che teneva aperta la porta alle altre Nyla, da cui ero stato tentato. Perche stava il fatto che lui
— Nicky — dissi, dopo che ci fummo seduti a un tavolo. — Scusami.
Mi regalo un sorriso. — Niente di male, Dom.
— E solo il pensiero della gente che abbiamo contro a guastarmi l’anima — mi giustificai.
— Quelli che abbiamo contro non sono certo dei superuomini, Dom — disse con fermezza. — Sono gente proprio come noi. Ne sanno di piu, perche hanno raggranellato conoscenza da piu parti, ma non sono piu svegli. In questo mondo corre l’Agosto 1983, come nel tuo e nel mio. Loro non sono il futuro. Loro sono noi.
Ci meditai sopra. — Be’, non hai torto — concessi. — E dunque cosa intendi dire? Che tutto cio che dobbiamo fare e di superarli, e poi fare quello che vogliamo con o senza il loro permesso?
Lui torno serio. — Non esattamente — mormoro. Non spiego meglio cio che aveva voluto dire, e io non volli insistere.
Come dovevo accorgermi piu tardi — molto piu tardi — questo fu uno sbaglio.
Quand’ero stato eletto al Senato avevo dovuto adattarmi da un giorno all’altro a un tenore di vita completamente nuovo. Ad esso era legata una quantita di privilegi il cui uso era fin troppo facile da apprendere: il campanello senatoriale che mi faceva arrivare subito un ascensore, non importa quanta gente fosse in attesa ai piani; il diritto al sottopassaggio con cui si potevano lasciare gli uffici del Campidoglio; la postra gratuita; le attrezzature ginniche e la sauna riservate ai soli senatori. E avevo dovuto imparare anche accorgimenti meno piacevoli, come quello di non apparire mai in pubblico senza essere rasato di fresco, o quello di rispondere sempre ai saluti dei passanti perche non potevo sapere chi fosse un membro del mio collegio elettorale. Fra una cosetta e l’altra, in quelle prime due settimane a stento ricordavo d’aver avuto una vita a Chicago.
Li era la stessa cosa… quasi. Avevo tante cosette da apprendere che mi mancava il tempo di ripensare al mondo che m’ero lasciato alle spalle. Dimenticai i progetti di legge a cui avevo lavorato. Dimenticai la guerra che infuriava allorche ero stato rapito. Dimenticai perfino Marilyn… be’, avevo gia fatto una certa pratica nel dimenticare mia moglie, ormai da un pezzo.
Non dimenticai Nyla.
Piu sembrava chiaro che non l’avrei rivista mai, e piu ero sicuro d’aver perduto l’unica cosa che m’importava al mondo. Tutto cio che Nicky diceva di quel mondo era vero. Non avevo difficolta a immaginare che dopo un periodo di transizione, in quel nuovo Eden, avrei saputo costruirmi una buona vita: fare cose utili, incontrare una donna amabile, sposarla, avere figli, essere felice… ma per quanto buona, per quanto felice, essa sarebbe stata sempre una vita senza Nyla.
Quella sensazione non mi abbandonava un istante.
Il quarto giorno fummo definiti ragionevolmente puliti, il che ci porto dei privilegi. Per prima cosa Nicky ed io venimmo assegnati alla manovra delle cibarie, lasciando ad altri quella della spazzatura: un bel passo avanti. E poi ci fu permesso di uscire in strada!
Come c’era da aspettarsi non potevamo pero andare dappertutto, inoltre dovemmo prendere delle misure per non contaminare l’aria pura dell’Eden coi nostri venefici sospiri di sollievo. Ci diedero tessere d’identita da appuntarsi sul petto, tute protettive e maschere a micropori. Poi Nicky se ne ando da una parte e io dall’altra.
Cio che avevo in mente era di cercare qualche conoscente in uno degli altri alberghi. Il computer mi aveva detto che il Dom DeSota dottore in fisica abitava all’angolo opposto della piazza, in un altro degli hotel abbandonati trasformati in Case dei Gatti.
Il giorno prima aveva piovuto molto ed eravamo stati tutti quanti chiusi in casa. L’aria era secca e fresca, e gli enormi alberi che orlavano il parco frusciavano alla brezza. In strada c’era un bel po’ di gente che bighellonava oppure s’affrettava da un posto a un altro. Alcuni di loro erano senza faccia come me, quelli che non lo erano badavano a tenersi a distanza da noialtri mascherati. Non me ne importava. Il solo fatto d’essere uscito dall’albergo mi risollevava il morale. Avrei voluto che Nyla fosse con me per passeggiare mano nella mano in quei viali ameni, ma anche senza di lei mi sentivo allegro. Quando entrai nell’atrio dell’Hotel Pierre ero percio abbastanza su di giri, e inoltre la prima faccia che vidi mi era ben nota. Sedeva dietro il vecchio banco di registrazione e stava parlando in tono irritato in un antidiluviano telefono a cornetta. —
— Sono quello che tu hai messo nei guai nel nostro tempo, idiota! — m’informo acremente. Dunque non era Lavrenti Djugashvili ne lo scienziato; era il piccolo truffatore del Paratempo Tau.
