cui non riuscivo a toglierlo. E adesso m’e venuta in mente una soluzione. Rrrrrr!
E si avvio lungo il viale come un lampo azzurro.
Gaspard prosegui, a passo tranquillo, chiedendosi vagamente che effetto poteva fare lavorare su un romanzo per quattro ore. Naturalmente, il mulino-a-parole poteva cortocircuitarsi, ma non era precisamente la stessa cosa. Era forse come essere invischiato in un problema di scacchi? O era piuttosto come le intense frustrazioni emotive che si riteneva avessero grandemente turbato la gente, perfino gli scrittori, nei brutti tempi antichi, prima della ipnoterapia degli ipertranquillanti e degli instancabili robot psichiatri?
Ma, in questo caso, come erano le frustrazioni emotive? In verita, c’erano momenti in cui Gaspard pensava di aver condotto un’esistenza un po’ troppo tranquilla, un po’ troppo bovina perfino per uno scrittore.
2
Il nebuloso rimuginare di Gaspard venne interrotto dalla grande edicola che segnava la vita di Viale del Lettorato. Era scintillante e affascinante come un albero di Natale, e lo faceva sentire come un ragazzino di sei anni in procinto di essere visitato da Papa Natale.
L’aspetto generale dell’interno dei volumetti non era cambiato molto in due secoli: era ancora stampato in caratteri neri su carta chiara. Ma le copertine erano meravigliosamente fiorite. Cio che nella meta del Ventesimo secolo era stata soltanto una intenzione aveva proliferato ed era giunta alla sua piena fioritura.
Grazie alla magia della stereostampa e della riproduzione a quattro tempi, voluttuose fanciulle grandi come bamboline si spogliavano interminabilmente, indumento per indumento, o passavano ripetutamente, in abiti trasparenti, davanti a finestre illuminate. Mostri e criminali sogguardavano con espressione maligna, filosofi e ministri del culto si mostravano con attenzione benigna, in molte espressioni. I cadaveri macchiati di sangue crollavano al suolo, i ponti precipitavano, gli uragani sferzavano gli alberi, le astronavi saettavano attraverso finestrelle di dodici centimentri per dodici nell’infinito stellato.
Tutti i sensi venivano presi d’assalto: le orecchie da un flusso di lieve musica fatata, affascinante come il canto delle sirene e punteggiata dallo schioccare di lenti baci, dai colpi di scudiscio su carne nubile, dal sommesso sgranare delle pallottole di mitra, dallo spettrale ruggito delle bombe atomiche.
Le narici di Gaspard coglievano folate di pranzi a base di tacchino, fuochi di legno duro, aghi di pino, boschetti di aranci, polvere da sparo, un lievissimo accenno di marijuana, muschio e profumi alla moda, come il
Per un momento l’idea di tre ore di intimita con Heloise Ibsen non gli parve piu eccessiva. Avvicinandosi ai volumetti affollati che in realta erano disposti come i palloncini su un albero di Natale (a eccezione dell’assortimento, austeramente modernista, dei libribobina per i robot), Gaspard rallento la sua gia tranquilla andatura per protrarne il piacere dell’anticipazione.
A differenza di quasi tutti gli scrittori della sua epoca, Gaspard de la Nuit godeva realmente della lettura dei libri, specialmente della produzione quasi ipnotica dei mulini-a-parole, con i suoi solidi nomi quadridimensionali e i suoi connettivi elettrici.
Ora stava pensando a due piaceri distinti che l’attendevano: scegliere e acquistare un nuovo volumetto da leggere quella sera e vedere in mostra, ancora una volta, il suo primo romanzo,
“Gaspard de la Nuit sta raccogliendo materiale per il suo
Piu sotto c’era questa biografia:
“Gaspard de la Nuit e un lavapiatti francese che ha fatto anche lo steward su un’astronave, ha aiutato un procuratore d’aborti (in realta cercava di raccogliere delle prove per la Surete), ha fatto il tassista a Montmartre, il valletto di un visconte dell’
Gaspard conosceva a memoria quelle parole e sapeva anche che erano assolutamente false, se si eccettuava il fatto che la mulinatura del polpettone sessuale gli aveva richiesto sette turni. Non aveva mai lasciato la Terra, non aveva mai visitato Parigi, non aveva mai praticato sport piu strenui del ping-pong, non aveva mai avuto un lavoro piu esotico di quello di commesso in un grande magazzino, e non aveva mai avuto neppure la piu lieve e trascurabile psicosi.
In quanto a “raccogliere materiale”, ecco, il suo ricordo piu vivido di quella seduta in cui aveva fatto la stereografia per il volumetto erano le accecanti stereoluci e la modella lesbica che si lamentava continuamente del suo fiato pesante e faceva mosse invitanti con il suo torso snello e irrequieto verso la fotografa che era un tipo piuttosto mascolino. Naturalmente adesso c’era Heloise Ibsen, e Gaspard doveva ammettere che contava almeno per tre donne.
Si, quelle storie erano false e Gaspard le conosceva a memoria, eppure era un piacere rileggerle, all’edicola, riassaporando ogni singola sfumatura del loro fascino disgustoso e lusinghiero.
Mentre tendeva la mano verso il volume scintillante (la ragazza sulla copertina si preparava a togliersi anche l’ultimo indumento violetto) una esplosione di fiamma rovente, ruggente e fetida, proruppe al suo fianco e anniento in un istante il mondo pigmeo della bamboletta tutta sesso. Gaspard balzo indietro, ancora stordito dal suo sogno, benche questo si fosse appena trasformato in un incubo. In tre secondi, lo splendido albero natalizio carico di libri si era trasformato in uno scheletro tremante, carico di raggrinziti frutti neri. La fiamma si spense e un frastruono di risate omicide ne sostitui il ruggito. Gaspard riconobbe un drammatico tono di contralto.
— Heloise! — grido, incredulo.
Perche non c’era dubbio: era la sua amante, che secondo lui stava accumulando libidine a letto… I suoi lineamenti decisi erano resi convulsi da uno splendore malvagio, i suoi capelli scuri erano sciolti come quelli d’una menade, la sua figura vigorosa sembrava prorompere con esuberanza dagli abiti: e brandiva nella destra un sinistro globo nero.
Al suo fianco c’era Homer Hemingway, uno scrittore patentato dalla testa rasa, che Gaspard aveva sempre giudicato un grosso idiota anche se Heloise, in quegli ultimi tempi, aveva preso l’abitudine di ripetere le sue balorde, laconiche osservazioni. Le caratteristiche dell’abbigliamento di Homer erano un abito da cacciatore in velluto a coste e una grossa cintura da cui pendeva un’ascia. E stringeva fra le mani pelose la canna fumante d’un lanciafiamme.
Dietro di loro c’erano due robusti scrittori avventizi che indossavano maglioni a strisce e berretti blu. Uno portava il serbatoio del lanciafiamme e l’altro una specie di mitra e una bandiera con un 30 nero su fondo grigio.
— Cosa stai facendo, Heloise? — chiese debolmente Gaspard, ancora sconvolto.
La sua valchiria di passione si pianto i pugni sui fianchi.
— Gli affari miei, sonnambulo! — sogghigno. — Togliti la cera dalle orecchie! Togliti le bende dagli occhi! Apri la tua mente piccina!
