Buckman attivo il citofono interno. — Herb, fagli mettere addosso un microtras e una testata eterostatica di classe Ottanta. Per poterlo seguire e, se dovesse essere necessario, eliminare in qualunque momento.
— Magari anche una pulce vocale? — chiese Herb.
— Si, se riesci a sistemargliela sulla gola senza che se ne accorga.
— Faro provvedere da Peg — disse Herb, e chiuse la comunicazione.
“Se, diciamo, McNulty e io avessimo giocato al poliziotto buono e a quello cattivo saremmo riusciti a strappargli piu informazioni?” si chiese Buckman. “No” decise. “Semplicemente perche lui stesso non sa altro. Quel che dobbiamo fare e aspettare che capisca… ed essere li con lui, o di persona o a livello elettronico, quando accadra. Come in effetti gli ho detto.
“Pero continuo a sospettare che potremmo esserci imbattuti in qualcosa che i Sei potrebbero fare collettivamente, nonostante la loro solita animosita reciproca.”
Premette di nuovo il pulsante del citofono. — Herb, fai mettere sotto sorveglianza ventiquattr’ore su ventiquattro quella cantante pop, Heather Hart o come diavolo si fa chiamare. E chiedi alla centrale dati tutti i dossier sui Sei. Hai capito?
— Esistono schede specifiche per questa categoria? — chiese Herb.
— Probabilmente no — rispose Buckman, fosco. — Probabilmente nessuno ha pensato di prepararle dieci anni fa, quando Dill-Temko era vivo e progettava nuove forme di vita ancora piu bizzarre da creare. — “Come noi Sette” penso caustico. — E di certo nessuno lo farebbe al giorno d’oggi, dopo il fallimento politico dei Sei. Ne convieni?
— Ne convengo — rispose Herb. — Comunque tentero lo stesso.
Buckman disse: — Se
— Sara fatto, signor Buckman. — Herb chiuse la comunicazione.
18
— Addio e buona fortuna, signor Taverner — gli disse l’agente di polizia Peg, nell’ampio ingresso del palazzo dell’accademia.
— Grazie — rispose Jason. Inspiro forte l’aria mattutina, per quanto fosse molto inquinata. “Ne sono uscito” si disse. “Avrebbero potuto inchiodarmi con mille imputazioni, ma non l’hanno fatto.”
Una voce femminile, molto di gola, disse al suo fianco: — E adesso, omettino?
In vita sua, non si era mai sentito chiamare “omettino”; era alto piu di un metro e ottanta. Si giro, fece per ribattere qualcosa, poi vide chi gli aveva rivolto la parola.
Anche lei era un metro e ottanta abbondanti; in quello, erano alla pari. Ma, a differenza di lui, la donna indossava calzoni neri aderenti, una camicia in pelle rossa con le frange, orecchini d’oro ad anello e una cintura a maglie di catena. E scarpe con i tacchi a spillo. “Gesu Cristo!” penso Jason, esterrefatto. “Dov’e la frusta?”
— Stava parlando con me? — chiese.
— Si. — Lei sorrise, mettendo in mostra denti intarsiati con i simboli zodiacali in oro. — Le hanno messo addosso tre aggeggi, prima di lasciarla uscire. Pensavo che dovesse saperlo.
— Lo so. — Jason si domando chi o che cosa fosse quella donna.
— Uno dei tre — disse lei — e una bomba H miniaturizzata. Puo esplodere se riceve un segnale radio emesso da questo edificio. Sapeva anche questo?
— No. Non lo sapevo.
— E il suo modo di fare — disse la donna. — Mio fratello… Fa il dolce, il carino, il civile. Poi ordina a qualcuno del suo staff, e ha uno staff molto numeroso, di metterle addosso quello schifo prima che lei possa uscire dalle porte del palazzo.
— Suo fratello — disse Jason. — Il generale Buckman. — Adesso notava le somiglianze tra i due. Il naso lungo e sottile, gli zigomi alti, il collo elegantemente affusolato, degno di un Modigliani. Un viso patrizio. Si sentiva estremamente colpito da tutti e due.
