castello, percio concludo che e un caso che mi abbia confinato qui, con queste vecchie raccolte di giornali e — in bacheche di vetro — trofei di antiche cacce. Mammiferi, uccelli e pesci guardano fuori, con occhi vitrei, in pose irrigidite, come goffi antenati nei ritratti. Le bacheche sono serrate, e non trovo le chiavi; per questo forzo alcuni di questi sarcofagi trasparenti, scheggiando il legno e incrinando il vetro.
Guardando l’uccello impagliato, il pesce sventrato, la volpe e la lepre con gli occhi di vetro, picchietto i loro occhi duri e morti, annuso il piumaggio che non conosce polvere e accarezzo le loro strane pelli secche. Penne e squame resistono alla mia mano. Li tengo davanti alla luce della candela per tentare di scorgere il legame che li unisce, il loro lentissimo trapasso dal mare all’aria, dalle squame alle penne, da coda a coda, da iridescenza a iridescenza; a quel legame, a quel trapasso tali estremita rimandano, esprimendo la glaciale ed erratica continuita dell’evoluzione.
Apro una finestrella che da sul fossato e lancio gli uccelli: cadono. Spingo fuori i pesci, verso le acque: stanno a galla. Suppongo che questo riveli l’elemento aggiuntivo: l’animazione presente nelle cose viventi che sovrasta tutto il resto e fa si che fuoco, aria, terra e acqua sembrino piu simili l’uno all’altro di quanto possano mai essere affini a essa.
Proprio cosi: l’uccello e il pesce, distinti per elemento vitale, sono piu simili l’uno all’altro di quanto entrambi lo siano a noi. (Distendo le ali non infilzate — stridono contro la loro carena. Il corpo flessuoso della trota, un unico muscolo avvolto in un tessuto color arcobaleno, rimane rigido come un osso.) Ma la loro e la bellezza degli estremi, e ricordo di aver scorto una volta il profilo di un pipistrello contro il fascio di luce di un proiettore: la sua pelle era come carta traslucida, ogni osso, lungo e sottilissimo, era distinto in quella radiografia di un volo. La creatura era aggraziata, ma il profilo di un arto allungato, la forma dell’artiglio, tesa e contorta fino a diventare meta di tutta l’ala, sembravano un’assurda distorsione, una forma folle ed esagerata di cui la natura dovrebbe in verita sentirsi colpevole. La grazia e l’equilibrio conferiti all’animale da quell’esagerata correzione delle sue parti ereditate, da mano ad ala, e qualcosa che ha bisogno di tempo e di una mente che lo plasmi con tale decisione.
Butto via quelle cose inutili, le brucio sul letto delle pagine. Prima di coricarmi, su una piattaforma di scatole, tappeti e mantelli, mangio il piatto di pavone arrosto che hai convinto la luogotenente a mandarmi.
La notte ho sognato, e nel naufragio ambrato dei tuoi occhi, come un vetro infranto che contiene il tuo spirito gelido, nuotavano lente immagini confuse di un fato piu luminoso. Era, alla fine, la solita cosa, l’usuale specialita della casa della nostra mente, una spiacevole lotta combattuta fra le pieghe imbottite del cervello; desiderio espresso con l’intento di impressionare. Eppure, come un libro antico da fuoco o umidita contorto, ai bordi di questa fantasia si acquattava il mio pensiero sommerso (o il sogno e il fuoco, che consuma, la mente e il centro, il frammento intatto, la prosa ridotta, promossa a fortuita poesia).
E io ti ho scritta, mia cara; ho lasciato il mio segno, l’inchiostro e colato dalla mia penna, sei rimasta macchiata, e non solo la mia lingua ha sferzato, cadendo. Tagliata, ferita, legata, presa, lasciata, vuoi cio che non vuoi e lo ottieni; un destino piu benevolo, mi fa comodo pensare, che volere davvero cio che fai, e non averlo.
Ma per essere all’occasione meno che tenero, ti ho resa piu rara, e cio che abbiamo in comune non viene spesso condiviso. Ho osservato domestici, contadini, artigiani, segretari diventare quella timida bestia, ho notato la loro insulsa uguaglianza con il nostro stato, e di quell’intima ordinarieta, di quella normalita compiaciuta e inconsapevole, sono rimasto perversamente disgustato.
Ho stabilito, per quanto a freddo, che perche qualcosa in questa vita, questo pensiero fuggevole, questo filo di senso in tutto il caos universale che ci circonda abbiano valore, siano in qualche modo degni, io, noi, dobbiamo sottrarci a tali obiettivi terreni, distaccarci sia nella messa in scena di quell’atto abituale sia nei vestiti, nell’abitazione, nel parlare e nelle maniere accessorie. Pertanto ho degradato entrambi allo scopo di distaccarci dal volgo fin dove riesce a spingersi la mia immaginazione, sperando — in virtu di una simile imprudenza — di rendere entrambi prudentemente separati.
