di domande, mia madre chiese: — Facciamo un altro caffe? — E mia sorella rispose: — Lo faccio io…

Poi la conversazione torno sul vampirismo e la “vittimologia”, che era il titolo dell’ultimo libro di von Geijerstam, e il nastro fini.

Questa fu l’unica occasione in cui parlai a Carlsen. Dopo la decisione della Corte Mondiale di difendere la sua intimita dai giornalisti, Carlsen torno a Storavan.

Cinque anni dopo gli scrissi, rammentandogli quella serata passata a casa nostra e chiedendogli se potevo andare a trovarlo.

Lui rispose, con gentilezza ma fermamente, che le sue ricerche erano arrivate a un punto cruciale e che per parecchio tempo non avrebbe potuto ricevere visite.

Lo rividi soltanto un’altra volta: nella sua bara.

Arrivai a Stoccolma il giorno dopo l’annuncio della sua morte e subito noleggiai un elicottero per raggiungere Storavan.

La terza moglie di Carlsen, Violetta, mi accolse con molta cortesia, ma mi disse che non poteva ospitarmi. Mi invito pero a cena, quella stessa sera (la famiglia di Carlsen mi parve numerosissima) e poi mi condusse nel mausoleo dietro la cappella, che in pratica era una stanza ottagonale contenente un certo numero di sarcofagi di pietra. A quanto mi venne detto si trattava delle tombe degli antenati di von Geijerstam. (Nota dell’Editore: l’autore qui non ricorda esattamente, poiche in realta i sarcofagi erano quelli degli antenati della famiglia de la Gardie).

Il cadavere di von Geijerstam non era con gli altri. Come ultimo desiderio aveva chiesto di essere sepolto in mezzo al lago, in una bara di granito.

Al centro del locale c’erano quattro sarcofagi di rame. La signora Carlsen mi disse che uno di essi conteneva le ceneri del Conte Magnus, l’amante della Regina Cristina. Vicino, su un piedestallo di pietra, c’era il sarcofago di Olaf Carlsen. Il coperchio era scostato, in maniera che la faccia fosse visibile. Notai con meraviglia che non sembrava piu vecchio di quando l’avevo visto. Anzi, sembrava piu giovane. Gli posai la mano sulla fronte abbronzata. Era fredda e cedevole, ma la bocca sembrava normale, come se fosse solo addormentato. Mi feci coraggio e chiesi alla signora Carlsen se il medico gli aveva fatto un esame lambda. Lei disse di si, e aggiunse che l’esame aveva dimostrato l’arresto totale del metabolismo.

La signora Carlsen, che era cattolica, s’inginocchio per pregare. M’inginocchiai anch’io, per rispetto, ma sentendomi a disagio e, in un certo senso, ipocrita. La pietra era fredda, e dopo due o tre minuti cominciai anche a sentirmi fuori posto, come mi capitava da bambino nella nostra chiesa episcopale. La signora Carlsen sembrava cosi assorta che non osavo muovermi. Misi una mano sul piedestallo e mi protesi in avanti a guardare la faccia di Carlsen. E subito, mentre lo guardavo, mi sentii invadere da una strana calma. E insieme provai un assurdo senso di gioia, che mi fece venire le lacrime agli occhi. Non posso descrivere quella sensazione, posso soltanto annotarla. Avevo la certezza che quel posto avesse un che di soprannaturale, un influsso di bene. Il senso di pace era talmente profondo che il tempo sembrava avesse smesso di scorrere. Rimasi inginocchiato la per piu di mezz’ora, eppure non mi sentii piu ne a disagio, ne scomodo.

Quando la signora Carlsen chiuse la porta della cappella, dissi: — Non riesco a credere che sia morto.

Lei non disse niente, ma mi sembro che mi guardasse in un modo strano.

FINE
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