e penso alla borsa dei gioielli che tenevi vicino ai piedi sulla carrozza — poi torna ad appoggiarsi allo schienale e aggancia due bombe a mano sul davanti del giubbotto. La superficie sfaccettata delle bombe fa venire in mente grosse barrette di cioccolato fondente. La luogotenente si accende un’altra sigaretta.
Ho partecipato a battute di caccia non molto diverse da questa spedizione. Fuoristrada con trazione integrale e aria condizionata al posto di jeep con la mitragliatrice, rimorchi per il trasporto di cavalli invece di camion, doppiette, non armi automatiche. Eppure la sensazione e la stessa, e anche gli attori non sono molto diversi. La luogotenente possiede un suo stile, mentre sfreccia nella jeep con gli occhiali da sole, una sigaretta stretta fra le labbra, lo sguardo fisso avanti. Anche ai suoi uomini non manca un’aria militar-chic. Abitano articoli spaiati di un vestiario militare talvolta incongruo — un berretto da generale, spalline d’oro ma luride cucite su un giubbotto da combattimento, un’esibizione di nere bombe a mano appese su un gile come distintivi. Altri ostentano abiti e articoli civili — un panciotto sgargiante indossato sotto una mimetica, un altro berretto dall’ambiguo statuto militare che forse apparteneva a un velista, l’anello per l’apertura di una lattina portato come orecchino: e molte di queste cose serviranno da portafortuna, immagino, oltre che come espressione di individualita.
E in un certo senso loro ci surclassano. Le nostre cacce erano frivole: semplici giochi per gente che aveva tempo, terre e risorse da sprecare in tali divertimenti. Lo scopo della luogotenente e piu serio, la sua missione ha un’importanza molto maggiore delle nostre: adesso in palio c’e molto di piu della vita o della morte di qualche sensibile animale. Tutti i nostri destini, e quello del castello, sono posati sul piatto oscillante della bilancia, in attesa di un giudizio emesso non da una magistratura, per quanto parziale nelle sue vedute, ma dalla nuda forza delle armi.
Questi tempi livellatori restano ingiusti, e rendono comune, degradandolo, cio che dovrebbe essere libero da ogni volgare minaccia, in una campagna cosi incivilita e coltivata. Questa tensione malata e ansiosa, queste devastazioni che ci circondano mi sembrerebbero naturali in luoghi piu aspri, dove meno si e edificato e meno c’e da distruggere. Ma in questo risiede forse il nostro errore originario; tutti coloro che hanno dato inizio a questo tumulto non riuscivano a credere che ci saremmo ridotti alla barbarie che abbiamo abbracciato.
Mi chiedo quale sia la storia della luogotenente e dei suoi uomini. Sembrano, almeno in parte, provenire da un vero esercito, anche se sono ovviamente irregolari e agiscono solo per se stessi, senza far parte di una forza piu ampia e senza nessuna particolare devozione a una causa superiore. Eppure, mi viene in mente, i loro veicoli sono (o erano) dell’esercito. Molte delle bande armate che percorrono la nazione — poco meno, o poco piu, di banditi — prediligono (o non hanno altra scelta che requisire) fuoristrada o pick-up civili. Al contrario, la luogotenente e i suoi uomini hanno vere jeep e camion militari, e le loro armi sembrano provenire tutte da una stessa fornitura: parecchie mitragliatrici pesanti, fucili automatici, granate da fucile, pistole automatiche simili. Avevo creduto che volessero prendersi anche i miei fucili da caccia ma, dato il loro arsenale, armi del genere non possono davvero essere la loro prima scelta. Sembrano anche, pensandoci adesso, molto disciplinati. Forse una volta erano un’unita dell’esercito regolare?
Decido di chiederglielo. Guardo la luogotenente, seduta con lo sguardo fisso sulla strada, gli occhi nascosti dietro gli occhiali neri. Volta appena la testa quando attraversiamo un incrocio, per leggere un cartello stradale piegato, e riprende la posizione di prima. Medito sul modo migliore di attaccare discorso. Lei estrae il portasigarette d’argento, lo apre e se ne sceglie una. Mi piego verso di lei, oltre il ginocchio di Karma. «Posso?» le chiedo, indicando il portasigarette che sta per riporre.
La maschera creata dagli occhiali da sole mi guarda: vedo il mio riflesso distorto. Le sue labbra si tendono. Mi allunga il portasigarette. «Certo. Si serva pure.»
Prendo una sigaretta; ci curviamo l’uno verso l’altra e lei accende prima la mia sigaretta e poi la sua. Il gusto e acre; il tabacco si deve essere seccato almeno per un anno, per essere diventato cosi amaro. Mi ero chiesto dove la luogotenente trovava il tabacco: davo per scontato che ci fosse un contatto, per quanto tortuoso e insicuro, e prerogativa di contrabbandieri e disperati, con qualche luogo dove potrebbero ancora prevalere la pace e una sembianza di prosperita, ma questi tubetti secchi sono stati di sicuro rubati in qualche negozio devastato o requisiti agli sfollati in fuga; nessuna traccia di una fornitura fresca.
«Non sapevo che fumasse, Abel», dice la luogotenente al di sopra del rumore della jeep.
