compiuto quelle azioni. Lui ne era responsabile.

Con il respiro strozzato dall’incredulita e dall’orrore, allontano immediatamente le mani dalla gola del piccolo demone e si apri la veste, pronto a dirigere contro se stesso il Dito dell’Ira.

Ma nemmeno quella liberazione gli fu concessa.

— Prima devi espiare, Armon Jarles! Devi espiare! — lo riprese severamente la voce. — Devi prima riparare alla tua colpa.

In quello stesso istante, un secondo demonietto si arrampico agilmente sulla scrivania. Aveva il pelo ramato e i tratti distorti del suo musetto affilato ricordavano quelli dell’Uomo Nero. Anche la sua voce era un’eco stridula di quella del suo gemello.

— Sono Dickon, Armon Jarles. Sono io che ti ho parlato attraverso la mente del tuo fratellino, seguendo le istruzioni di mio fratello grande. Le nostre tre menti sono state in contatto.

“Ma non c’e tempo da perdere. Devi salvare mio fratello. Devi farlo uscire subito dalla sua cella!

Un terzo demone balzo sulla scrivania e, a quel punto, la sconcerto di Jarles fu totale. La terza creatura, color della pece, assomigliava in modo inequivocabile a Goniface.

Per un attimo, nella sua mente baleno il pensiero che, per qualche incredibile sortilegio, tutte le creature viventi fossero state trasformate in minuscoli fantocci pelosi e che lui, l’unico uomo rimasto, fosse loro prigioniero e loro schiavo, un gigante costretto a eseguire i loro ordini.

— Svelto! Svelto! — lo sollecito Dickon, tirandogli la veste. Jarles obbedi e, dopo pochi istanti, stava gia divorando a lunghi passi i corridoi grigi e tetri delle cripte. Qualche persona superstiziosa delle epoche passate l’avrebbe facilmente scambiato per uno zombie, tanto cereo era il suo volto, tanto risoluto il suo sguardo e rigidi e meccanici i suoi movimenti.

Oltre le spesse sbarre metalliche dell’imponente porta che dava accesso alla prigione secondaria, il capo- carceriere lo scruto e, quando riconobbe in lui uno dei principali agenti di Goniface, lo fece entrare. La porta scivolo di lato, e appena Jarles ebbe varcato la soglia, si richiuse rapidamente alle sue spalle. Jarles si volto verso il gabbiotto. Il secondino apri la bocca per chiedergli che cosa desiderasse, ma prima che riuscisse a finire la frase, Jarles aveva gia puntato contro di lui e il suo aiutante il raggio paralizzante.

Quindi si protese in avanti e da una minuscola scatola quadrata, che il secondino portava legata alla cintura, estrasse l’attivatore delle serrature.

Il secondino rimase immobile, come una statua di cera, le labbra dischiuse a formulare una domanda che resto muta. Dietro di lui, il suo aiutante rimase seduto a fissare il vuoto, un sopracciglio inarcato in un’espressione di spontanea curiosita.

In fondo al corridoio, Jarles si diresse verso l’unica cella visibile dal gabbiotto. I due diaconi che la piantonavano avevano assistito alla scena, ma ne avevano male interpretato il significato. Riconobbero il sacerdote del Quarto Circolo che si stava avvicinando; era gia venuto parecchie volte a sostenere sarcastiche conversazioni con il loro prigioniero. Cosi, finsero un’espressione di ossequioso rispetto, e in quell’atteggiamento furono raggelati dal raggio paralizzante.

Quindi Jarles aziono l’attivatore e, sbloccata dalle emanazioni elettriche, la serratura si apri.

La porta della cella scivolo lentamente di lato. Dapprima si vide solo una mano: una mano che si appoggiava incerta la parete metallica, come se la persona a cui apparteneva stesse cercando di farsi forza per affrontare una terribile delusione. Poi, a poco a poco, si paleso l’intera figura.

Le ferite fisiche e la tortura psicologica avevano duramente provato l’Uomo Nero. Era molto pallido e il suo corpo smagrito si perdeva nella sua tunica grigia di prigioniero. Aveva la mente annebbiata e la sua capacita intellettiva era ridotta ai lumicino. Quando vide Jarles penso che fosse venuto per farsi beffe di lui, una volta di piu; e lo sguardo freddo e spento del sacerdote sembrava confermarlo. Inoltre, le guardie erano sedute fuori al loro posto, come al solito.

— Ho ucciso Asmodeo — disse Jarles e per l’Uomo Nero quelle parole suonarono come una sentenza di morte. Con la forza della disperazione, fece appello alle poche energie che gli restavano per tuffarsi verso il corridoio. La sua mente vacillo… Doveva mettere fuori gioco Jarles… doveva impadronirsi di una verga dell’ira…

Poi, un’ombra color del rame che correva verso di lui e, prima ancora di rendersi conto di quel che stava accadendo, Dickon gli stava pizzicando gentilmente il viso, appeso alla sua tunica.

