Rudy sapeva che il Buio era fuggito. Era soltanto una sensazione, niente piu di una impressione, che lo lascio sconvolto e incerto. Ma non c’era piu nessuno nelle sale, cosi come nessuno si aggirava piu per le stanze superiori della villa.
Ingold ed il giovane attraversarono le porte, ed i loro passi produssero un’eco profonda nelle cavita ormai libere del corridoio: Rudy pote sentirsi finalmente sicuro che nessuna creatura si annidasse in quegli angoli scuri.
Se il Buio fosse fuggito perche sazio della carneficina o per opera del Mago, non avrebbe saputo dirlo. In un certo senso non aveva alcuna importanza; cio che importava era che loro erano vivi, ed anche il resto dei profughi… Erano sopravvissuti alla notte.
La stanchezza lo assali con dita di metallo e, per un secondo, le gambe non riuscirono piu a reggerlo, quasi che tutta la forza fosse svanita improvvisamente dal suo corpo.
Inciampo e si appoggio al muro per trovare un appoggio. Ingold invece sali sulla soglia spezzata dove tre figure si erano allontanate dalla fila di Guardie ed ora si mostravano, incorniciate dai rottami di legno e ferro. Sotto il sudiciume e le incrostazioni della battaglia, Rudy riconobbe Alwir, il Vescovo Govannin e Janus.
Senza pronunciare una parola, il Comandante della Guardia di Gae fece un passo avanti, si inginocchio davanti al Mago, e bacio le sue mani escoriate. Di fronte a questo gesto di fedelta, il Cancelliere ed il Vescovo si scambiarono un’enigmatica occhiata di disapprovazione per il comportamento della Guardia.
Le parole del Comandante Janus echeggiarono nel corridoio deserto:
«Pensavamo che te ne fossi andato via…»
Ingold sfioro la testa china dell’uomo, poi lo fece rialzare e getto uno sguardo verso Alwir.
«Giurai che avrei rivisto Tir in un luogo sicuro» rispose con calma, «e cosi faro… No, non sono andato via: a dire il vero, mi trovavo… in prigione.»
«In prigione?» Le spesse sopracciglia di Janus incorniciarono, aggrottandosi, i suoi occhi arrossati. «Per ordine di chi?»
«L’ordine di detenzione non era firmato», disse il Mago con la sua voce piu dolce. «Solo sigillato con il Marchio Reale. Chiunque abbia accesso a quel Sigillo avrebbe potuto farlo.» La luce della torcia si riflette negli occhi di Janus. «La cella poi e stata chiusa con il Segno della Catena…»
«L’uso di quella pratica e illegale!», commento Govannin incrociando le braccia scheletriche con i suoi occhi scuri da lucertola nei quali non brillava neanche un’emozione. «E sarebbe stata un’azione veramente sciocca ordinare una cosa cosi in un momento come questo…»
Alwir scosse il capo.
«Io certamente non ho firmato un tale ordine», disse con voce incrinata dall’imbarazzo. «Per quanto riguarda il Segno Magico poi, c’erano delle dicerie che si trovasse da qualche parte tra i tesori del palazzo di Gae, ma ho sempre pensato che fosse una delle tante vecchie leggende. Sono contento pero che tu sia riuscito ugualmente a fuggire ed a farlo in tempo per venire in nostro soccorso. Il tuo arresto e stato, evidentemente, un errore da parte di qualcuno!»
Lo sguardo del Mago si poso prima sul volto del Cancelliere, poi su quello del Vescovo, ma non disse altro che:
«Ovviamente…»
Molto piu tardi, quando ormai era mattino avanzato, Rudy ritorno indietro sui suoi passi verso la cella senza porta, ora vuota ed aperta. Aveva intenzione di recuperare quell’oscuro sigillo e di gettarlo in qualche pozzo, preferibilmente molto profondo.
Quando pero raggiunse la cella, anche se il posto era in ordine, e dopo aver cercato a lungo tra le ossa polverose e mummificate nella nicchia, non riusci a trovarne traccia da nessuna parte.
Qualcuno era stato li prima di lui…
CAPITOLO OTTAVO
«Stara bene?»
«Se il braccio non si infetta, si.»