E tu, mia meschina adorata, non mi hai mai biasimato. Nonostante tutto quell’estatico dolore e la necessaria malvagita; con tutto quello che e passato dalle tue labbra, non una parola di abiura ti e affiorata alla bocca.
Oh, tu eri sempre perduta nelle profondita di qualche calmo giudizio, sempre rapita, sempre ammantata del semplice ma entusiasmante impegno di essere te stessa; ho visto la scelta dell’abito da mattino che ti occupava quasi fino al pranzo, sono stato testimone della ricerca dell’unico perfetto profumo, ti ho osservata mentre dedicavi un pomeriggio o anche piu all’operazione delicata e impegnativa di spalmarti un unguento sulla pelle, strofinartela con lentezza e annusarti con cura, ho visto che un semplice sonetto ti assorbiva per una sera di tormentati sospiri, ti ho scoperta intenta e seria, l’immagine stessa della sincerita assoluta, a soppesare per tutta una sera ogni parola di qualche insopportabile pedante, e sapevo che dormendo, l’avrei giurato, ti eccitavi fino all’orgasmo e poi ripiombavi nel piu profondo dei sonni senza nemmeno svegliarti davvero.
Eppure credo ancora che tu la pensi come me, nonostante le differenze.
Noi soli siamo completi, noi soli siamo ordinati, mentre gli altri — distribuiti, ammassati come granelli di sabbia, questi profughi — non sono che luce casuale, un sibilo bianco, una pagina vuota, uno schermo sfarfallante, il rinnovato decadimento da uno stato di grazia al quale noi possiamo almeno aspirare con tutte le nostre forze.
Sbatte, azzanna — credo di sentirla — nell’aria sopra la mia mente che mulina — la pelle della vecchia tigre artica, come se, agitando una zampa e battendo l’altra, salutasse la notte.
SEI
Giunge splendente il mattino; l’aurora dalle dita insanguinate incendia mari d’aria con la sua luce zelante e costringe la terra a un’altra falsa partenza. I miei occhi si schiudono come fiordalisi, pungono, incrostati della loro impura rugiada, e poi si imbevono di quella luce.
Mi alzo, mi trascino fino a inginocchiarmi a una delle strette finestre della torre, mi strofino il sonno dagli occhi e guardo fuori per essere testimone dell’aurora.
Brandita come una spada di fuoco, la luce del sole colpisce questa grigia pianura e ne fa un calderone dove i vapori si moltiplicano e si radunano per scomparire poi nell’aria limpida, dissolti nella distesa oceanica del cielo.
Osservo tutto cio mentre mi libero delle mie scorie: con una lenta parabola, il mio personale contributo al fossato zampilla dorato nella foschia luminosa del nuovo giorno e tocca schiumando le scure acque piu sotto, e ogni goccia colpita dal sole, nettamente delineata, e la maglia lucente di una catena d’oro, e una curva matematica, e una metafora della luce.
Torno alleggerito al mio letto di fortuna accanto al caminetto freddo, pieno di pagine bruciate; vorrei semplicemente riposare, ma mi riaddormento di nuovo, e mi risveglio solo al rumore di una chiave che gira e a una serie di colpi alla porta.
«Signore?»
Mi siedo sul letto, disorientato dalla vacuita del sonno, ripreso senza bisogno e poi bruscamente interrotto.
«Buon giorno, signore. Le ho portato un po’ di colazione.» Il vecchio Arthur, senza fiato dopo la faticosa ascesa sulla scala a chiocciola, apre col corpo la porta e deposita un vassoio su una cassa. Mi guarda con un’aria di scusa. «Posso sedermi, signore?»
«Certo, Arthur.»
Crolla riconoscente su una sedia carica di giornali e provoca una nube di polvere che si solleva pigra nelle lame di luce che penetrano dalle finestre. Il suo petto si alza e si abbassa, lui allarga le gambe ed estrae dalla tasca un fazzoletto per asciugarsi la fronte.
«Chiedo scusa, signore. Non sono piu giovane come una volta.»
Ci sono circostanze in cui, semplicemente, non c’e nulla da dire; se qualcuno della mia condizione avesse pronunciato una frase del genere, avrei scelto una replica con la ghiotta e giudiziosa esultanza di un cacciatore alla posta che ha appena identificato un perfetto e ignaro esemplare della sua preda, e deve decidere quale fucile usare. Con un vecchio e apprezzato domestico, un diletto del genere sarebbe fuori luogo, avvilente per me e per lui. Ne ho conosciuti alcuni, di quelli che appartengono per nascita al nostro rango ma non lo meritano, che