“Quindi dev’essere una Sette anche lei” si disse. Si mise di nuovo in guardia. Avvertiva come una sensazione di bruciore intenso al collo.
— Glieli tolgo io — disse lei. Come il generale Buckman, sfoggiava denti incapsulati in oro.
— Molto bene.
— Venga sul mio trabi. — Lei si avvio a passi lievi; lui la segui zampettando goffo.
Un attimo dopo erano sui sedili anteriori di un trabi.
— Io mi chiamo Alys.
— Io sono Jason Taverner — rispose lui. — Cantante e star televisiva.
— Sul serio? Non guardo un programma televisivo da quando avevo nove anni.
— Non si e persa molto. — Jason non capi se l’avesse detto in maniera ironica. “Francamente” penso, “sono troppo stanco perche me ne freghi qualcosa.”
— Questa piccola bomba e grande come un seme — disse Alys. — Ed e affondata nella sua pelle come una zecca. Con mezzi normali, se anche lei sapesse di averla addosso, non riuscirebbe mai a individuarla. Ma io ho rubato questo all’accademia. — Gli mostro una torcia elettrica tascabile a forma di tubo. — Si accende quando c’e una bomba-seme nelle vicinanze. — Comincio subito, in modo molto efficiente, quasi professionale, a passargli sul corpo la piccola torcia. La luce si accese sopra il polso sinistro di Jason.
— Ho anche il kit che usano per rimuovere le bombe-seme. — Estrasse dalla borsa una scatoletta di latta, che apri subito. — Prima gliela tolgo, meglio e — disse, prendendo una specie di bisturi dalla scatola.
Armeggio con mano esperta per un paio di minuti, continuando a spruzzare un analgesico sulla ferita. E alla fine estrasse la bomba. Come aveva detto lei, aveva le dimensioni di un seme.
— Grazie — disse Jason. — Grazie di avermi tolto la spina dalla zampa.
Alys rise allegra. Rimise il bisturi nella scatola, chiuse il coperchio e poi ripose la scatola nella grande borsa. — Vede, non lo fa mai lui di persona. Provvede sempre qualcuno del suo staff. In modo che lui possa continuare a bearsi del suo distacco, come se non c’entrasse per niente. Credo che sia la cosa che odio di piu in lui. — Riflette. — Lo odio sul serio.
— C’e qualcos’altro che puo togliermi? — chiese Jason.
— Hanno cercato… ci ha provato Peg, che e un tecnico della polizia esperto in queste cose… di metterle una spia vocale sulla gola. Ma non mi pare che sia riuscita a farla aderire. — Alys esploro con cautela il collo di Jason. — No, non ha fatto presa. E caduta. Ottimo. Quella e sistemata. Lei ha addosso da qualche parte un microtras. Occorre una luce stroboscopica per individuarne il fascio. — Frugo nel cassetto del cruscotto e pesco un disco stroboscopico a batteria. — Penso di poterlo individuare — disse, e mise in funzione il dispositivo che teneva in mano.
Si scopri che il microtras era sistemato nel polsino della manica sinistra. Alys lo perforo con un ago.
— C’e nient’altro? — domando Jason.
— Forse una minicamera. Una telecamera piccolissima che trasmette un’immagine televisiva ai monitor dell’accademia. Ma non li ho visti mettergliene addosso una. Penso che possiamo correre il rischio e lasciar perdere. — A quel punto, Alys si giro a scrutare Jason. — Lei chi e, fra parentesi? — chiese.
— Una nonpersona.
— Il che significa?
— Significa che non esisto.
— Fisicamente?
— Non lo so — rispose lui, in tutta sincerita. “Forse” penso, “se fossi stato piu aperto con suo fratello, il generale di polizia, magari lui sarebbe riuscito a capire.” Dopo tutto, Felix Buckman era un Sette. Qualunque cosa questo significasse.
In ogni caso, Buckman aveva sondato nella direzione giusta, aveva portato molte cose allo scoperto. E in un arco brevissimo di tempo: quanto era bastato per mangiare un boccone e fumare un sigaro.
La donna disse: — Allora lei e Jason Taverner. L’uomo che McNulty ha cercato di incastrare senza riuscirci.
