Mi sporgo a guardare il cielo — sto ancora pensando che potremmo essere stati colpiti da una bomba piu che da una granata — e poi verso le colline e la pianura. «Credo che sia piu sicuro lasciare le finestre aperte, nel caso che veniamo bombardati», ti spiego. «Se vuoi, forse la cosa migliore sarebbe mettersi sotto il letto.» Cerco i miei vestiti, ma li avevo lasciati su una sedia che stava esattamente nel punto da cui e passato il nostro piccolo ospite. Sul pavimento, accanto al buco, vedo qualche pezzetto carbonizzato della sedia e un paio di bottoni della mia giacca. Mi avvolgo in un lenzuolo bianco, vuoto le scarpe dalla polvere e me le infilo, poi mi vedo allo specchio e mi libero con un calcio delle scarpe. Scendo incontro agli altri, immaginando di seguire il percorso della granata attraverso il castello.
Nel salone al piano di sotto gli uomini della luogotenente corrono e gridano, afferrando un’arma o le mutande. A un sibilo smorzato oltre le mura tutti ci pieghiamo o ci gettiamo a terra. Segue una specie di tonfo equivoco, qualcosa che ne le orecchie ne i piedi vogliono assumersi la piena responsabilita di percepire, una conclusione a cui sarebbe potuto giungere il cervello da solo. Ci alziamo, e io continuo ad avanzare.
Nella sala da pranzo, le cui generose profondita sono dilatate dalla polvere che la riempie, due soldati agitano le braccia sopra un buco sul pavimento che deve condurre in cucina o in cantina. Sopra, il tetto bucherellato lascia cadere una pioggia granulosa. Da uno squarcio nel soffitto pende un pezzo di tubo, ondeggiando; acqua bollente zampilla come da un geyser, inondando il tavolo e il tappeto centrale, mentre il vapore contende il primato al peso della polvere che cade a spirale. Le tende, travolte da un pezzo del fregio del soffitto, sono stese sul pavimento, lasciando cosi entrare la luce che si riflette sui granelli di polvere e sul vapore. Mi immobilizzo per un istante, costretto ad ammirare questo fantastico scompiglio.
Mentre mi avvicino ai due soldati e al buco, un rumore lacerante, frammisto a un urlo disumano e morente, squarcia il cielo sopra di noi; i due irregolari si gettano a terra, e dopo il tonfo si solleva altra polvere. Io resto in piedi a guardarli. Questa volta c’e un’esplosione: il suono deflagra in lontananza, fa tremare le assi sotto i piedi e scuote i vetri come le raffiche di una tormenta. Corro alla finestra mentre gli uomini della luogotenente si rimettono in piedi. Guardo fuori ma non riesco a vedere niente: solo il solito cielo calmo.
Do un’occhiata nel buco accanto al quale sono adesso inginocchiati i soldati, poi mi dirigo verso il corridoio, in punta di piedi, attraverso una pozza di acqua calda.
«Gia un fantasma?» dice la voce della luogotenente. Mi volto ed eccola li, spettinata, con gli stivali che rimbombano sulle scale mentre scende i gradini due a due, si infila la giacca, spinge i lembi di una pesante camicia verde dentro i pantaloni della mimetica, si assicura la fondina con la pistola. Ha un’aria stanca, come se si fosse appena risvegliata dalle profondita del sonno, eppure sembra ancora piu esperta e padrona delle circostanze, come se tutto questo caos non sia servito ad altro che a far bollire l’acqua in eccesso nel suo spirito, lasciandola ancora piu concentrata.
«Mister Taglio!» grida, guardando oltre me, al suo vice appena comparso all’altra estremita del salone. «Fissato e di guardia? Manda su anche Morte e Poppy; vedi un po’ se riescono a capire da dove viene questa roba. Digli di stare giu con la testa e di controllare anche il parco, nel caso sia fuoco di copertura. E chiama Fantasma alla radio; cerca di sapere se riesce a vedere qualcosa dalla portineria.» Sporge la testa attraverso la porta per guardare nella sala da pranzo. «Doppel!» chiama. «Sistema quella perdita; prendi uno dei domestici e fatti dire dove sono i rubinetti generali.» Si fa vento davanti alla faccia per allontanare la polvere, poi starnutisce, e per un brevissimo istante sembra una ragazzina, una figura insieme dura e delicata in questa nebbia caotica, scossa dalla forza del castello.
«Oh, signore!» Rolans, uno dei piu giovani tra i nostri domestici, un ragazzo pallido, goffo, grassoccio, viene di corsa da me, dimenandosi per infilarsi la giacca. «Signore, cosa…?»
«Tu andrai benissimo», dice la luogotenente, prendendo il ragazzo per il polso. Lo spinge verso il soldato che sta uscendo dalla sala da pranzo. «Ecco qui, Doppel; avanti con i lavori idraulici.»
Il soldato chiamato Doppel grugnisce. Rolans mi guarda; io gli faccio cenno di si. I due si allontanano lungo il corridoio, e le loro facce imbiancate spiccano come distintivi nell’oscurita mattutina. Il fumo disseccato che e la polvere della pietra e del gesso si leva attorno a loro, e contamina tutti noi — mentre ci muoviamo e respiriamo all’interno di questa onnipresente superficie — con l’infezione che si spande dal castello assalito, e ci trasforma tutti in quasi-fantasmi, e rende me, con la mia bianca uniforme, maliziosamente archetipico.
