vibrano le luci dietro le tende tirate, echeggiano grida fra le mura del castello come voci delle pietre, e il castello, piu di noi, sembra respirarci intorno.
Insisto. «Come e andata la giornata?»
Un’altra esitazione. «Abbastanza bene.»
«C’e qualcosa che vorresti dirmi?»
Pieghi appena la testa e mi guardi. «Cosa vuoi sapere?»
«Dove siete stati. Cosa e successo.»
«Sono stata con Lu» mi dici, con la testa voltata. Cerco di alzare una mano verso di te, ma sono rimasto impigliato fra le coperte aggrovigliate. Devo scivolare per tutto il letto, sbuffando, per liberarmi dal nodo. «Abbiamo attraversato le colline», continui. Adesso ho liberato la mano, ma non riesco ad accumulare abbastanza furia per colpirti. Potrei averti attribuito troppo spirito, in ogni caso. «Sono stata con Lu.» Forse non voleva dire nient’altro che quello che suggerisce l’interpretazione piu innocente. In piu, mi torna in mente, ho deciso di non essere geloso. Passo la mano ormai libera fra i miei capelli, poi fra i tuoi. Libero fuscelli che cadono sul cuscino.
«E successo qualcosa?» ti chiedo.
«Hanno trovato una capra, legata a un palo in una fattoria. In un’altra c’era una cisterna di gasolio che hanno cercato di svuotare ma non ci sono riusciti. Hanno bucato la cisterna per riempire alcuni bidoni ma hanno scoperto che conteneva solo acqua. C’era un posto che hanno detto doveva essere un orfanotrofio, a ovest. Io non ne avevo mai sentito parlare. I bambini erano stati tutti crocifissi.»
«Crocifissi?» chiedo corrugando la fronte.
«Ai pali del telegrafo. Sulla strada. Venti, anche di piu, tutti lungo la strada. Ho perso il conto. Stavo piangendo.»
«Chi puo aver fatto una cosa del genere?»
«Hanno detto che non lo sapevano.» Ti volti verso di me. «Subito dopo, hanno incontrato un uomo e gli hanno sparato. Tutti insieme, tutti nello stesso momento. Si stava allontanando e aveva delle scatolette che secondo loro aveva rubato all’orfanotrofio. Lui aveva detto di non aver visto i bambini, ma si capiva benissimo che mentiva.»
«E dopo?»
«Hanno trovato una cava sulle colline, con un deposito di dinamite, ma era vuoto.»
«E poi?»
«Hanno parlato con la gente che c’era sulla strada: profughi. Li hanno minacciati ma non hanno fatto loro del male; hanno detto una cosa che i soldati volevano sapere. Siamo saliti sulle colline, su un camion. Credo che siamo passati dalla casa degli Anders. Alcuni soldati sono andati avanti, sui cavalli che hanno preso in una fattoria vicina, e gli altri hanno continuato a piedi. Io sono rimasta alle jeep con due di loro. Sono tornati tutti dopo un po’ senza aver trovato niente. Ormai era buio. Troppo buio.»
«E dopo?»
«Siamo tornati indietro. Oh, abbiamo attraversato un ponte sul fiume, e c’erano barche con molta gente morta dentro; uno dei loro esploratori le aveva viste gia ieri. Hanno tirato in secco le barche e le hanno nascoste, nel caso che ne abbiano bisogno in seguito. I morti li hanno lasciati galleggiare nel fiume. Questo mentre tornavamo a casa.»
«Una giornata piena di avvenimenti.»
Fai cenno di si. Il fuoco getta ombre tremolanti sul soffitto stuccato e sulle scure pareti ricoperte di legno.
«Una giornata piena di avvenimenti», sussurri.
Non dico niente per un po’. «E andato tutto bene, per te?» ti chiedo alla fine. «La luogotenente ti ha trattata bene?»
Resti a lungo in silenzio. Le ombre del fuoco continuano la loro danza. Poi dici: «Con tutta la deferenza e la stima che sono arrivata ad aspettarmi da lei».
Non so cosa dire. Percio non dico niente. Osservo invece la nostra situazione. Tu resti sdraiata, immobile, e io ti guardo, e rimaniamo cosi — in osservazione, immobili — come se quell’istante fosse senza tempo.
Ma non siamo mai cosi; i miei pensieri contraddicono la loro stessa genesi. Gia il tempo non e senza tempo, figuriamoci noi. Siamo vittime volontarie della nostra rapidita e, mentre il comportamento piu elegante sarebbe stato quello di voltarmi e ignorarti, non ho fatto cosi. Invece ho steso una mano, ho fatto uno sforzo, e per un istante ho deciso di non decidere piu e poi, guidato nell’azione da un livello di pensiero piu rozzo e piu semplice, ho afferrato il bordo delle coperte e le ho stese sopra di te.
