«Cerchiamo Earl’s Court» continuo il Marchese. «Capita per caso che sulla tua persona si trovi qualcosa di simile a un orario dei treni?»

Lear si inumidi le labbra con la punta della lingua. «Non e impossibile. Cosa me ne verrebbe se ce l’avessi?»

Il Marchese si ficco le mani nelle tasche del soprabito. Poi sorrise, come un gatto a cui siano state affidate le chiavi di un istituto per canarini disobbedienti ma cicciottelli.

«Si dice» butto li oziosamente, come stesse solo passando il tempo, «che Blaise, il maestro di Merlino, una volta scrisse una musica da danza cosi allettante da attirare il denaro fuori dalle tasche di chiunque la ascolti.»

Gli occhi di Lear divennero due fessure. «Questo varrebbe ben piu di un orario dei treni» disse. «Se tu ce l’avessi davvero.»

Il Marchese fece una perfetta imitazione di qualcuno che scopre: perbacco, ha ragione, varrebbe di piu! «Be’, allora,» disse magnanimo «suppongo cio significhi che mi dovresti un favore, giusto?»

Lear annui, lentamente e con riluttanza. Si frugo nella tasca posteriore, ne estrasse un pezzo di carta piegato e spiegazzato che tenne ben alto in mano.

Il Marchese si allungo per prenderlo. Lear allontano la mano. «Prima fammi ascoltare la musica, vecchio imbroglione» disse. «E sara meglio che funzioni.»

Il Marchese alzo un sopracciglio. Infilo velocemente la mano in una delle tasche interne del soprabito, e quando la tiro fuori di nuovo conteneva un fischietto e una piccola sfera di cristallo. Guardo la sfera di cristallo facendo quel tipo di «hmm» che significa «ah, ecco dov’era finita», e se la rimise in tasca. Quindi piego le dita, si porto il fischietto alle labbra e comincio a suonare.

Era un motivetto strano e brioso, che saltellava e si contorceva. Richard credette quasi di avere ancora tredici anni, quando a scuola, durante l’intervallo per il pranzo, ascoltava la radio portatile del suo migliore amico, attento alla classifica dei dischi piu venduti, perche la musica era importante come puo esserlo solo quando si e adolescenti: era tutto quello che aveva sempre voluto sentire in una canzone…

Una manciata di monete tintinno sul cappotto di Lear.

Il marchese abbasso il fischietto.

«Allora sono in debito, vecchia canaglia» disse Lear, con un cenno del capo.

«Si, lo sei.» Il Marchese gli prese il foglio — l’orario dei treni — e lo esamino attentamente, quindi annui. «Ma a buon intenditor poche parole: non esagerare. Basta poco per avere molto.»

E i quattro ripresero il cammino, lungo il corridoio, circondati da manifesti che pubblicizzavano film e biancheria intima e dagli sporadici avvisi dall’aria ufficiale che consigliavano agli artisti di strada di allontanarsi dalla stazione. Li seguiva il lamento del sassofono e il suono del denaro che atterrava sul cappotto.

Il Marchese li condusse a una banchina della Central Line.

Richard si diresse verso il limitare della banchina e guardo in basso. Si chiese, come faceva sempre, quale fosse la rotaia sotto tensione, poi si scopri a sorridere, involontariamente, a un topolino grigio che si aggirava con coraggio sui binari, alla timida ricerca di panini abbandonati e patatine cadute dal sacchetto.

«Attento allo Spazio Vuoto» gli disse Hunter, con tono pressante. «Resta qui dietro. Accanto al muro.»

«Cosa?» chiese Richard.

«Ho detto» ripete Hunter «attento allo…»

E in quell’istante fece irruzione sul lato della banchina. Era diafano, simile a un sogno, una cosa spettrale color fumo nero che prorompeva come seta sotto uno strato di acqua. Spostandosi a una velocita stupefacente pur dando l’impressione di muoversi al rallentatore, si avvinghio con forza alla caviglia di Richard.

Pungeva, anche attraverso la spessa stoffa dei Levi’s. La cosa lo trascinava verso il bordo della banchina, e lui barcollo.

Quasi con distacco si accorse che Hunter aveva estratto il bastone e con esso colpiva il tentacolo, ripetutamente e con forza.

Si udi uno strillo lontano, sottile e stupido, come di un bambino idiota privato del suo giocattolo.

Il tentacolo di fumo lascio la caviglia di Richard, scivolo indietro oltre il bordo della banchina e spari.

