Con una torsione monto in sella al castrato sauro accanto a lei. Lo accarezzo sul collo e mi sistemo sulla sella, mentre lei sta ancora districando le redini e cerca di infilare il piede nell’altra staffa.
Strofino la criniera del mio cavallo. «Come si chiama?» chiedo al contadino.
«Jonah», risponde lui andandosene.
Avrei voluto non averglielo chiesto.
Mister Taglio e un’altra mezza dozzina di soldati montano sugli altri cavalli.
Tre soldati prendono la jeep che e rimasta fuori dal fienile e tornano indietro per la strada sterrata da cui siamo saliti. Due uomini restano alla fattoria, a guardia dei tre veicoli. Un soldato — quello che ha studiato la mappa con noi — va in avanscoperta. Ha una piccola radio, non porta lo zaino ed e armato solo di pistola e coltello. Ci mettiamo a seguirlo con i cavalli salendo il pendio, prima attraverso un prato ripido e poi in un bosco fitto e intricato.
La luogotenente riesce a far rallentare la sua cavalla finche arriva al mio fianco. «D’ora in poi facciamo molto silenzio, d’accordo?»
Annuisco. Lei fa lo stesso, poi con un paio di colpi di tacco spinge avanti la cavalla.
Il sentiero si stringe; i rami ci graffiano, ci sferzano, mirano agli occhi. Dobbiamo abbassarci per evitarli, e i cavalli da tiro devono aspettare pazientemente di districare i loro carichi. La nostra ridotta pattuglia arranca a fatica, superando una successione di creste e fossati che sembrano onde dell’oceano, pietrificate e fissate di traverso sul fianco della collina. L’aria e immobile e silenziosa, nella fioca penombra sotto il traforo di rami e le scure torri delle conifere. Alla guida c’e la luogotenente, goffa sulla cavalla nera. Io sono l’unico davvero capace di montare. Il mio castrato sbuffa, e il suo fiato produce da solo un cambiamento nell’aria gelida.
Dietro di noi, i valorosi bruti della luogotenente si sforzano di tenere contemporaneamente sotto controllo le armi che sbattono fra loro e le cavalcature: sono gia in battaglia.
Qualcuno vomita, sul fondo della pattuglia.
Ci fermiamo a un bivio, dove ci attende il nostro esploratore. Si direbbe che sulla mimetica e l’elmetto sia spuntata una foresta di rametti, fronde d’abete e ciuffi d’erba. Io e la luogotenente consultiamo la mappa: le nostre gambe si toccano, i cavalli si strofinano il muso l’uno contro l’altro. Indico la strada a lei e all’esploratore. Mentre segno col dito un punto sulla mappa mi accorgo che mi trema la mano. La ritraggo subito, sperando che la luogotenente non se ne sia accorta.
Continuiamo a salire lungo il sentiero ripido e stretto. Mi sembra di distinguere nell’aria un odore di morte che filtra in questi boschi umidi. Qualcosa si rigira nel mio ventre, come se la paura fosse un bambino che entrambi i sessi possono portare e far crescere nelle viscere. Il continuo avvallarsi e innalzarsi di creste contorte ricorda la superficie di un cervello umano, esposto dal bisturi di un chirurgo sotto le volte insanguinate del cranio: ogni divisione nasconde un pensiero maligno.
Sopra il fitto manto dei sempreverdi e oltre l’insieme spezzato di rami nudi e neri, il cielo che prima era blu sembra dissanguato di ogni colore. Ha la tonalita delle ossa seccate dal vento.
DODICI
Qualcosa mi dice che questa storia non finira bene. Lo sa il mio corpo (mi sussurra qualcosa): gli antichi istinti, quella parte della mente che un tempo chiamavamo cuore o anima, sono piu acuti dell’intelletto nel giudicare simili situazioni, sanno annusare l’aria e capiscono con chiarezza che cio in cui ci siamo imbarcati non potra portarci che male.
Divento il torturatore di me stesso; ogni senso lotta con gli altri per ricavare il massimo da tutte le sensazioni, ottenendo invece il minimo di significato, e producendo una galleria degli specchi dove un nervoso eccesso di enfasi tende i suoi agguati. Cerco di calmare i miei pensieri ansiosi, ma la sostanza profonda del mio io sembra incapace di qualsiasi presa. Cio che era solido e affidabile si e liquefatto e non c’e nulla a cui aggrapparsi che non scivoli subito via, lasciandosi dietro un recipiente vuoto e risonante ad amplificare ogni voce di pericolo che i nervi scorticati si affrettano a comunicare.