Ho sognato l’estate, nel mio nuovo sonno, ho sognato il periodo, molti anni fa, in cui la nostra relazione era nuova e fresca e ancora segreta, o cosi pensavamo, e tu e io facemmo un picnic, guidando i cavalli verso un lontano prato in mezzo alle colline boscose.
Queste energiche galoppate ti eccitavano sempre, e cosi proseguimmo, con te di fronte a me, con le gambe a cavalcioni, impalata, con la gonna che copriva la nostra unione, mentre quel vigoroso cavallo, rassegnato, girava in tondo nell’arena nascosta e illuminata dal sole, nella radura coperta di fiori e rumorosa di insetti, e la muscolosa e scattante vigoria dell’animale ci condusse alla fine, nonostante la nostra relativa immobilita (ipnotizzati, dimentichi, perduti in quell’istante prolungato di luce screziata e aria ronzante, dopo aver ceduto ogni controllo ai movimenti pulsanti dell’animale), alla dolce reciprocita della beatitudine.
Benche io abbia sempre preferito l’ingiustizia poetica alla probita prosaica, sarebbe stato un peccato, credo, se cio che ci ha svegliato la mattina ci avesse all’istante fatto riaddormentare, cosi da farci giacere per sempre, in un modo o nell’altro.
Il tuo sonno e sempre stato piu profondo: ho visto spesso il tuo lento risveglio richiedere piu del canto di un gallo. Oggi pero la sveglia la suona qualcosa capace di volare che, per fortuna, non trova la sua voce.
Un frastuono improvviso e invadente percorre il tetto del castello, i piani, le mura e la nostra camera e scuote ogni cosa con violenza. Fa vibrare le pietre del castello come bandiere sfilacciate e libera la polvere e noi, che in un tumulto mulinante ci troviamo in mezzo alla sua nuvola, persi nella confusione delle particelle turbinanti.
Una granata, un unico colpo fortunato che ha colto il castello e l’ha colpito in pieno, percorrendolo dall’alto in basso, lasciando una scia violenta di polvere di pietra, legno scheggiato e panico. Ma senza climax: si ferma tra il pianterreno e gli scantinati, inesplosa.
Devo rassicurarti mentre singhiozzi, e mi riduco, a causa di quest’intrusione inaspettata, a batterti dolcemente sulla schiena e a mormorare frasi vuote e scontate. Osservo la foschia secca di polvere soffocante che il passaggio della granata ha diffuso su di noi, mentre una doccia arida di detriti picchietta dal buco nel soffitto sul pavimento, poi mi allontano calmo e sorridente da te e con un fazzoletto premuto sul naso, diradando con la mano la nuvola bianca, vado a ispezionare l’angolo distrutto della mia stanza. C’e un buco in alto, e tra la polvere si intravede la luce del giorno. La parte superiore della parete e stata distrutta per un largo semicerchio, come se fosse stata morsicata da un gigante, e consente la vista di uno spazio buio della camera accanto. Dovrebbe essere un vecchio ripostiglio, pieno di mobili fino al soffitto, se non ricordo male. Al di la c’e la grande suite per gli ospiti, che la luogotenente ha chiesto per se.
Mi arrampico sul fianco di un elegante armadio — risparmiato per un palmo dal passaggio della granata — e mi chino nelle ombre del lato opposto del muro. Mentre mi allungo in avanti e tendo le mani, oltre il legno infranto e annerito dagli anni, distinguo uno strano odore chimico: un odore dell’infanzia che associo ai vestiti, alle feste, ai nascondigli. Vedo luccicare qualcosa di metallico e allungo la mano. Naftalina: e odore di naftalina, mi viene in mente all’improvviso.
La mia mano si chiude attorno a una gruccia. La levo dalla sbarra nel guardaroba bucherellato che sta nella stanza buia, poi la getto all’indietro e scendo dall’armadio. Ai miei piedi, un altro buco conduce, attraverso il mosaico di legno, travi e gesso del pavimento, nella sala da pranzo piena di polvere. Dal buco vengono grida, e il suono di piedi che corrono.
Raggiungo le finestre e le apro sulla luce del giorno, chiudendomi le tende alle spalle. Fuori regna una curiosa pace: un altro giorno come tanti, con la nebbia e un sole basso e acquoso. Nei boschi cantano gli uccelli. «Cosa stai facendo?» mugoli dal letto. «Ho freddo!»
