— Volete dire che avrebbero potuto vivere e tornare sul loro pianeta? — chiese Jamieson.

— Si. Spettava unicamente a loro decidere.

Jamieson disse: — Dovevamo essere pazzi!

— No, solo totalmente onesti, incapaci di autoingannarsi. Come vampiri, erano esperti in quest’arte, ma messi faccia a faccia con la verita sapevano riconoscerla.

Si rendeva conto che le sue parole stavano mettendo a disagio Jamieson, gli istillavano un dubbio che poteva facilmente tramutarsi in panico. Il Primo Ministro disse: — Secondo la religione cristiana nessun peccato e perdonabile.

— Ma non capite? I vampiri avrebbero potuto dirsi che non erano realmente da biasimare, o che avrebbero controbilanciato il male fatto con future buone azioni. Ma erano diventati troppo consapevoli per abbandonarsi a qualsiasi tipo di illusione. E hanno capito di colpo quello che avevano fatto e quello che dovevano fare.

— E cosi hanno dovuto morire?

— No, non vi erano costretti. E stata una loro scelta. Una volta avete detto che il corpo di una persona uccisa da un vampiro e paragonabile a un pneumatico con cento fori. Loro erano cosi. E per questo che sono svaniti.

Heseltine chiese: — E gli altri? Quelli che sono rimasti sulla “Stranger”?

— Anche loro dovranno scegliere.

— E qualcuno di loro scegliera di continuare a vivere? — chiese Jamieson.

Tenne lo sguardo fisso negli occhi di Carlsen, e Carlsen fu sorpreso da come l’ansia di Jamieson gli si comunicava. Senti svanire il disgusto, e subentrare la compassione. Disse: — Non posso saperlo, naturalmente. Ma e possibile.

— Non… non avete modo di scoprirlo?

— No.

Jamieson distolse lo sguardo. Carlsen senti distintamente il suo sollievo. L’orologio del Big Ben comincio a suonare le ore. Contarono i rintocchi: mezzogiorno. Mentre l’ultima eco svaniva, Jamieson si alzo. Sembrava aver ritrovato nuovo vigore.

— Allora, signori, se mi scusate… credo che abbiamo tutti bisogno di un po’ di tempo per riposare e riprenderci da tutte quelle emozioni — disse. E mentre Carlsen si alzava, aggiunse in fretta: — Ma prima di lasciarci, posso avere la certezza che siamo tutti d’accordo sulla necessita di mantenere il silenzio, almeno per il momento?

Fallada disse, incerto: — Credo di si.

— Non lo chiedo per me personalmente — disse Jamieson. — O nell’interesse del dottor Armstrong o in quello della signorina Jones. Questa e una faccenda che ci riguarda tutti alla stessa maniera. — Carlsen percepi che Jamieson stava riprendendo fiducia. Jamieson si curvo in avanti, appoggiandosi alla scrivania con la punta delle mani. — Se raccontassimo questa storia, nessuno ci crederebbe — aggiunse Jamieson. — Sono convinto che ci prenderebbero per pazzi, e ci rinchiuderebbero nel piu vicino manicomio. E, francamente, sarebbe colpa nostra. Perche mai la gente dovrebbe credere a una storia simile?

— E perche non dovrebbero crederci? — chiese Fallada.

— Ma cosi sarebbe, mio caro dottore! L’opposizione per prima spargerebbe la voce che siamo diventati matti, o che ci siamo inventato tutto per sordidi motivi personali. Io mi sentirei costretto a dare le dimissioni, e non perche mi vergogni della parte che ho avuto, dato che non ne ho alcuna responsabilita, ma perche nuocerei al mio partito. Anche l’Alto Commissario dovrebbe dimettersi. Perche, signori miei, e ovvio che ci tireremmo addosso fango e scandalo. Ne saremmo tutti danneggiati.

Carlsen stava osservando i processi mentali di Jamieson con interesse divertito. Quando aveva cominciato a parlare, la maggiore preoccupazione del Primo Ministro era stata quella di assicurarsi il loro silenzio. Dopo un paio di frasi si era convinto che i suoi motivi erano completamente disinteressati. Carlsen penso che la pieta provata poco prima era stata sprecata.

