c’erano uomini soli. Qua e la c’erano coppie, l’uomo generalmente piu anziano e con un’aria da «Oh, cielo! Sono entrato nella toeletta delle signore!» stampata sul volto.
Suppongo che fu questo a farmi presumere che a lasciarmi il messaggio misterioso fosse stata una donna. Il che dimostra quanto siano degne di fiducia le mie intuizioni.
Venti minuti dopo, la terza volta che una cameriera anzianotta passo a chiedermi se volevo ordinare qualcosa, risposi di si. Ci vollero altri venti minuti prima che il mio sandwich al tonno arrivasse.
E un quarto d’ora piu tardi — mentre esibivo ancora meta del panino come segnale di riconoscimento — sentii qualcuno avvicinarsi a passi svelti alle mie spalle. L’uomo scosto la sedia e si sedette di fronte a me.
Lo conoscevo. Non portava piu il panama e l’abito bianco, ma qualche ora prima quello era stato il suo colore.
— Be’, salve — dissi. — Avrei dovuto immaginare che era lei.
La cameriera si stava gia muovendo; lui la incoraggio con un cenno poi mi sorrise ampiamente. — Allora, come va? — esclamo, col tono di una vecchia conoscenza di lavoro. Ma se conosceva il mio nome non ne fece uso, limitandosi a — Parecchio che non ci vediamo, eh? — e altre frivolezze senza aspettare che gli dessi risposta. Quando la cameriera ebbe preso la sua ordinazione e se ne fu andata, abbasso la voce: — Non e stato seguito fin qui. E in sala non c’e nessuno che la sorvegli. Possiamo parlare.
Permisi a me stesso di tollerare ancora un po’ il mistero della faccenda. Raccolsi il mezzo sandwich e fra un boccone e l’altro lo studiai meglio. Decisi che aveva due, forse tre anni meno di me. Un volto aperto, lentigginoso, capelli color sabbia. Proprio il ragazzo della porta accanto, quello da cui non vi aspettereste mai atti meschini o comportamenti furtivi. Solo che si stava comportando parecchio furtivamente. — Di cosa stiamo per parlare? — chiesi, con la bocca piena di tonno e di mollica. — E con chi ho il piacere, comunque?
Ebbe un gesto impaziente. — Mi chiami Jimmy. Il nome non importa. Quel che conta e: cosa stava facendo ai Laboratori Daley?
— Ah, Jimmy! — sospirai tristemente. Rimisi nel piatto i resti del sandwich. — Questa e una cosa stupida — dissi. — Torni dall’Agente Capo Christophe e le dica che lo scherzetto non ha funzionato.
Mi fisso in silenzio e con un lieve cipiglio intanto che la cameriera arrivava col suo sandwich di prosciutto e formaggio. Poi disse: — Non e uno scherzo.
— Invece non e
— Non mi prenda per il bavero — disse. — Loro hanno le sue foto.
— Sono malriuscite, o false.
— E le impronte digitali? Malriuscite anche quelle?
Strinsi i denti. — Qualunque prova abbiano per dimostrare che ho cercato di penetrare in quei laboratori sabato notte e un falso, per il semplice motivo che non ero la.
Comincio a mangiare il sandwich, analizzandomi con occhi insospettiti. Io analizzai lui. Non solo era piu giovane di me, ma anche piu alto ed elegante. E gli piaceva vestire alla moda. Il completo bianco che aveva indossato in tribunale era un po’ troppo vistoso, mentre quello che gli vedevo adesso era probabilmente di taglio inglese. Non doveva averlo pagato meno di 75 dollari. E le sue scarpe non provenivano certo dalla vetrina di «All’Onesta, da Joe». D’un tratto disse: — Nyla e convinta che i testimoni a sostegno del suo alibi abbiano mentito.
Mordicchiai il rimasuglio del mio sandwich. Lo deposi di nuovo. — Come sa quello che pensa Nyla Christophe, se non e dell’FBI?
— Siamo amici — spiego. — Ho un sacco di amici nella polizia… non solo all’FBI. Dovrebbe averlo capito.
— So quello che ha fatto — osservai. — Non so perche l’abbia fatto.
— Perche non dovrei fare un favore a qualcuno, se mi va? — disse. — Torniamo ai suoi testimoni. Hanno mentito?
— No! E anche se fosse, verrei a dirlo a lei? Ma dicevano la verita.
