusi la cappotta della cabina, perche non ci fosse troppa aria, e accesi il motore, accelerando sul posto. Il bioplano spicco il volo a candela nel cielo stellato. Tre secondi per frenare. Ventidue secondi per atterrare e orientarmi. La Piazza della Stella era vuota. Davanti all’ingresso principale non c’era nessuno. Strano. Aha. Dalla cabina del trasporto-zero all’angolo del museo appare una lunga figura nera. Scivola fino all’ingresso principale. E Sua Eccellenza.
Il bioplano atterro silenziosamente davanti all’ingresso principale. Immediatamente sul quadro si accese la lampadina segnaletica, e la voce dolce del robot-ispettore disse con tono di rimprovero: «E vietato atterrare con il bioplano sulla Piazza della Stella…». Abbassai la cappotta e balzai in strada. Sua Eccellenza gia si dava da fare davanti alle porte, maneggiando il grimaldello magnetico.
«E vietato atterrare con il bioplano sulla piazza della…» — continuava ad annunciare il robot-ispettore.
— Fallo star zitto… — bercio Sua Eccellenza fra i denti, senza voltarsi.
Chiusi la cappotta. In quello stesso istante l’ingresso principale si spalanco.
— Dietro di me! — ordino Sua Eccellenza e si tuffo nell’oscurita.
A mia volta mi tuffai sulle sue tracce. Proprio come ai vecchi tempi. Mi faceva strada silenzioso, lungo, allampanato, angoloso, di nuovo leggero e abile, vestito di nero, simile all’ombra di un demone medioevale, e pensai di sfuggita che, probabilmente, nessuno dei nostri odierni sbarbatelli avrebbe mai visto Sua Eccellenza cosi, e forse l’aveva visto solo il vecchio Elefante, e si, anch’io, quindici anni prima.
Mi condusse, attraverso una serie di curve complicate e tortuose, da una sala all’altra, da un corridoio all’altro, orientandosi senza sbagliare fra stand e vetrine, fra statue e bozzetti che assomigliavano a meccanismi imperfetti, e fra meccanismi e apparecchi simili a statue mostruose. Non c’era luce. Evidentemente l’illuminazione automatica era stata spenta prima, ma lui non si sbaglio nemmeno una volta e non perse la strada, sebbene sapessi che la sua vista di notte fosse di gran lunga peggiore della mia. Si era ben preparato a questo blitz notturno, la Nostra Eccellenza, e finora se la stava cavando niente male, a parte il respiro. Respirava troppo forte, ma non c’era niente da fare. L’eta. Maledetti anni.
All’improvviso si fermo e, appena gli fui accanto, mi strinse con la mano la spalla. In un primo momento mi spaventai, pensai che avesse avuto un infarto, poi capii: eravamo giunti alla meta ed ora aspettava semplicemente che gli diminuisse l’affanno.
Mi guardai intorno. Tavoli vuoti. Lungo le pareti, scaffali ricolmi di stranezze extraterrestri; proiettori xenografici accanto alla parete piu lontana. Tutto questo l’avevo gia visto. Ero gia stato qui. Era lo studio di Maja Tojvovna Glumova. Ecco, quello era il suo tavolo, e in quella poltrona si era seduto il giornalista Kammerer…
Sua Eccellenza lascio la mia spalla, ando verso gli scaffali, si chino e li passo in rassegna, senza raddrizzarsi. Cercava qualcosa. Con il corpo leggermente all’indietro, prese fra le braccia un oggetto lungo, una specie di travicella piatta dagli angoli arrotondati. Con cura, senza il minimo rumore, poso quell’oggetto sul tavolo, rimase un istante impietrito ad ascoltare, e poi all’improvviso, come un prestigiatore, tiro fuori dalla tasca sul petto una lunga sciarpa colorata con la frangia. Con un movimento abile, la spiego e la getto sopra la travicella. Poi si volto verso di me, si attacco al mio orecchio e in modo appena percettibile sussurro:
— Appena tocca la sciarpa, prendilo. Se ci nota prima, prendilo. Monta qui di guardia.
Montai la guardia da un lato della porta. Sua Eccellenza, dall’altro.
All’inizio non sentii niente. Stavo in piedi, con la schiena contro la parete, calcolavo meccanicamente le possibili varianti di sviluppo degli avvenimenti e fissavo la sciarpa distesa sul tavolo. Interessante, in nome di che cosa Lev Abalkin vorra avvicinarcisi? Se quella travicella gli serve tanto, come fara a sapere che e nascosta sotto la sciarpa? E che cos’e quella travicella? Assomiglia all’astuccio di un intravisore portatile. Oppure di uno strumento musicale. Ma no. E troppo pesante. Non ci capisco niente. E chiaramente un’esca, ma se e un’esca, non e quella giusta…
A questo punto sentii un rumore. Bisogna dire che era un rumore forte: da qualche parte, nelle viscere del museo, stava franando qualcosa di enorme, metallico, che andava in pezzi nella caduta. Mi ricordai all’istante della gigantesca matassa di filo elettrico che, poco tempo prima, con tanta cura le ragazze del museo avevano sistemato con i saldatori molecolari. Guardai Sua Eccellenza. Anche lui era in ascolto e anche lui era perplesso.
Il tintinnio, lo sferragliare, il suono, a poco a poco cessarono, e di nuovo si fece silenzio. Che un Progressore, un professionista, un maestro nel nascondersi facesse irruzione alla cieca in quell’enorme edificio? Improbabile. Certo, poteva essere che la manica gli si fosse impigliata all’unico filo penzolante… No, non era possibile. Ad un Progressore non poteva accadere niente di simile. Oppure qui, sull’innocua Terra, il Progressore aveva fatto gia in tempo a rilassarsi… Difficile. Comunque, stiamo a vedere. In ogni caso ora sta immobile su un piede solo e sta ad ascoltare, e rimarra ad ascoltare cinque minuti buoni…
Lui non ci pensava proprio a stare immobile su un piede solo e ad ascoltare. Si stava avvicinando a noi e il suo movimento era accompagnato da una cacofonia di rumori, diversi e assolutamente fuori luogo per un Progressore. Trascinava i piedi e ciabattava rumorosamente. Urtava contro gli stipiti delle porte e le pareti. Una volta fini contro un mobile e proruppe in una serie di esclamazioni poco chiare, con una prevalenza di sibilanti. E quando sugli schermi dei proiettori caddero deboli riflessi elettrici, i miei dubbi divennero certezza.
— Non e lui, — dissi a Sua Eccellenza, quasi ad alta voce.
Sua Eccellenza annui. Aveva l’aria dubbiosa e cupa. Ora stava dall’altro lato della porta, con la faccia verso di me, a gambe larghe e con il muso lungo, e si poteva facilmente immaginare che fra un minuto avrebbe preso il falso Progressore per il bavero con entrambe le manie, scuotendolo, gli avrebbe berciato in faccia: «Chi sei e cosa stai facendo qui, piccolo bastardo?».
E mi figuravo il quadro con tanta chiarezza, che all’inizio non mi meravigliai nemmeno, quando con la mano sinistra si sbottono la giacca nera e con la destra infilo sotto l’ascella il suo “duca” preferito calibro ventisei, come se si liberasse le mani in vista della presa e dello scuotimento.
Ma quando finalmente capii che per tutto questo tempo aveva avuto in mano quel caricatore da otto,