Hunter afferro Richard per la collottola e lo tiro verso il muro.

Richard ci crollo contro. Dove la cosa aveva toccato i jeans, il colore era stato succhiato via, e adesso sembravano un maldestro esempio di tintura a nodi. Sollevo la gamba dei pantaloni: sulla caviglia e sul polpaccio stavano spuntando minuscole vesciche rosse.

«Cosa…» si provo a parlare ma non usci alcun suono. Degluti e ritento, «Cos’era quello?»

Hunter abbasso lo sguardo verso di lui. Il suo viso pareva intagliato in un legno scuro. «Non credo abbia un nome» rispose. «Vivono negli spazi vuoti. Ti avevo avvertito.»

«Io… io non ne avevo mai visto uno prima.»

«Non facevi parte del Mondo di Sotto, prima» disse Hunter. «Aspetta vicino al muro. E piu sicuro.»

Il Marchese stava controllando l’ora su un grosso orologio d’oro da tasca. Lo ripose nel taschino del panciotto, consulto il foglio che gli aveva dato Lear e annui soddisfatto. «Siamo fortunati» sentenzio. «Il treno per Earl’s Court dovrebbe passare tra circa mezz’ora.»

«La stazione di Earl’s Court non e sulla Central Line» fece notare Richard.

Il Marchese lo guardo, palesemente divertito. «Una mente come la tua e proprio rincuorante, giovanotto» disse. «Non c’e nulla come la totale ignoranza, vero?»

Il vento comincio a soffiare. Un treno della metropolitana si fermo alla loro stazione. Persone che scendevano e persone che salivano, immerse negli impegni quotidiani. Richard le guardo con invidia.

«Attenzione allo spazio vuoto tra treno e banchina» intono una voce registrata. «Non sostare davanti alle porte. Attenzione allo spazio vuoto. »

Porta diede un’occhiata a Richard. Poi, preoccupata per cio che aveva visto, gli si avvicino prendendogli la mano. Era molto pallido, e il respiro si era fatto rapido e breve.

«Attenzione allo spazio vuoto tra treno e banchina» tuono un’altra volta la voce registrata.

«Sto bene» menti coraggiosamente Richard a nessuno in particolare.

Il pozzo centrale dell’ospedale di mister Croup e mister Vandemar era un luogo freddo, umido e tetro. Dell’erba ispida e disordinata cresceva tra scrivanie abbandonate, pneumatici d’auto e pezzi di mobili per ufficio. L’impressione generale offerta da quell’area era che una decina d’anni prima (forse per noia, forse per frustrazione, forse addirittura come opera d’arte di qualche genere) un gran numero di persone avesse gettato il contenuto dei propri uffici dalle molteplici finestre affacciate la sopra, lasciando poi il tutto a marcire.

C’erano vetri rotti. Vetri rotti in abbondanza. C’erano anche parecchi materassi. Per qualche ragione non facilmente comprensibile, e in un momento non meglio identificato, ad alcuni dei suddetti materassi era stato dato fuoco. Nessuno sapeva perche, e a nessuno importava. L’erba, crescendo, aveva attraversato le molle.

Intorno alla fontana ornamentale che si trovava al centro del pozzo e che da parecchio tempo non era particolarmente ornamentale e neppure molto fontana, si era sviluppata una nicchia ecologica completa. Con l’aiuto della pioggia, un tubo dell’acqua incrinato e sgocciolante li vicino l’aveva trasformata in luogo di riproduzione per numerose ranocchie che ci si lasciavano cadere allegramente, esultanti per la mancanza di predatori naturali non alati. A loro volta, corvi, cornacchie e qualche sporadico gabbiano consideravano quel posto un self-service di prelibatezze gastronomiche senza gatti e specializzato in rane.

Lumache si allungavano indolenti sotto le molle dei materassi bruciati; chiocciole lasciavano tracce bavose sui vetri rotti. Grossi scarafaggi neri si affrettavano con aria operosa su telefoni di plastica grigia ormai in frantumi e su vecchie bambole Sindy mutilate.

Mister Croup e mister Vandemar erano saliti fin li per cambiare aria. Camminavano lentamente lungo il perimetro del cortile centrale, i pezzi di vetro che scricchiolavano sotto i loro piedi. Nei logori completi neri parevano ombre.