Termino il suo sandwich in silenzio e senza smettere di studiarmi con gli occhi, come se un impercettibile mutamento della mia espressione avesse potuto fornirgli le risposte che voleva. Lasciai che se la prendesse con calma. Ingoiai l’ultimo boccone del sandwich, bevvi il caffe e feci cenno alla cameriera di portarmene un’altra tazzina. Lui alzo la sua per chiedere il bis, e quando la donna fu di nuovo fuori portata d’orecchio ammise: — Detto fra noi, sono propenso a credere che non abbiano mentito.
— Lieto di saperlo.
— Ah, non stia a fare tanto il duro con me, Dominic. E nei guai fino al collo, lo sa?
Non lo sapevo affatto. — La Christophe mi ha detto che potevo tornarmene alle mie faccende — obiettai.
— E perche non avrebbe dovuto? Tanto non potrebbe lasciare la citta, neanche se ci provasse. Non ha ancora finito con lei.
— Perche no, maledizione?
— Perche — spiego, — le foto e le impronte non possono mentire.
— Ma io in quel posto non c’ero!
— Giuro che mi sembra sincero. Anche i suoi testimoni, e questo e un boccone duro da mandar giu. Secondo me voialtri potreste perfino passare un test col lie-detector.
— E perche no? Non abbiamo detto una sola parola falsa.
— Oh, al diavolo, Dominic! — esplose. — Non si rende conto d’aver molto bisogno di aiuto?
— E lei si e ficcato in capo di aiutarmi?
— Io? No — disse. — Ma conosco qualcuno che puo farlo. Paghi il conto, Dominic, e andiamo a fare una corsetta in auto.
Era pieno Agosto e il sole non tramontava fin verso le otto di sera, ma dovunque stessimo andando s’era gia fatto buio molto prima che ci arrivassimo. Fin da quando Jimmy aveva girato a sud, fuori dalla periferia di Chicago, il traffico s’era fatto scarsissimo. Oltrepassammo miglia e miglia di campi coltivati a grano, dozzine di piccoli centri abitati, e ogni volta che chiesi al sedicente Jimmy quale fosse la nostra destinazione lui scosse la testa. — Meno ne sa — disse, — meno guai puo dare a se stesso e ad altri.
— Cosa stiamo andando a fare, allora? Io non sono uno specialista delle ore piccole. Ho un lavoro, e ci si aspetta che di buon mattino…
— Quello che ha adesso — spiego con pazienza, rallentando a un semaforo, — e un guaio con l’FBI. E se non riesce a venir fuori da questo, tutti gli altri le sembreranno roba da ridere.
— Ah, sicuro, Jimmy. Pero…
— Pero stia calmo e si rilassi — ordino. — Siamo quasi arrivati. E appena fuori di questa citta.
Quella «citta», a dar retta al cartello stradale, era un posto chiamato Dixon, Illinois, popolazione 2250, riunioni del Rotary e Lion Club ogni giovedi e venerdi all’Holiday Inn. La Main Street ci condusse a una piazza dove un cannone da 75 mm della seconda guerra mondiale campeggiava in mezzo alle aiuole, e li Jimmy sterzo con uno stridio di pneumatici in una strada privata.
A chi la strada appartenesse, non era possibile capirlo. Non c’era alcun cartello tipo «Benvenuti a Villa Pratinfiore» o «Attenti ai cani», niente che permettesse d’identificare il luogo ne che facesse sentire minimamente benvenuto chi arrivava. Al contrario. Cio che distingueva quella strada da qualsiasi altra era solo la cancellata che la sbarrava subito dietro la prima curva. Fuori dal cancello c’era un casotto di legno, davanti al quale una guardia in uniforme ci ordino con un gesto di abbassare i fari.
— Documenti, prego — disse. Jimmy gli passo qualcosa dal finestrino. Non vidi che razza di tessera fosse, ma dovette sembrargli soddisfacente. O meglio, quasi soddisfacente. Ci pondero sopra per un po’, mordicchiandosi un labbro, ando a un telefono e ne discusse con qualcun altro al capo opposto del filo, quindi apri il cancello e ci fece segno di passare.
Un quarto di miglio piu avanti la strada si divise in due intorno a una fontana posta al centro di uno spazio circolare. Girammo intorno al prato e rallentammo sulla ghiaia di fronte alle massicce colonne bianche di una scalinata marmorea. Avevo gia visto un posto simile: era li che abitava Rossella O’Hara in