Un’altra bomba di gesso piomba dal soffitto, schiantandosi sul pavimento accanto ai due uomini che stanno ripulendo la granata e facendoli sussultare. Si danno un’occhiata intorno e poi continuano. La luogotenente manda uno sguardo di fuoco all’insu, agitando una mano davanti alla faccia.
«Quanta polvere», dice.
Anch’io alzo gli occhi. «Davvero. D’altronde questo castello ha avuto quattro secoli di tempo per asciugarsi.»
Lei si limita a grugnire, poi batte le mani, sollevando altra polvere, ed esce turbinando in una tempesta di minuscole particelle, sbattendo la cappa, e le sue impronte sul lurido pavimento sembrano quelle di un animale sulla neve.
Sempre avvolto nel mio lenzuolo mi ritrovo sulla merlatura insieme alla luogotenente e ai suoi uomini, sforzandomi di non tremare di freddo. Lei abbassa il binocolo. «Nessun segno», dice. Le sue dita tozze tamburellano sulla pietra e gli occhi si stringono mentre guarda in lontananza.
Il fuoco d’artiglieria si e interrotto e sembra aver lasciato la mattinata stesa ad asciugarsi, con la rugiada che pende dalle creste levigate e dagli aghi degli abeti come un velo pudico di cui la terra si e ricoperta dopo l’assalto violento di quel lontano cannone. Da una decina di minuti non sono piovute altre granate. L’ultima e stata la piu vicina — a parte la prima che ha perforato il castello — ed e atterrata sul bosco in collina a un centinaio di metri da qui. Un debole sbuffo di fumo si leva dal punto in cui e caduta, anche se non sembra ci siano altri danni alla foresta. Gli uomini che la luogotenente aveva spedito sul tetto non sono stati capaci di capire da dove venivano le granate. Si mettono a discutere, tentando di mettersi d’accordo almeno sul numero dei colpi sparati. Stabiliscono che sono stati sei, dei quali almeno due inesplosi. Parlano un po’ di chi potrebbe averci sparato, e della loro posizione. La luogotenente manda due uomini di sotto e si appoggia al parapetto, fissando le colline.
«Sa chi ci ha sparato?» le chiedo. I miei piedi sono ormai intirizziti, ma voglio scoprire tutto quello che posso.
Lei fa cenno di si, senza guardarmi. «Vecchi amici.» Si prende un’altra sigaretta e l’accende. «Una o due settimane fa abbiamo cercato di prendere quel cannone, ma adesso l’hanno portato sulle colline.» Aspira il fumo della sigaretta.
«E a quanto pare siamo finiti sotto il loro tiro», dico sorridendo.
Mi guarda impassibile. «Credo che anche ieri li abbiamo quasi trovati», dice scrollando le spalle. «Pensavo che se ne fossero andati. A quanto pare, le cose non stanno cosi. Devono sapere dove siamo. Cercano di costringerci ad abbandonare questo posto.»
Lascio che il silenzio duri altre due boccate di fumo, poi le chiedo: «Cosa farete?»
Un altro tiro. Lascia cadere un po’ di cenere nel fossato ed esamina con attenzione la punta fumante della sigaretta. C’e qualcosa, nel modo in cui lo fa, che mi agghiaccia, come se la nostra luogotenente fosse abituata a controllare che quell’incandescenza abbia la temperatura adatta per bruciare le carni dell’uomo che deve essere interrogato. «Penso», dice con aria contemplativa, «che potrebbe essere necessario andare a prenderci quel cannone.»
«Ah. Capisco.»
«Quel cannone ci serve: o distrutto, o per poterlo usare noi. Dobbiamo prendergli quell’arnese o andarcene di qui.» Si volta verso di me con quel suo sorriso sottile. «E io non voglio andarmene.» Distoglie di nuovo lo sguardo. «Abbiamo una vaga idea di dove potrebbero essere; sto per mandare qualcuno dei miei in ricognizione.» Si appoggia ai gomiti, con gli avambracci distesi di fronte a se e le mani unite. Esamina l’anello d’oro col rubino che porta al mignolo, poi sposta di nuovo lo sguardo su di me. «Vorrei che piu tardi dessimo insieme un’occhiata ad alcune mappe», dice stringendo gli occhi. Non ho nessuna reazione. «Ne ho trovate alcune nella biblioteca», continua. «Ma ci sono strade che nella nostra spedizione di ieri, verso ovest, mi sembravano diverse.»
«Sono mappe piuttosto vecchie», le confermo. «Se si tratta della proprieta degli Anders, hanno modificato la maggior parte dei sentieri nella foresta, nel corso degli anni. Hanno costruito nuovi ponti, hanno sbarrato con una diga uno dei fiumi. Svariate cose.»