Attorno a me, ogni ombra sul terreno diventa la sagoma furtiva di uomini armati, ogni uccello che sbatte le ali fra due rami si trasforma in una granata scagliata nella mia direzione, ogni animale che fruscia nel sottobosco accanto al sentiero e il preludio a un balzo, a un attacco, ai colpi di maglio di pallottole che mi colpiscono o a una mano stretta attorno agli occhi e a una lama che mi taglia senza pieta la gola. Ho il naso e la bocca pieni del puzzo di foreste in decomposizione, dell’afrore di uomini brutali e spietati che attendono, sudando, di aprire il fuoco, e dell’odore di armi oliate e lucenti, ciascuna colma di morte e puntata verso di noi come i galli delle banderuole indicano la direzione del vento. Allo stesso tempo, mi sembra che ogni nostro rumore — il respiro dei cavalli, il piu piccolo fruscio di una foglia o lo schiocco di un rametto — declami a piena voce la nostra avanzata e le nostre intenzioni alle foreste, alle pianure, alle colline.
Chiudo gli occhi, stringo i pugni. Vorrei che le budella smettessero di agitarsi. Uno dei soldati e stato male, mi dico. Lo so: l’ho sentito pochi minuti fa. E tutto il giorno che hanno la faccia pallida, nessuno ha mangiato dopo la colazione. Parecchi sono spariti sul retro della fattoria dove ci siamo fermati, per liberarsi da un’estremita o dall’altra. Non devi cedere. Pensa alla vergogna: doverti fermare, smontare, correre in cerca di un riparo, calarti i pantaloni, farti ridere dietro mentre te ne stai accovacciato, obbligato ad ascoltare le loro battute. Pensa all’espressione della luogotenente, alla sua sensazione di trionfo, di superiorita. Non lasciare che accada una cosa del genere. Resisti!
Il mio cavallo si arresta.
Apro gli occhi. Ci siamo fermati tutti. Il soldato mandato in avanscoperta e sul lato del sentiero e sussurra qualcosa alla luogotenente. Lei si volta, fa scorrere lo sguardo sulla fila di uomini a cavallo. Fa con la mano segnali che non capisco, e due soldati smontano e corrono da lei, oltrepassandomi. Entrambi hanno la faccia dipinta di colori mimetici e portano rami e foglie sull’uniforme. Uno regge una lunga balestra nera. Ci siamo ridotti a questo punto, penso io.
La luogotenente da gli ordini; i tre uomini corrono avanti a grandi passi.
La luogotenente alza un braccio, indica l’orologio e mostra cinque dita. Vedo che gran parte degli altri smontano da cavallo. Alcuni scompaiono silenziosamente nella boscaglia. Noto che l’abbigliamento degli uomini e adesso piu convenzionale, piu militare; i vestiti variopinti, i souvenir del castello hanno lasciato il posto alla monotona uniformita delle mimetiche. La luogotenente li osserva e sorride. Accarezzo con dolcezza il collo di Jonah, poi mi siedo di nuovo sulla sella, con le braccia conserte. La luogotenente si volta di nuovo, fissando il sentiero imboccato dai tre soldati. La sua schiena sembra tesa e nervosa.
Scivolo in silenzio giu dal cavallo e faccio qualche passo nel sottobosco, in discesa, consapevole dello sguardo della luogotenente. Mi fermo accanto a un albero e mi sbottono i pantaloni. Mi fermo, pronto, si direbbe, e poi guardo di lato, come se solo in questo momento notassi che lei mi sta osservando. La fisso per un istante, poi mi allontano un po’, fino a un alto arbusto. Credo di vedere il suo sorriso, prima di essere nascosto.
Finalmente. Mi slaccio in fretta la cintura, mi accoscio e mi libero. Un’opportuna brezza fornisce un sussurro che copre altri rumori. Ho scelto la direzione giusta: la corrente d’aria proviene dal sentiero. Basta un fazzoletto, sacrificato.
Torno a unirmi agli altri, riabbottonandomi con cura. La luogotenente tiene sempre lo sguardo fisso sul sentiero davanti a se. Mentre rimonto a cavallo, c’e qualche movimento nella direzione sulla quale sembra appuntarsi la sua attenzione. Fa un altro segnale agli uomini, e riprendiamo a salire lungo il sentiero.
Un minuto dopo superiamo le due sentinelle uccise. Stavano in una piccola trincea fra gli alberi, a monte del sentiero. Sono state trascinate fuori dal loro nido e gettate insieme sul terreno in pendio. Sono entrambe giovani, in tenuta da combattimento; uno ha una freccia di balestra conficcata nell’occhio sinistro, l’altro ha la gola tagliata cosi in profondita che la testa e quasi staccata dal corpo. Guardando da vicino, si vede che anche la gola dell’altro e stata tagliata, ma con maggiore eleganza. I nostri due soldati asciugano i coltelli sui vestiti degli uomini che hanno ucciso, e hanno un’aria orgogliosa. La luogotenente annuisce soddisfatta e fa un segnale; i corpi vengono gettati di nuovo nella trincea, dove ricadono pesantemente. I due eroi rimontano sui cavalli condotti fino a loro; il terzo uomo, l’esploratore, e scomparso di nuovo.
Troviamo il cannone dieci minuti dopo. A un segnale dell’esploratore la luogotenente ci raduna in un
