nemici.
Piu Jarles si avvicinava al suo appartamento e piu il suo disagio diventava acuto, insopportabile. Finche a un tratto, con suo grande orrore, il velo nero della colpa che opprimeva i suoi pensieri prese vita e gli sussurro all’orecchio: — Mi senti, Armon Jarles? Mi senti? Sono la tua coscienza. Puoi scappare e tapparti le orecchie, ma non servira a nulla. Non puoi chiudermi fuori. Non puoi fare a meno di ascoltare la mia voce. Perche questa e la tua voce. Io sono l’Armon Jarles che tu hai mutilato e rinchiuso in prigione, l’Armon Jarles che hai calpestato e negato. Ma, nonostante tutto, alla fine, io sono piu forte di te.
Ma… orrore supremo! Quella non era la sua vera voce, ma soltanto una che le assomigliava moltissimo! Non poteva neppure appellarsi alla possibilita, terribile essa stessa, di spiegare quel fenomeno come un’allucinazione, una proiezione del suo inconscio. Era troppo reale, troppo viva. Sembrava la voce di un suo parente stretto, di un fratello mai nato.
Si fiondo all’interno del suo appartamento, come se avesse avuto tutti i demoni dell’Inferno alle calcagna. Con le mani che gli tremavano, si affretto a riattivare la serratura della porta.
Ma dentro era ancora peggio.
— Non puoi sfuggirmi, Armon Jarles, perche dove sei tu sono anch’io. Sentirai la mia voce fino al giorno della tua morte e nemmeno nelle fiamme del crematorio ti libererai di me.
Non aveva mai odiato niente in vita sua quanto odiava quella voce nata dal nulla. Ne aveva mai desiderato cosi intensamente rompere, squarciare, distruggere qualcosa. E mai si era sentito cosi disperatamente impotente.
Alcune immagini presero forma nella sua mente. Stava inciampando in mezzo ad antiche rovine, con la mano ossuta di Madre Jujy che gli stringeva il polso. Voleva urlare per richiamare l’attenzione dei suoi inseguitori, strangolare la vecchia strega, sfondarle il cranio con il suo stesso bastone. Ma non poteva.
Era seduto a un tavolo sommariamente sgrossato, intento a dividere una misera cena con i suoi genitori e i suoi fratelli. Aveva messo del veleno nei loro piatti e attendeva con impazienza che si decidessero a mandare giu il primo boccone, ma loro continuavano a gingillarsi senza ragione.
Si trovava nel laboratorio di Fratello Dhomas, ma adesso la situazione era completamente mutata. Una tenebra antropomorfa sedeva al posto del sacerdote, e streghe e stregoni dal sorriso perfido e demonietti chiacchierini azionavano i vari strumenti.
All’improvviso si ritrovo davanti a uno specchio, ma anziche rimirarvi la propria immagine riflessa, vide il cadavere rianimato di Asmodeo. E Asmodeo stava spiegando qualcosa a gesti: prima indicava Jarles, quindi il foro annerito sulla propria veste e poi ricominciava daccapo. E quando Jarles senti che non avrebbe potuto sopportar oltre quella visione, Asmodeo si fermo… Ma subito dopo la minuscola testa del suo demonietto, sparuto, grigio e coperto di sangue, fece capolino dal foro annerito e comincio a ripetere i gesti del suo padrone.
L’odio di Jarles per la vita, per tutto quanto lo circondava, crebbe a dismisura. Si rese conto che, se agiva con determinazione e sufficiente astuzia, un uomo da solo era in grado di annientare l’intera razza umana, salvando soltanto se stesso. Si poteva fare. I modi erano molti.
Con uno sforzo supremo, si guardo attorno. Per un attimo la stanza gli sembro deserta. Poi, acquattato sul piano lucido della scrivania, fra il proiettore e le bobine sparpagliate dei nastri di lettura, vide una bestia schifosa, un demonietto dal pelo scuro che lo fissava intensamente, il muso affilato e senza naso una copia miniaturizzata del suo volto.
Jarles si rese subito conto che era quella creatura la causa del suo strazio, i suoi pensieri quelli che, per via telepatica, martellavano nella sua testa e torturavano la sua mente.
E, con altrettanta prontezza, decise di ucciderla. Non con il raggio dell’ira, perche le sue capacita intellettive si erano ormai ridotte a uno stadio troppo primordiale: l’avrebbe strangolata con le sue mani.
Jarles si diresse verso il tavolo; pur vedendolo avvicinarsi, la creatura non si mosse. Ma disubbidendo ai suoi comandi, le sue gambe si muovevano a una lentezza esasperante, come se, all’improvviso, l’aria fosse diventata di gelatina. E mentre avanzava, trascinando faticosamente i piedi, un’ultima immagine prese forma nella sua mente.