Mister Croup era in preda a una furia ben celata. Camminava due volte piu veloce di mister Vandemar, girandogli intorno, quasi danzando al ritmo della propria rabbia. A volte, incapace di trattenere l’ira dentro di se, mister Croup si lanciava contro il muro dell’ospedale, attaccandolo tisicamente a calci e pugni, come fosse un indegno sostituto di una persona vera.

Mister Vandemar, da parte sua, si limitava a camminare. Era una camminata troppo decisa, troppo costante e inesorabile per poter essere definita una passeggiata. La morte cammina come mister Vandemar. Impassibile, mister Vandemar osservava mister Croup prendere a pedate una lastra di vetro appoggiata al muro. Che si frantumo con un fragore di grande soddisfazione.

«Io, mister Vandemar,» disse mister Croup contemplando i frammenti «io, per quanto mi riguarda, ne ho gia avuto abbastanza. Quasi. Quel rospo sbiancato… agire con cautela, gingillarsi, cinci-schiare, perdere tempo… potrei fargli schizzare gli occhi dalle orbite con un dito…»

Mister Vandemar scosse il capo. «Non ancora» disse. «E il nostro capo. Per questo lavoro. Dopo che ci ha pagati, magari potremo divertirci un po’ a modo nostro.»

Mister Croup sputo per terra. «E un inutile stupido intrigante… Dovremmo macellare quella cagna. Annullarla, cancellarla, inumarla e ammortizzarla.»

Un telefono comincio a squillare, forte. Mister Croup e mister Vandemar si guardarono attorno perplessi. Infine mister Vandemar trovo il telefono a meta di una pila di detriti sopra a un pendio formato da cartelle mediche macchiate di pioggia. Il filo tagliato penzolava dal ricevitore. Lo prese e lo passo a mister Croup.

«Per lei» disse.

A mister Vandemar i telefoni non piacevano.

«Qui mister Croup» disse Croup. Poi, ossequioso, «Oh, siete voi signore…»

Una pausa.

«Al momento, come avevate richiesto, se ne va in giro libera come l’aria. Purtroppo la vostra idea della guardia del corpo e andata a male come una mela marcia… Varney? Si, e decisamente morto.»

Un’altra pausa.

«Signore, comincio ad avere qualche problema concettuale riguardo al ruolo svolto da me e dal mio socio in queste birbonate.»

Ci fu una terza pausa, e mister Croup divenne piu pallido del pallido.

«Poco professionali?» chiese gentilmente. «Noi?»

Chiuse la mano a pugno e la sbatte, con una certa forza, contro un muro di mattoni. Nel tono di voce pero, non si percepi alcun cambiamento, mentre diceva, «Signore, posso con il dovuto rispetto ricordarvi che mister Vandemar e io abbiamo bruciato fino alle fondamenta la citta di Troia? Abbiamo portato la Morte Nera nelle Fiandre. Il nostro ultimo incarico prima di questo e stato torturare a morte un intero monastero nella Toscana del sedicesimo secolo. Noi siamo estremamente professionali.»

Mister Vandemar, che si era divertito ad acchiappare piccole rane e a vedere quante riusciva a infilarsene in bocca in una sola volta prima di essere costretto a masticare, disse, con la bocca piena, «Mi e piaciuto farlo…»

«Il punto?» chiese mister Croup, dando un colpetto per togliere della polvere immaginaria dal liso completo nero, ignorando del tutto quella vera. «Il punto e che siamo degli assassini. Dei tagliagole. Noi uccidiamo.»

Ascolto qualcosa, poi, «Bene, e per quanto riguarda quello del Mondo di Sopra? Perche non possiamo ammazzarlo?» Mister Croup ebbe uno spasmo, sputo di nuovo e prese a calci il muro, mentre se ne stava li in piedi tenendo in mano il telefono mezzo rotto e coperto di ruggine.

«Spaventarla? Siamo tagliagole, non spaventapasseri.» Una pausa. Fece un respiro profondo. «Si, capisco, pero non mi piace.» Ma la persona all’altro capo del filo aveva riattaccato. Mister Croup diede un’occhiata al telefono. Quindi lo sollevo con una mano e procedette metodicamente a ridurlo in minuscoli frammenti di metallo e plastica sbattendolo contro il muro.

Mister Vandemar passo oltre. Aveva trovato una grossa lumaca nera con la parte inferiore di un bell’arancione brillante, e la stava masticando come fosse un sigaro di liquirizia. La lumaca, che non era molto astuta, stava cercando di strisciare via lungo il mento di mister Vandemar.

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