— Non sono quello a cui stai pensando — dissi. — Sono il senatore. Nicky e il mio compagno di camera, al Plaza.
— Spero che ci resti a marcire — brontolo. Riappese l’auricolare all’apparecchio e scosse le spalle. — Bah… non volevo dir questo. Non ha senso continuare a rodersi l’anima, no? Ti va una tazza di caffe?
Be’, stava cercando di essere simpatico. E aveva del caffe! Dovetti dirmi che conoscere un abile lestofante presentava dei vantaggi, di quando in quando. Ci sedemmo a parlare un po’. Io gli dissi quel poco che c’era da dire su Nicky e me. Lui mi disse piu di quel che avrei tenuto a sapere su di lui. La prima notte il suo compagno di camera era stato Moe: l’uomo dell’FBI! Noto la mia espressione e si strinse nelle spalle. — Come ho detto, non c’e scopo a guardarci storto, adesso. Ti pare? — Ma poi Moe aveva trovato un altro Moe… una copia identica di se stesso, e i due avevano deciso di condividere la stanza. Come se non bastasse, a loro s’era aggiunto un altro Moe ancora, e i tre stavano progettando di andarsene insieme al termine della quarantena: forse al metanodotto che stava per essere costruito dal Texas alla California meridionale, forse con una delle squadre addette ai lavori preliminari in una delle citta ancora abbandonate, forse a una diga giu in Alabama, in una localita che loro chiamavano Muscle Shoals. C’era molta richiesta per scimmioni disposti a fare i lavori pesanti, disse. E… lo sapevo che Nyla era li all’albergo?
In un attimo il cuore mi balzo in gola per l’emozione. Ma naturalmente la Nyla di cui stava parlando non era la mia Nyla. Si trattava della donna dell’FBI.
Bevvi il resto del caffe senza neppure sentirne il sapore, e ascoltai il resto delle chiacchiere di Larry Douglas senza udire una parola. Cio che saturava del tutto la mia mente era una questione morale. La Nyla che amavo era definitivamente al di fuori della mia portata.
Stavo meditando di mettermi insieme a un’altra Nyla?
Non considerai neppure l’eventualita che all’altra Nyla, quella dura e arida poliziotta, non sarebbe mai passato per il capo di mettersi con me. Questo anzi non aveva realmente importanza. La risposta che stavo cercando era sepolta nella mia mente, non nella sua. Cos’era cio che amavo? Era il corpo fisico di una femmina attraente al quale il mio s’era unito come per una reazione chimica? Erano il fascino e la grazia di quella donna che suonava deliziosamente il violino, e sapeva muoversi con calda femminilita nei piu rarefatti ambienti sociali? Avrei amato di meno Nyla Bowquist se non fosse stata capace di mostrarmi la differenza fra Brahms e Beethoven… o se fosse stata una sconosciuta, estranea al mondo indaffarato ed eccitante di cui avevamo fatto parte? In breve, l’avrei amata lo stesso se non fosse stata ricca e famosa?
Oppure — tornando alle questioni di base, quelle che non hanno mai una risposta veramente sensata — cos’era, comunque, cio che io chiamavo «amore»?
Quand’ero immerso in cio che avevo nell’anima, un po’ come se mi osservassi l’ombelico, ci mettevo poco a perdere il contatto col mondo reale. Cosi non c’e da meravigliarsi se le chiacchiere di Larry Douglas rallentarono bruscamente e poi cessarono.
Tornai a lui. Mi stava fissando con disapprovazione. — Scusa — dissi. — Ero soprappensiero.
Sbuffo. — Cosa sei venuto a cercare qui?
— Speravo di trovare Dominic DeSota… quell’altro, lo scienziato.
— Ah,
Fu li che andai. Le sue informazioni erano esatte. Nel bar c’erano dieci o undici persone che bevevano birra e parlavano animatamente. Due di loro erano Larry Douglas, quattro erano Stephen Hawking, ciascuno in un diverso stato di salute, due erano John Gribbin, dei quali avevo gia incontrato una coppia al Floyd Bennet Field. Nessuno di loro si volse a guardarmi quando entrai: erano occupatissimi, come aveva detto il Larry all’ingresso, a confrontare le loro osservazioni.
Andai al bancone e mi servii una lattina di birra anch’io, con un orecchio alle loro chiacchiere ma di nuovo