quei tempi.
— Si, sono stata fortunata a tornare in me. Un caso, un incidente. Avevo gia fumato erba un’infinita di volte e non era mai successo. Per questo, dopo quel giorno, fumo solo tabacco. Comunque, non e stato come svenire. Non ho avuto la sensazione di cadere perche non avevo nulla con cui cadere, non avevo un corpo… e non c’era un giu verso il quale cadere. Tutto, compresa me stessa, era semplicemente… — Ruth gesticolo. — Andato. Come l’ultimo goccio che esce da una bottiglia. Poi, dopo un po’, hanno ricominciato a proiettare il film. La pellicola che chiamiamo realta. — Fece una pausa, aspiro dalla sigaretta. — Non l’avevo mai raccontato a nessuno.
— Ti sei spaventata?
Lei annui. — La coscienza della mancanza di coscienza, se mi segui. Quando moriremo non ce ne accorgeremo, perche morire e perdere tutto quanto. Cosi io non ho piu paura di morire, per niente, dopo quel brutto viaggio con l’erba. Ma soffrire e morire ed essere vivi allo stesso tempo. L’esperienza piu assoluta, piu totale che si possa provare. La forza. A volte giurerei che non siamo stati creati per superare un ostacolo simile. E troppo. Il corpo arriva quasi a distruggersi, con tutti quei sussulti, quelle contorsioni. Ma io
— Perche? — Jason non riusciva a capirlo; per lui era una cosa da evitare. Appena cominciava a provarla, se la dava a gambe.
Ruth disse: — La sofferenza ti unisce di nuovo a cio che hai perso. e una fusione. Te ne vai anche tu con la cosa o la persona amata che scompare. In un certo senso, ti dividi da te stesso e l’accompagni, fai con lei una parte del viaggio. La segui sin dove ti e concesso spingerti. Ricordo che una volta avevo un cane che amavo. Avevo diciassette o diciott’anni. Ero quasi maggiorenne, per quel che rammento. Il cane si ammalo e lo portammo dal veterinario. Dissero che aveva ingerito del veleno per topi e che ormai i suoi visceri erano solo un sacco di sangue e che le ventiquattro ore successive avrebbero stabilito se sarebbe sopravvissuto o no. Io tornai a casa e aspettai, poi verso le undici di sera crollai. Il veterinario doveva telefonarmi al mattino, appena rientrato in clinica, per dirmi se Hank aveva superato la notte. Io mi alzai alle otto e mezzo e cercai di rimettere ordine nella mia testa, in attesa della telefonata. Andai in bagno, volevo lavarmi i denti, e vidi Hank nell’angolo in fondo a sinistra. Con molta dignita e contegno, stava salendo lentamente una scala invisibile. Lo guardai salire in diagonale e poi, nell’angolo in alto a destra del bagno, scomparve, proseguendo su per la scala. Non si giro una sola volta. Capii che era morto. Poi il telefono squillo e il veterinario mi disse che Hank non ce l’aveva fatta. Ma io l’avevo visto salire. E, ovviamente, provai un dolore orribile, devastante, e patendo quella sofferenza mi persi e salii con lui quelle dannate scale.
Tutti e due rimasero in silenzio per un po’.
— Ma alla fine — prosegui Ruth, schiarendosi la gola — la sofferenza se ne va e tu torni in sintonia col mondo. Senza l’altro.
— E tu riesci ad accettarlo.
— Che scelta abbiamo? Piangi, continui a piangere, perche non torni mai del tutto indietro dal posto in cui sei andato con l’altro. Un frammento che si e staccato dal tuo cuore pulsante e ancora la. C’e una lesione. Una ferita che non guarisce mai. E se ti succede una volta e un’altra e un’altra ancora nella vita, col tempo se ne va una parte troppo grande del tuo cuore e non riesci piu a soffrire. E allora tu stesso sei pronto a morire. Salirai la scala in diagonale e qualcun altro restera indietro a soffrire per te.
— Non ci sono tagli nel mio cuore — disse Jason.
— Se te ne vai adesso — rispose Ruth, rauca, ma con una compostezza insolita in lei —, e cosi che mi sentiro io.
— Restero fino a domani — rispose lui. Occorreva come minimo quell’intervallo di tempo perche il laboratorio della polizia scoprisse che i suoi documenti erano falsi.
“Kathy mi ha salvato?” si chiese. “O mi ha rovinato?” Proprio non lo sapeva. “Kathy, che mi ha usato, che a diciannove anni ne sa piu di te e di me messi assieme. Piu di quanto scopriremo nell’intero corso della nostra vita.”