Era completamente solo, in cima a una piccola collina, in mezzo a una valle piatta, desolata e grigia. Lui era l’unica creatura vivente e fra le mani stringeva un fulmine di guerra. Tutt’intorno, a perdita d’occhio, la terra era ricoperta dalle tombe delle specie che lui aveva annientato, o forse dalle tombe degli uomini e delle donne di ogni eta, che avevano sofferto e combattuto ed erano morte invocando la liberta, cercando qualcosa di piu di quello che offriva loro una societa invidiosa, conservatrice e stolta.
E lui aveva molta paura, benche ormai non ci fosse piu nulla in grado di minacciarlo. E continuava a domandarsi se l’arma su cui poggiava le dita sarebbe stata abbastanza potente.
Solo pochi passi lo separavano ormai dalla scrivania. Le sue mani erano protese in avanti come grinfie di marmo. L’odiosa creatura continuava a scrutarlo. Ma fra di loro si intromise ancora una volta quell’oscura visione.
All’improvviso, la distesa desolata che circondava la collina comincio a tremare e a sussultare, come se fosse stata squassata da un terremoto, con la sola differenza che il movimento era piu generale e meno violento; come se milioni di talpe stessero scavando il terreno contemporaneamente. Poi, qua e la, la terra grigia si spacco e dalle crepe, profonde e buie, emersero forme scheletriche ricoperte di carne putrescente e di brandelli sudici di sudario. Il loro numero aumentava, aumentava sempre di piu, fino a quando, schierate come soldati, presero a marciare da ogni lato verso la piccola collina, scrollandosi di dosso la terra grigia.
E lui ruotava freneticamente il suo fulmine di guerra da ogni lato. I soldati crollavano al suolo a decine, a centinaia, come grano marcito, cedendo a una seconda morte. Ma sopra di loro, attraverso il fumo dei loro cadaveri in fiamme, centinaia di altri continuavano ad avanzare. E lui sapeva che a migliaia di chilometri di distanza, molti di piu stavano uscendo dalle tombe per marciare su di lui, fino dagli estremi confini della terra.
Ancora un passo soltanto e le sue mani avrebbero potuto finalmente serrarsi attorno alla gola scarna. Un passo soltanto.
Ma i soldati continuavano ad avanzare, marciando in ordine perfetto, e il fetore delle loro ossa bruciate oscurava il cielo plumbeo e lo soffocava. Adesso i caduti formavano un grande cerchio, piu alto della piccola collina e lui doveva puntare il fulmine di guerra verso l’alto per abbattere le sagome che con passo leggero facevano capolino sulla cresta… tranne quando doveva abbassarlo rapidamente per finire uno scheletro mezzo carbonizzato che, sopra il mucchio di ossa, cercava ancora di trascinarsi verso di lui.
Era arrivato alla scrivania. Le sue mani di marmo stavano per stringersi attorno alla sua nera caricatura.
Ma anche l’esercito degli scheletri si stava stringendo attorno a lui. In ondate continue, incessanti. E lui sudava, ansimava e soffocava.
Ogni volta che girava il fulmine di guerra, le schiere dei soldati che falciava erano sempre piu vicine. E alle sue spalle, uno scheletro annerito era riuscito a trascinarsi fino a lui e a ghermirgli debolmente la caviglia con le falangi carbonizzate.
Le sue mani si chiusero intorno alla gola dell’obbrobrio peloso. Ma era come se portasse un collare di plastica trasparente… le sue dita non riuscivano a toccare il suo pelo nero. Ancora un ultimo sforzo…
Ma mentre l’ennesima falange di scheletri si disintegrava davanti alla bocca della sua potente arma, mani fatte di ossa lo afferrarono alle spalle e, in un parossismo di terrore e di supremo rimorso, Jarles urlo: — Mi arrendo! Mi arrendo!
In quello stesso istante, una scossa piu forte di qualsiasi scarica elettrica strazio i suoi nervi. Il suo cervello rimbombo, si contorse e vibro. La nausea gli serro la gola.
La sua mente prese a vorticare come una trottola impazzita per poi arrestarsi all’improvviso, come se qualcuno gli avesse sferrato una violento colpo alla testa, stordendolo.
Fu sul punto di perdere conoscenza, ma non svenne. I fili sottili della memoria si tesero fino al punto di rottura, ma non si spezzarono. I suoi occhi, che si erano serrati nel momento supremo, si riaprirono.
Era Jarles. Il vecchio Jarles. L’Armon Jarles che da solo aveva sfidato la Gerarchia.
Ma quella scoperta non gli procuro alcun sollievo. Anzi, segno l’inizio di un nuovo tormento, ancor piu straziante di quello che aveva appena sopportato. Perche la sua memoria era intatta. Ricordava perfettamente ogni azione compiuta dalla sua seconda personalita: il tradimento della Stregoneria, il rapimento di Sharlson Naurya, lo scherno con cui aveva umiliato l’Uomo Nero e, sopra ogni altra, l’uccisione di Asmodeo. Lui aveva
