Non potevo condividere i suoi sentimenti. Piu di tutto e soprattutto continuavo a chiedermi se avrei mai rivisto Nyla…

Ogni Nyla.

Quando la donna comincio il suo discorsetto di riorientamento ci eravamo gia lasciati il mare alle spalle. Stavamo procedendo fra cumuli di macerie erbose e resti di case mezzo bruciate. Un paio di volte dovemmo farci da parte per lasciar passare hovercraft che viaggiavano in senso opposto, e i conducenti si salutarono l’un l’altro. Quelli che si dirigevano fuori citta erano tutti vuoti. Nei dintorni non si vedeva un’anima viva. Scorsi tartarughe grosse come piatti da cucina che prendevano il sole sui marciapiedi, e anche un serpente arrotolato che mi parve un crotalo. Non si mosse neppure, seguendoci pigramente coi suoi freddi occhi vitrei. Vidi una volpe inseguire un coniglio in una piazza ingombra di sassi, finche lo strepito del veicolo non li mise in fuga entrambi.

E intanto ascoltavo.

La prima parte di quel che ci disse fu una sentenza d’esilio:

— L’uso incontrollato del portale conduce al caos fra i paratempi — disse severamente. — Percio vi abbiamo messo fine. Abbiamo trasportato su questo pianeta tutti i principali responsabili della sperimentazione, e cosi anche tutte le persone che si trovavano in un paratempo non loro. Nello stesso tempo abbiamo reso infrequentabili i centri di ricerche in ogni paratempo, permeandoli di radioattivita. Non avevamo altra scelta. L’alternativa sarebbe stata la distruzione per tutti.

Mi stiracchiai e sbadigliai. Stavamo percorrendo una lieve discesa, fra alberi fronzuti che crescevano alti su entrambi i lati. Davanti a noi c’era una piazza con alcuni edifici di una ventina di piani ancora intatti, il piu grosso dei quali mi era ben noto. Avevano le finestre sfondate, e lungo i muri si arrampicava l’edera. — Fino a due anni fa — stava dicendo la donna, — questo pianeta era privo di vita umana. C’era stata una lunga guerra, che essi chiamavano la Guerra Mondiale, e qualcuno comincio a usare armi batteriologiche. Fini con lo sterminio piu completo. Tutti i primati, oltre all’uomo, morirono di quei virus, ma quasi ogni altro essere vivente sopravvisse. — Getto uno sguardo al suo polso sinistro come se stesse consultando delle note. — Oh… non dovete preoccuparvi del contagio; il vaccino e una delle cose che vi sono state inoculate all’Accettazione. Siete stati anche ripuliti di tutti i microrganismi di cui eravate veicolo… strane pulci vi portavate addosso, voi gente! — Ci regalo un sorriso. Forse continuavamo a portarci addosso anche un po’ dei suoi tranquillanti, perche le sorridemmo di rimando. — Comunque, alcuni paratempi hanno cominciato a usare il pianeta per colonizzarlo… con gente che per una ragione o un’altra non era piu ben accetta a casa sua, agitatori, scontenti e persone del genere. E naturalmente c’e un certo numero d’individui a cui piace la vita del pioniere. Ma questo verra a vostro vantaggio, poiche c’e una struttura sociale in cui potrete inserirvi. Non sarete costretti a cercare radici o a correre dietro ai gatti per mangiare. Questa e una delle poche citta che abbiamo rimesso in funzione… be’, piu o meno in funzione, cosi la maggior parte di voi potra coltivarsi una fattoria. Dopotutto il cibo e la cosa piu importante.

Stavolta nessuno rispose al suo sorriso. Qualunque cosa fossimo stati a casa nostra, non eravamo contadini.

Cominciai a chiedermi quali capacita socialmente utili avrebbe potuto offrire a un mondo vergine un ex senatore degli Stati Uniti, con una laurea in legge e un principio d’artrite.

Sscendemmo giu lungo il pendio d’un colle verso uno degli edifici piu alti rimasti in piedi, un grattacielo con un orologio alla sommita. (Uno dei quadranti mi disse che erano le tre, e un altro, senza la lancetta dei minuti, diceva che eravamo fra le dieci e le undici.) Sotto di noi c’erano dei binari arrugginiti, e poco piu avanti si levava un ponte ferroviario, altrettanto arruginito. L’idea di passare sotto quelle travature vacillanti non mi sorrideva. Ma il conducente sapeva quel che stava facendo. Rallentammo per aggirare alcuni pilastri di granito, poi riprendemmo velocita mentre i binari sparivano via in un’ampia curva.

— Ci sono delle domande? — chiese vivacemente la donna.

Nicky fu il primo ad alzare la mano. — Che cos’e un totter-tot?

Lei sbatte le palpebre stupita. — Che cosa?

— Avete detto che ci avremmo messo totter-tot minuti. Almeno, cosi mi e parso.

Il suo volto grazioso si schiari. — Oh, lo stavo dimenticando. Voi usate i numeri decimali, non e vero? Vediamo, questo sarebbe… mmh! — Guardo ancora il polso sinistro. — L’intera durata del viaggio e di circa quarantacinque minuti. Dunque, mh, ancora venti minuti. Altre domande?