— Ma e giusto mettere i nostri interessi piu o meno privati davanti a tutto, e nascondere questa storia al mondo? — disse. — La gente non ha diritto di essere informata?

— Comandante, questa e una domanda astratta — disse Jamieson. — Come uomo politico, io sono pragmatico. Ho detto semplicemente che ci renderemmo la vita intollerabile. Senza contare il lato morale. Io sono il Primo Ministro di questo paese. Come tale, devo agire nell’interesse della Gran Bretagna. Questa faccenda potrebbe diventare uno scandalo che ci danneggerebbe agli occhi del mondo. Abbiamo il diritto di correre questo rischio?

Heseltine stava per replicare, ma Jamieson lo fermo alzando una mano, e continuo: — Voglio dirvi in tutta sincerita che quello che e successo mi ha lasciato un profondo senso di inutilita. Con tutta franchezza vi dico che passero il resto della mia vita a ponderarne il significato. Pensando al pericolo scampato mi vengono le vertigini, come se fossi sull’orlo di un abisso. Abbiamo affrontato quel pericolo insieme, e, grazie a Dio, abbiamo trionfato. Sento che questo e un legame fra noi. Aggiungo che mi faro parte diligente perche riceviate tutti il giusto riconoscimento per l’opera prestata. Sono certo che il nostro paese non si dimostrera ingrato. — Jamieson si verso un altro whisky e sorrise a Heseltine. — Allora, posso contare sulla vostra approvazione?

Heseltine disse: — Come volete signor Primo Ministro.

— Comandante Carlsen?

Carlsen disse: — Se la mettete su questo piano, come posso non approvare?

Jamieson credette di sentire un tono di scherno nelle parole del Comandante, ma la sua espressione seria lo rassicuro. Si rivolse a Fallada. — Voi, dottore?

— E il mio libro? — disse Fallada. — Dovrei rinunciare a scriverlo? — Si capi che aveva fatto uno sforzo per parlare in tono calmo.

— Il vostro libro? — chiese Jamieson, sorpreso.

— Si, sull’anatomia e la psicologia dei vampiri.

— Santo cielo, no! Che razza di idea! Il libro dara un importante contributo alla scienza. Vi faro anzi avere tutto l’appoggio dell’Associazione Medica. No, no, dottor Fallada, il libro deve essere pubblicato. E vi fruttera la nomina a cavaliere.

— Non mi sembra il caso — disse Fallada, seccato, e si alzo. Jamieson fece finta di non aver notato la sua irritazione.

— E la “Stranger”? — chiese Heseltine.

— Gia, la “Stranger” — disse Jamieson, e scosse la testa con aria pensosa. — Ritengo che piu presto ce la dimenticheremo, meglio sara.

Fallada usci, sbattendo la porta. Carlsen si mosse per seguirlo, e Jamieson gli fece un sorriso da cospiratore. — Parlategli voi, Comandante — gli disse. — E comprensibile che sia sconvolto, ma sono certo che si possa convincerlo a condividere il nostro punto di vista.

— Faro del mio meglio — rispose Carlsen.

Raggiunse Fallada sui gradini esterni. Lo scienziato si stava guardando in giro con espressione irritata, ma vedendo Carlsen si rilasso.

— Non farti ridurre in questo stato da lui — disse Carlsen.

— Non e questo… E che mi disgusta! Quello non e un uomo, e un rettile. Come fa a sapere che il mio libro e importante se non l’ha nemmeno letto?

— Quel libro e importante, che lui l’abbia letto o no. Quindi perche prendersela?

Fallada sorrise, dominando l’irritazione. — Non capisco come tu riesca sempre a restare cosi calmo — disse.

Carlsen gli mise una mano sulla spalla. — Non e difficile — disse. — Noi due abbiamo cose molto piu importanti a cui pensare.

4

BRANO TRATTO DA: “Matematici e Mostri: Autobiografia di uno scienziato”, di Siegfried Buchbinder (Londra

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