Come un abile moderatore di una tavola rotonda, lo aveva demolito. E perche? Per ricostruirlo, piu forte di prima? Ne dubitava. Ma restava una possibilita. Non doveva dimenticarla. Provava nei confronti di Kathy una certa fiducia, strana e cinica, a un tempo assoluta e poco convinta; meta del suo cervello la riteneva affidabile al di la dei propri poteri di comprensione, e l’altra meta la vedeva come una persona svilita, in vendita, pronta a darsi a chiunque. Non poteva fare convergere quelle percezioni. Le due immagini di Kathy restavano sovrapposte nella sua testa.
“Magari potrei districare le mie due opinioni parallele di Kathy prima di andarmene da qui” penso. Prima del mattino. Ma forse poteva fermarsi anche un altro giorno, anche se avrebbe significato tirare troppo la corda. “Fino a che punto e in gamba la polizia?” si chiese. “Sono riusciti a sbagliarsi sul mio cognome; hanno ripescato il dossier errato. E possibile che riescano a mandare tutto a puttane sul serio? Forse. E forse no.”
Aveva idee assolutamente opposte tra loro anche sulla polizia. E non era in grado di risolvere nemmeno quel dilemma. E cosi, come un coniglio, come il coniglio di Emily Fusselman, si fermo dove si trovava. Sperando che tutti conoscessero le regole: non si distrugge una creatura che non sa cosa fare.
12
I quattro pol in uniforme grigia si erano radunati in corridoio sotto la luce dell’applique in ferro battuto a forma di candela. Il cono di quella fiamma falsa e perennemente luminosa tremolava nel buio della notte.
— Ne restano solo due — disse il sergente, quasi senza farsi udire. Lascio che parlassero per lui le dita che stava facendo scorrere sull’elenco degli inquilini. — Una certa signora Ruth Gomen al 211 e un certo Allen Mufi al 212. Quale per primo?
— Mufi — rispose uno degli agenti in uniforme. Nella penombra si batte sul palmo della mano il manganello in plastica e piombo, ansioso di farla finita adesso che si cominciava a intravedere la meta.
— Allora il 212 — disse il sergente, e fece per suonare il campanello. Poi gli venne in mente di provare prima la maniglia.
Aperta. Una possibilita su moltissime contrarie, una coincidenza remota, ma improvvisamente favorevole. La porta non era chiusa a chiave. Fece cenno di fare silenzio, si concesse un sorrisetto, poi spalanco la porta.
Apparve un soggiorno buio, con calici per il vino vuoti e semivuoti sparsi in giro, alcuni anche sul pavimento. E una grande quantita di posacenere stracolmi di pacchetti di sigarette accartocciati e mozziconi spenti.
Un sigaretta-party, decise il sergente. Arrivato al capolinea. Adesso, tutti sarebbero tornati a casa. A eccezione forse del signor Mufi.
Entro, punto qua e la il fascio di luce della torcia elettrica. Infine lo diresse sulla porta che immetteva nelle altre stanze di quell’appartamento costosissimo. Nessun suono. Nessun movimento. Tranne il chiacchiericcio lontano, distante, smorzato, di un talk-show radiofonico a volume molto basso.
Cammino sul tappeto da parete a parete che raffigurava, in color oro, l’ascesa di Richard Nixon in paradiso, tra gioiosi canti in cielo e gemiti di dolore in terra. Arrivato alla porta di fronte, poso i piedi su Dio, che sorrideva radioso nel riaccogliere nel proprio seno il suo secondo figlio unigenito. Il sergente spalanco la porta della camera da letto.
Sul grande, morbidissimo letto matrimoniale dormiva un uomo, con spalle e braccia nude. I suoi vestiti erano ammucchiati su una sedia li vicino. Il signor Allen Mufi, ovviamente. Sano e salvo nel suo letto. Pero non era solo, in quel suo talamo cosi lussuoso. C’era un’altra forma indistinta, raggomitolata tra le lenzuola e le coperte dai toni pastello. La signora Mufi, penso il sergente, e le punto addosso la luce della torcia, con curiosita tutta maschile.
Di colpo, Allen Mufi, ammesso che fosse lui, si mosse. Apri gli occhi. E si rizzo a sedere all’istante, fissando i pol. E la luce della torcia elettrica.
— Cosa? — disse, e ansimo di paura: una profonda, convulsa, tremante emissione di respiro. — No. — Dopo di che, fece per afferrare qualcosa sul comodino; frugo nelle tenebre, pallido e peloso e nudo, in cerca di qualcosa d’invisibile che per lui doveva essere molto prezioso. Disperatamente. Poi si rizzo a sedere sul letto, ansante, stringendo l’oggetto: un paio di forbici.
— A cosa le servono? — chiese il sergente, puntando il fascio di luce sul riflesso metallico delle forbici.