— Fratello, oh fratello — cinguettava la vocina sottile. — Dickon ha eseguito i tuoi ordini. E adesso il fratello di Dickon e libero, libero!

E mentre lui cercava di afferrare il significato di quelle parole, udi Jarles ripetere, con lo stesso tono formale di poco prima, come se stesse rendendo testimonianza di fronte a un tribunale della Gerarchia: — Ho ucciso Asmodeo…

L’Uomo Nero non riusciva a capire. Per un attimo si domando se non si trattasse di uno stratagemma di Fratello Dhomas per farlo uscire definitivamente di senno. Ma poi Jarles aggiunse: — …che, come tu sai, era l’arciprete Sercival, il capo dei Fanatici.

L’Uomo Nero scoppio a ridere, come gli avessero appena raccontato una barzelletta stupida, ma divertentissima. Poi, all’improvviso, si porto una mano alla bocca, senza quasi accorgersi che gia Dickon gli aveva appoggiato una zampa sulle labbra, per farlo tacere. L’Uomo Nero lancio a Jarles un’occhiata incredula.

— E le altre streghe catturate… — chiese.

— Sono ancora qui in prigione.

Pochi attimi dopo, Jarles stava di nuovo percorrendo a grandi passi il corridoio del carcere. Accanto a lui camminava una figura vestita da diacono, il volto nascosto da un cappuccio nero, fra le mani una verga dell’ira.

A un certo punto, il corridoio piegava ad angolo retto. Si trovarono davanti a una linda fila di celle, ciascuna piantonata da una coppia di diaconi. Jarles e l’Uomo Nero percorsero lentamente tutto il corridoio, camuffando con il rumore dei passi il debole sibilo del raggio paralizzate. Le ultime tre coppie di guardie si resero conto del pericolo quando ormai era troppo tardi: rimasero pietrificate nell’atto di allungare la mano verso il muro, al quale avevano appoggiato le verghe dell’ira. In realta, gli ultimi due diaconi erano riusciti ad afferrarle e stavano prendendo la mira per colpirli, ma in quella posizione furono raggelati.

L’Uomo Nero si tolse il cappuccio.

Dalla parte opposta del corridoio si apri una porta. Ne usci Cugino Deth. Con una rapidita quasi impensabile per un essere umano, diresse la sua verga dell’ira contro l’Uomo Nero e Jarles.

Ma la velocita di reazione di un demone era di gran lunga superiore a quella di un uomo e, con uno scatto fulmineo, Dickon si precipito verso di lui.

La faccia giallastra di Cugino Deth si contorse in una smorfia di paura, come soltanto un’altra volta gli era accaduto prima di quel giorno: quando era fuggito in preda al panico dalla casa stregata. — La cosa nel buco! — urlo. — Il ragno! il ragno!

Ma subito dopo si rese conto che la sua paura era infondata e diresse il raggio viola contro Dickon.

La sua momentanea incertezza, pero, aveva permesso all’Uomo Nero di passare al contrattacco. Aziono il proprio raggio dell’ira, riuscendo a intercettare quello di Cugino Deth, e poiche i due raggi si annullavano a vicenda, Dickon riusci a dileguarsi indisturbato.

Quindi, come due antichi spadaccini, lo stregone e il diacono si batterono a duello. Le loro armi erano due lame infinite di violenta incandescenza, ma la loro tecnica quella di due schermitori: finta, fendente, parata, risposta rapida. Lingue di fuoco devastarono il soffitto, i muri e il pavimento. Alcuni dei diaconi paralizzati, simili a spettatori ammutoliti dallo stupore, morirono avvolti dalle fiamme nella posizione in cui il raggio di Jarles li aveva sorpresi: chi seduto, chi in piedi, chi chinato.

Lo scontro fu breve. Al termine di un abile disimpegno, la lama di Cugino Deth fendette la tunica dell’Uomo Nero, sotto il braccio. Ma lo stregone paro il colpo in tempo, e subito dopo, fece una finta e poi un’altra e la faccia giallastra e la fronte pronunciata di Cugino Deth cessarono di esistere.

Schivando i raggi della verga che era scivolata dalla mano del diacono, l’Uomo Nero si precipito in avanti, spegnendo entrambe le armi.

Quindi, si rivolse a Jarles, che per tutta la durata del combattimento era rimasto immobile, contro il muro, invocando la morte, e gli ordino di aprire le celle.

Ma l’Uomo Nero non perse tempo a parlare con le streghe e gli stregoni che uno dopo l’altro si affacciarono straniti sul corridoio, come fantasmi richiamati dall’aldila. Non rivolse la parola nemmeno a Drick, che si limito a

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