Uno dei Dr. Gribbin alzo la mano. — Una grossa, miss. Io mi occupo della dinamica dei quanta. E questo vuol dire che non so un accidente di niente sulla dinamica delle zolle.

— Naturalmente — disse la donna con simpatia. — Questo e problema effettivo, qui. Cio di cui abbiamo davvero bisogno sono contadini, muratori e meccanici. Tuttavia ci sara un programma di riaddestramento. — E rivolse un luminoso sorriso alle quindici persone il cui sorriso s’era improvvisamente congelato.

Nella cabina passeggeri ci furono commenti e borbottii, ma non ne emerse alcuna domanda vera e propria. Probabilmente nessuno di noi ci teneva ancora a conoscere le risposte alle domande che avrebbe potuto fare. In quanto a me, stavo allungando il collo per guardare avanti poiche avevo visto quello che sembrava un ponte. E non mi piaceva affatto. Se fosse dipeso da me non avrei mai attraversato l’East River su un ponte che non aveva ricevuto una mano di pittura da mezzo secolo.

La donna aveva un’intera riserva di sorrisi dolci. — Se qualcuno di voi vuol darsi da fare fin da ora, il vostro albergo ha bisogno di personale: cuochi, lavapiatti, addetti alle camere e alla lavanderia, e cosi via. Dovrete essere autosufficienti per cose del genere, vedete, durante il periodo di quarantena. Ovviamente sarete pagati.

Io non la ascoltavo. Mi stavo aggrappando alla poltroncina e fissavo il ponte che si avvicinava sempre piu. Poi svoltammo a destra e mi rilassai con un sospiro. Poi tornai ad aggrapparmi al sedile mentre sterzavamo rallentando giu lungo la riva del fiume. Avremmo trasbordato su un ferry-boat? Attraversato a nuoto? O ci avrebbero mollato li, con la terra promessa in vista oltre le acque, grattacieli sventrati e tutto?

Nulla di quanto sopra: non ci fermammo. Scivolammo avanti sulla piatta fanghiglia e quindi sulla superfice dell’acqua, con la stessa facilita, velocita e sicurezza con cui avevamo percorso le strade piene di buche della citta. Dall’altra parte c’era quel che restava di un molo. Dei bagnanti nudi erano seduti li con le gambe penzoloni, e non parve che il nostro arrivo li incuriosisse molto. Erano assai piu interessati a uno dei loro, che era appena riemerso a una dozzina di metri dal molo e annaspava nell’acqua, agitando fieramente una fiocina su cui era conficcato un pesce lungo un buon metro e venti.

Se non altro adesso ci trovavamo in una zona di New York che avevo conosciuto bene. Riconobbi Canal Street, anche se i cartelli stradali erano caduti come frutti marci. Non ricordavo pero i nomi delle traverse che oltrepassammo — orizzontarmi a Manhattan mi era sempre rimasto difficile — ma riconobbi, o riconobbi quasi, la Quinta Avenue quando fummo li. Era stupefacente che non ci fosse proprio nessun Empire State Building su quella che senza alcun dubbio dovevo identificare come la Trentaquattresima Strada, e curioso che all’incrocio successivo si levassero le strutture a ragnatela di una tettoia di vetro, senza piu i vetri, che un tempo aveva coperto tutta la strada.

Ci fermammo li per un minuto, intanto che il conducente e la guida si rimettevano sulla faccia le loro maschere color carne. — Siamo quasi arrivati — annuncio gaiamente la donna. — Il posto si chiama Hotel Plaza. Un po’ malridotto e ammuffito, forse, ma… oh, che bella vista potrete godere della foresta del Central Park!

Dopo che ciascuno di noi ebbe una camera del vecchio albergo, e fummo condotti a pranzo, ci vennero date molte spiegazioni. Ci fu data anche una nuova identita. Adesso eravamo «Paratemporally Displaced Persons» o per brevita Peety-Deepies. Ci aspettava una quarantena di sette giorni, tanto occorreva perche i microbi rimasti nel nostro sangue crepassero di fame, se pure qualcuno era sopravvissuto alle iniezioni e agli spray con cui li avevano bombardati mentre dormivamo. Comunque, se andarcene da quell’albergo era questione di giorni, da quel paratempo non ce ne saremmo andati mai.

Eravamo li per restarci.

Non si stava affatto male al Plaza Hotel. La donna non ci aveva raccontato balle. Era un posto simpatico, in fondo. Ed era stato un posto simpatico, lo ricordavo, anche nel mio Anno Domini 1983. Una specie di maestosa vecchia vedova con alcuni matrimoni storici alle spalle: Zelda e Scott Fitzgerald avevano vissuto li, e a mezzanotte scendevano a fare il bagno nella fontana esterna.

Naturalmente da sessant’anni nessuno spazzava via le ragnatele. In quel mondo erano stati i ragni ad averla vinta sugli esseri umani. Questo si sentiva. Nel ristorante al piano terra stagnava uno strano e sgradevole odore, come se torme di animali fossero venuti a cena di quando in quando. (Lo avevano fatto.) Un quarto delle finestre

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