«Un sigaro ogni tanto», le dico, cercando di non tossire.
«Mmm», fa lei, dando un tiro alla sigaretta. «Nervoso?» mi chiede.
«Un po’.» Sorrido. «Immagino che voi invece siate ormai abituati a queste cose.»
La luogotenente scuote la testa. «No. Alcuni diventano totalmente insensibili.»
Scuote la cenere nel vento e poi torna a guardare avanti. «Ma di solito muoiono appena dopo. Per la maggior parte delle persone la prima volta e la peggiore, poi va meglio per un po’, se nel frattempo si ha tempo di recuperare, ma dopo, di solito subito dopo, e sempre peggio.» Si volta verso di me. «Si diventa piu bravi a nasconderlo, tutto qui.» Scrolla le spalle. «Finche non si crolla del tutto.» Un altro tiro alla sigaretta acida. «Ci sono due scuole di pensiero: alcuni dicono che ogni tanto e meglio abbandonarsi alla pazzia, per cercare di eliminarla dall’organismo, a rischio pero di perdere completamente la testa; secondo altri invece bisogna reprimere tutto, nella speranza che veniamo travolti dagli eventi e scoppi all’improvviso la pace, cosi che possiamo avere il nostro bello stress post-traumatico in tutta comodita.»
Accidenti, sono arrivati a pensare anche questo. «Una scelta truce», dico. «Ma voi siete stati addestrati per tutto questo, no?»
La luogotenente getta la testa all’indietro ed emette un suono che potrebbe essere una risata. «L’addestramento militare era gia parecchio accelerato, quando ci siamo arruolati quasi tutti noi.»
«Siete sempre stati…?»
La radio gracchia. Lei alza una mano verso di me mentre si porta all’orecchio il ricevitore. Dalla base della radio si dipartono dei fili che finiscono sotto il sedile dell’autista. Mi rendo conto all’improvviso che solo i motori dei veicoli, e dunque il carburante, tengono in carica le radio. Non riesco a sentire cio che viene trasmesso, e la sua risposta e cosi rapida che non riesco a distinguere le parole.
La luogotenente da un colpetto sulla spalla all’autista e si allunga per parlargli in un orecchio; lui comincia a lampeggiare alla jeep che ci precede e agita un braccio, mentre la luogotenente ruota sul sedile e gesticola al camion dietro di noi.
Rallentiamo, i veicoli accostano, e a me viene ordinato di starmene in disparte, a prendere a calci pietre da spedire nel fosso acquitrinoso, mentre la luogotenente si riunisce coi suoi uomini. Getto nelle acque immobili e profonde del fosso il mozzicone di sigaretta, che fa una specie di sibilo. Piu in la, interi campi sono allagati: il sistema di irrigazione e drenaggio della pianura e stato sconvolto dalla mancanza di cure da parte degli uomini.
La luogotenente apre una mappa sul cofano di una jeep, indica col dito, gesticola e guarda i suoi uomini a turno, dando ordini a ciascuno di loro.
Ripartiamo, e poco dopo svoltiamo in strade secondarie, fino a imboccare una ripida pista sterrata che ci conduce sul fianco di una piccola valle. La luogotenente sembra tesa, e non ha voglia di parlare; i miei tentativi di riprendere la conversazione di prima le strappano solo grugniti e monosillabi. Non fuma altre sigarette. La nostra jeep si porta in testa e, dopo che qualcuno e andato avanti a piedi, arriviamo alle spalle di una fattoria sul pendio; la luogotenente salta giu e sparisce all’interno della casa.
Riappare pochi minuti dopo, va dietro uno dei camion e si fa passare una borsa che riconosco. E quella in cui avevo messo i fucili quando siamo scappati con la carrozza. A quanto si vede, deve essere altrettanto pesante. Lei la porta dentro la fattoria. Dietro di me, Karma scruta i fianchi della valle e i boschi con un binocolo; si irrigidisce puntando il profilo di una collina, poi si rilassa. «Spaventapasseri», lo sento borbottare.
La luogotenente torna senza la borsa. «Va bene», dice agli altri sulla jeep, e si allunga a prendere la tracolla vicino al suo sedile.
Entrambi i camion e una delle jeep vengono parcheggiati in un alto fienile aperto sul cortile della fattoria. La luogotenente controlla le cartine con me. Indico la prima parte della strada che inizia da qui e anche uno dei soldati, che si e dipinto il viso di verde, nero e giallo, allunga la testa per guardare. Un uomo che non avevo visto prima — un contadino, a giudicare dal vestito e dai modi — apre il cancello di una stalla e tira fuori una dozzina di cavalli. Sono una mescolanza di giovani e vecchi, puledri, giumente e castrati. Ce ne sono due che sembrano purosangue e una coppia di enormi cavalli da tiro, con gli zoccoli larghi e coperti di peli. Vengono sellati i piu piccoli, mentre sulle ampie groppe dei cavalli da lavoro vengono fissati gli zaini presi dai camion.
«Salti su», mi dice la luogotenente mentre monta goffamente su una cavalla nera, ingarbugliando le redini. Mi guarda dall’alto. «Sa cavalcare, no?»