La luogotenente si volta verso un uomo che ci zoppica accanto indossando un elmetto d’acciaio e stringendo un fucile. Gli mette un braccio attorno al petto e lo ferma con delicatezza. L’uomo ha un’aria spaventata: il sudore gli ricopre la faccia, tranne che su una lunga cicatrice frastagliata. E il piu anziano dei soldati con cui ho parlato ieri. «Vittima», dice con gentilezza la luogotenente (e devo ammettere che almeno lui ha ricevuto un nome appropriato). «Sta’ tranquillo, adesso. Porta i feriti nelle cantine, nella parte orientale del castello, va bene?»
L’uomo inghiotte, annuisce, e zoppica via velocemente.
Lo seguo con lo sguardo. «Non sono sicuro che sia il posto piu sicuro», dico alla luogotenente. «Credo che la prima granata sia finita proprio in una cantina.»
«Andiamo a dare un’occhiata, d’accordo?»
«E sicuro?» chiedo mentre la luogotenente fa scattare l’accendino nell’oscurita.
Mi guarda, e il suo viso e illuminato dalla fiammella gialla e tremolante. La bocca si storce appena. «Si», dice semplicemente. Siamo nelle cantine, acquattati in cima al deposito di carbone, vuoto, e fissiamo un mucchio di detriti caduti dal soffitto e atterrati sopra un cumulo di legna. Quella specie di toga che ho addosso rende scomoda e goffa la mia posizione e devo avere i piedi luridi.
La luogotenente estrae il portasigarette d’argento dal giubbotto, si sceglie una sigaretta e la accende. Credo di essere invitato a un’esibizione di coraggio. Lei aspira languidamente ed emette il fumo.
«Volevo dire», sento la mia voce che parla, «che siamo in un deposito di combustibile.» La mia voce suona cosi debole. Spero che alla fiamma dell’accendino non si noti il mio imbarazzo.
La luogotenente ha un’aria scettica e da un’occhiata alla cantina buia. «C’e qualcosa di esplosivo qui dentro?»
«Solo quella, immagino.» Indico il mucchio di detriti in cui crediamo che sia finita la corsa della granata.
«Improbabile», dice lei, dando un altro tiro alla sigaretta. «Tenga questo», mi dice. Mi passa l’accendino. La luce e fioca. E strano, sono cosi tante le cose di cui si sente la mancanza. Sto cercando di ricordare l’ultima volta che ho visto una torcia elettrica. La luogotenente si piega in avanti, con la sigaretta incastrata in un angolo della bocca, e gratta via con cura un po’ dei detriti, mandando piccole cascate di polvere biancastra sul pavimento del deposito del carbone. Quindi seguono alcuni cocci, poi lei si mette a tirare e spingere, grugnendo, un pezzo piu riluttante. C’e uno schiocco allarmante e un po’ di pietra polverosa e di legno spezzato crolla dalle scaffalature del vino, trascinando qualche ceppo.
«Avvicini la luce», mi dice. Eseguo. «Ah», dice, sostenendosi al soffitto mentre si cala in avanti per afferrare e spingere qualcosa. «Eccola qui.» Abbasso gli occhi e vedo il lato gonfio di una lucente custodia di metallo. Lei rimuove con la mano la polvere che copre l’oggetto e la tiene con delicatezza, come una madre con la testa del figlioletto. «Due e dieci», sospira. Un tremito scuote la cantina attorno a noi, e attraverso il buco che da sulla sala da pranzo giunge il rumore di un’esplosione lontana. La luogotenente torna a sedersi e batte le mani per liberarle dalla polvere, senza badare all’esplosione, si direbbe. «Meglio tentare di estrarla dal pianterreno.»
La luogotenente osserva i due uomini che frugano la tomba momentanea della granata, inginocchiati sul pavimento scheggiato della sala da pranzo; si allungano per liberarla dai frammenti di pietra e di legno. Il flusso del tubo spezzato, sospeso sopra il tavolo, e stato ridotto a uno sgocciolio; l’acqua si e raccolta vicino al muro esterno, formando una pozzanghera allungata e fumante. Di sopra, uno dei domestici sta cercando di riparare il vuoto che si e aperto nel pavimento della mia stanza, coprendo il buco con legna e un vecchio materasso; i suoi sforzi producono altre nubi di polvere. Ogni tanto dal buco cadono pezzi di gesso, e colpiscono il pavimento attorno a noi come piccole bombe polverose.
Un rumore alle nostre spalle e il soldato con i capelli rossi, che avanza con comica circospezione sulla pellicola di polvere che ricopre il pavimento e regge qualcosa di lungo e scuro. Si avvicina alla luogotenente, fa una sorta di mezzo inchino e mormora poche parole, porgendole l’indumento. E una cappa lunga e nera, da sera all’opera, foderata di rosso. Credo che fosse di mio padre. La luogotenente sorride al soldato, fa un passo indietro, lo ringrazia. Guarda me con uno sguardo di divertita tolleranza, poi la indossa, aprendola e facendosela ricadere sulle spalle come un’ombra.