Le voci giungevano distinte alle orecchie di Gil, anche se tra lei e loro c’era una sorta di barriera nebulosa quasi fosse un sogno nel quale lei poteva comprendere tutto, ma senza sapere in quale maniera riuscisse a farlo. Come in fondo ad un pozzo profondissimo, riusci ad alzare gli occhi e scorse, lontana, l’alta figura di Alwir che si stagliava contro il sole oscurandolo quasi fosse una nuvola. Accanto a lui stava il Falcone di Ghiaccio, luminoso e freddo come il vento. Ma l’acqua del pozzo nel quale giaceva era percorsa da una sottile sofferenza, una sofferenza bruciante e luminosa, chiara come il cristallo.
La voce di Alwir continuo.
«Se si infetta lo perdera.»
«Nessuno sa dov’e Ingold?», chiese il Falcone di Ghiaccio.
«Chi lo sa? Una delle sue prerogative e quella di sparire di quando in quando.»
Alwir si sposto, ed un raggio di sole la colpi negli occhi come la lama di un coltello. Gil giro convulsamente il volto per sfuggire, ed il movimento le procuro una fitta accecante di dolore che le attraverso le ossa del braccio sinistro. Pianse in preda ad una disperazione simile ad un’agonia.
Nel suo delirio comincio a sognare, e nel suo sogno comincio a ripercorrere la lunga strada che l’aveva condotta fin li. Dal posto buio nel quale giaceva, poteva scorgere la sua cucina illuminata nell’appartamento di Clarke Street: un cumulo di tazze di caffe ancora da lavare ed un gran numero di vecchi giornali coprivano il tavolo, mentre il suo lavoro, la tesi destinata a rimanere incompleta, era sparso sul pavimento della stanza, ogni foglio simile ad una manciata di erba appassita.
Le sembrava di essere ancora vicina a quella vita, a pochi passi da casa, dall’Universita, dall’esistenza calma e tranquilla di una studentessa modello, dagli amici, e dalla sicurezza del proprio tempo e del proprio spazio.
Senti squillare il telefono, e capi che si trattava di una delle sue amiche che la stava cercando. Chissa da quanto tempo continuavano a telefonarle? Forse si sarebbero preoccupate, ed avrebbero cominciato a cercarla. Il pensiero della loro preoccupazione e della paura per la sua sorte che poteva nascere in loro, le fece male quasi quanto la ferita al braccio. Cerco di muoversi per andare fino alla cucina e poter finalmente rispondere. Ma c’era Ingold a sbarrarle la strada.
Incappucciato, la lama sguainata che riluceva come fosse cosparsa di fosforo, si fermo davanti a lei, una forma scura che mutava e volteggiava in balia di un vento misterioso.
Qualsiasi cosa cercasse di fare, lui era sempre sulla sua strada.
Gil comincio a gridare: «Lasciami andare, lasciami andare!», in un attacco parossistico di furia impotente. Poi il vento colpi, sollevandolo come una grande ala scura, il mantello del Mago e, nello stesso istante, la sua figura divenne quella di un Guerriero del Buio che attraversava veloce l’aria.
La ragazza cerco di correre via, ma il mostro era gia su di lei, ed allora cerco di lottare con la spada che le era comparsa tra le mani. Non appena la lama tocco quella creatura infernale, le sue fauci scattarono richiudendosi sul suo braccio lanciando uno sbuffo di acido che le brucio la carne facendola urlare dal dolore.
Vide il suo braccio ridotto ad un ammasso di ossa e carne lacerata, poi vide una mano che si tendeva a sfiorarlo e a toccarlo modellando ed impastando i resti squarciati del muscolo quasi fossero di creta. Nel suo sogno comparve la figura di un uomo curvo su un banco di legno ed intento a modellare stucco ed a mescolare cere colorate.
Quella mano era di Ingold, riconoscibile dai segni e dalle tracce piu chiare di antiche cicatrici, callose per il tempo passato a stringersi intorno all’elsa di una spada… La c’era lui, stanco e trasandato, che la fissava con i suoi occhi luminosi cerchiati e segnati da un’enorme fatica.
Gil allungo una mano a toccarlo, come a cercare di credere in quello che vedeva, singhiozzando e pregando dentro di se che non andasse via… Era stato lui ad intrappolarla in quel mondo, e provo improvvisa la voglia di maledirlo e di lottare contro la sua presa forte e sicura.