«Lei conosce bene quelle zone, Abel?» mi chiede, cercando di avere un’aria noncurante, quando invece si sta grattando la testa.
«Abbastanza per farvi da guida, vuole dire?»
«Mmm.» Da un ultimo tiro alla sigaretta e poi la getta nel fossato. Ci sono ancora dei fringuelli che galleggiano presso l’argine. Non so se li abbia notati.
«Credo di si», dico.
«Lo fara? Ci fara da guida?»
«Perche no?» dico scrollando le spalle.
«Sara pericoloso.»
«Tanto come restare qui.»
«Si, giusta considerazione.» Fa scorrere lo sguardo su di me, dall’alto verso il basso. «E meglio che vada a vestirsi. Troviamoci nella biblioteca fra dieci minuti.»
Dieci minuti, per la toilette e per vestirsi? La mia espressione, immagino, mi tradisce.
«D’accordo», dice lei con un sospiro. «Venti minuti.»
Ci metto qualcosa di piu, anche se mi pare di non essermi mai vestito cosi velocemente, a parte le volte in cui c’era qualche incentivo particolarmente efficace, come i rumori che rivelavano il ritorno inaspettato di un marito geloso.
E colpa tua, al principio, mia cara. Quando torno alle nostre stanze sei in camera tua, boccheggiante, a frugare nei cassetti in cerca di un inalatore. Tossisci e hai il respiro affannoso, mentre ti dibatti per ogni singola boccata d’aria. E un vecchio problema: l’asma ti tormenta fin dall’infanzia. La polvere o lo spavento, entrambi potrebbero essere la causa di questo attacco. Faccio del mio meglio per confortarti, ma poi c’e un altro strepito, e qualcuno bussa freneticamente alla porta.
«Signore, oh, signore!» Lucius, un altro dei domestici, si precipita dentro non appena gli do il permesso. «Signore, signore: Arthur!»
Seguo i tacchi di Lucius su per la scala a chiocciola fino alla soffitta. Avrei dovuto pensarci: la stanza del vecchio Arthur e sopra la nostra, sulla traiettoria della granata. Ho un po’ di tempo per immaginare cio che potremmo trovare.
E una piccola stanza, a filo della grondaia; una tappezzeria chiara, per meta nascosta dalla polvere che si e posata. Mobili da poco prezzo. Non credo di esserci mai entrato prima: e sempre stata la camera del nostro vecchio domestico. Doveva essere piuttosto tetra. C’e un lucernario, ma gran parte dell’illuminazione proviene dal buco frastagliato nel soffitto inclinato, non lontano dalla porta, dove e passata la granata; ho davanti ai piedi lo squarcio che si apre sulla mia stanza.
Arthur e sdraiato su un fianco nel letto all’estremita opposta della stanza, a prima vista incolume. E voltato verso di noi, appena sollevato da un braccio e dal cuscino, eppure allo stesso tempo sembra accasciato. Indossa un pigiama. In un barattolo sul comodino c’e la dentiera, accanto a un libro su cui sono posati gli occhiali. La faccia e grigia, ed esprime una seccata concentrazione, come se stesse guardando il pavimento nel tentativo di ricordare dove ha messo il libro, o cosa ne ha fatto degli occhiali. Lucius e io siamo fermi sull’entrata. Alla fine vado avanti io, oltrepassando il buco e camminando sul tappeto.
Il polso del vecchio Arthur e freddo e non batte piu. Sulla pelle ha uno strato di qualcosa che sembra talco. Gli soffio sul viso, sollevando una patina di polvere bianca. Sotto, la pelle e sempre grigia. Rivolgo a Lucius un’occhiata di scusa e faccio scivolare una mano sotto le coperte, con una smorfia. Anche il ventre e freddo.
Attorno al collo ha una catenina d’oro. Invece di un emblema religioso o di un portafortuna, porta solo una piccola chiave. Gli faccio scorrere la catena sopra la testa e la prendo nel palmo della mano. La infilo in una tasca della giacca.
Gli occhi di Arthur sono ancora parzialmente aperti; gli metto le dita sulle palpebre e glieli chiudo, e poi faccio forza su una spalla per farlo cadere sulla schiena, in una posa ritenuta di solito piu appropriata per una persona appena defunta.
Mi alzo e scuoto la testa. «Un attacco di cuore, immagino», dico a Lucius, guardando lo squarcio nel soffitto. «Oserei dire che deve essere stato un brusco risveglio.» Mi sembra che il gesto sia in un certo senso richiesto, percio tiro il lenzuolo fino a coprire la faccia grigia di Arthur. «Dormi», mi sento mormorare.
