asincrono; se fossero state collegate da una membrana, questa si sarebbe increspata come le pinne di una manta — gli Erthumoi, naturalmente, non pensarono proprio a una manta, ma a un pesce simile che viveva su Falch.
E rifletterono su quel dettaglio marginale solo per un attimo. I Crotoniti si alzarono in volo con l’indigeno e lo accompagnarono per parecchie centinaia di metri. Hugh non sapeva se preoccuparsi maggiormente per quello che avrebbero potuto fargli o per quello che avrebbero potuto dirgli. Janice si rifiuto di preoccuparsi, e sembro giustificata; i loro compagni alati poco dopo si staccarono dall’indigeno e tornarono verso l’iceberg, mentre l’Habra scompariva in lontananza nel bagliore di Grendel.
Hugh non si stupi quando i Crotoniti si posarono accanto alla corazza subacquea abbandonata dalla creatura. In fin dei conti, lui e sua moglie si trovavano gia li; era logico voler esaminare uno scafandro che a quanto pareva poteva proteggere chi lo indossava da migliaia di atmosfere di pressione.
Il sistema di snodi era ingegnoso, ma il materiale era sconcertante. Sembrava che non avesse nulla di particolarmente resistente. Le guaine per le ali e gli arti erano addirittura flessibili. L’esame accurato di un pezzo strappato — staccatosi abbastanza facilmente da complicare il mistero — rivelo che anche le piastre corporee potevano essere piegate con facilita non solo dalle mani degli Erthumoi ma anche dalle grinfie meno forti ed efficienti dei Crotoniti. Pareva impossibile che tale indumento potesse proteggere chi lo indossava da livelli di pressione elevati; e i corpi degli Habra sembravano gracili perfino secondo gli standard crotoniti… erano grandi, certo, ma tutt’altro che robusti.
Eppure quell’individuo aveva detto — con estrema chiarezza, a quanto ricordava Hugh — che stava lavorando molto al di sotto dei circa trenta chilometri toccati dal fondo della montagna di ghiaccio su cui si trovavano i quattro esploratori. Aveva parlato di cambiamenti di fase del ghiaccio che — Hugh ne era abbastanza sicuro — dovevano implicare migliaia di atmosfere. Dunque, come si spiegava il materiale flessibile dello scafandro?
— Dovremo prendere un po’ di questa sostanza per analizzarla — disse deciso Venzeer. — A me sembra piu o meno simile ai polimeri che loro usano per costruire recinzioni e ripari, ma deve avere qualcosa di diverso. Forse… un momento, qualcuno di voi ha visto uscire dell’acqua dalla tuta quando si e spogliato?
— Si, ora che ne parli… si, l’ho vista — ammise la donna. — Non molta, ma un po’ d’acqua c’era. Ho immaginato semplicemente che prima di giungere a riva avesse allentato una giunzione o aperto una valvola per qualche motivo, e che fosse entrata dell’acqua.
— E perche lo avrebbe fatto, te lo sei chiesta?
— Mi e sembrato che non valesse la pena di azzardare un’ipotesi, visto che le risposte possibili erano tante.
— Per esempio?
— Oh, la comodita personale, se indossava la tuta da molto tempo. La voglia di respirare aria pura. La liberta di movimento. La sete… possono bere l’acqua del loro oceano?
— No. L’ammoniaca non e un problema per loro, pero c’e dell’inquinamento biologico; una quantita notevole dell’azotidrato ionico che la maggior parte della vita indigena usa per immagazzinare energia (come noi, anche se ho sentito che voi usate qualcos’altro) e libera nell’oceano, per la decomposizione del plancton, suppongo. — Venzeer forni quelle informazioni, mentre gli Erthumoi ascoltavano pensosi. Il rapido elenco di congetture di.Tanice aveva zittito momentaneamente Rekchellet, che pero non aveva dimenticato l’interrogativo essenziale alla base della discussione. Rekchellet si avvicino allo scafandro, lo esamino e osservo attentamente il terreno, tracciando schizzi di tanto in tanto.
Era il solito ghiaccio, reso opaco dai sedimenti finissimi contenuti l’ultima volta che si era solidificato, forse polvere aerea spinta fino a Latoscuro e mescolatasi con la neve. C’erano tracce di fusione recente, cioe una striscia sottile di sedimento bianco in direzione del mare in un avvallamento quasi impercettibile, che pero poteva essere stata causata tanto dal calore corporeo dell’indigeno quanto dall’acqua uscita dall’indumento. L’artista- registratore accosto la faccia al ghiaccio e annuso, la bocca spalancata — per i Crotoniti il gusto e l’odorato erano ancor meno distinti che per gli Erthumoi. Hugh si chiese incuriosito come avrebbe fatto a schizzare un odore.
— Hugh… Jan… venite qui e annusate. Non so se il vostro fiuto sia migliore del nostro… ma non sentite nulla di strano qui?
Gli umani lo accontentarono, poi si guardarono incerti. — Si, si sente qualcosa — ammise la donna — pero non so proprio cosa sia. Mi pare che gli Habra non abbiano nessun odore particolare… io non l’ho mai notato, almeno… forse pero non mi sono mai avvicinata abbastanza a uno di loro da sentirlo, se c’era.
— Io mi sono avvicinato abbastanza… ma gli Habra non puzzano, per noi — disse Venzeer pensieroso. — Comunque, qui c’e qualcosa, che probabilmente e uscito dallo scafandro. Vediamo se lo scafandro manda odore.
Con la bocca aperta o meno, tutti annusarono l’indumento. Janice si strinse nelle spalle. — Lo sento anche qui, ma non vedo come questo possa aiutarci. Non sappiamo se sia una sostanza chimica… immagino stiate pensando a questo… o se sia qualcosa assolutamente normale per l’occupante.
Hugh intervenne. — A che servirebbe una sostanza chimica? A indurirgli la carne, a renderla talmente dura da permettergli di resistere alla pressione oceanica? Per me e assurdo.
— Anche per me — ammise il Crotonita. — Solo che l’intera situazione e strana, e mi piacerebbe raccogliere tutti gli elementi strani, se possibile.
— Bastava chiedermelo prima che partissi… Avreste avuto tutte le informazioni desiderate sullo scafandro senza danneggiarlo.
Umani e Crotoniti s’irrigidirono a quelle parole. Hugh, l’unico a non essere chino sull’indumento, fu il primo ad alzare lo sguardo, ma gli altri lo imitarono quasi subito. Non c’erano dubbi su chi fosse il proprietario della voce. Infatti sopra di loro, a qualche metro dal suolo, un corpo dotato di sei ali stava volando lentamente. Nonostante la tendenza erthumiana a dare la colpa agli altri nelle situazioni imbarazzanti — specialmente a un Crotonita, se era nei paraggi — Hugh si affretto a giustificarsi per tutto il gruppo.
— Pensavamo non ci fosse nulla da chiedere. Non avevamo notato quanto fosse flessibile questo materiale, finche non l’abbiamo preso in mano… poi non siamo riusciti a capire come potesse proteggere qualcuno dalle pressioni abissali…
Venzeer l’interruppe. — Come hai fatto a sapere che lo stavamo danneggiando? Perche sei tornato indietro?
L’indigeno si poso accanto a loro. — Ho sentito il rumore di un pezzo che veniva staccato.
— Ma… — fece per obiettare Janice. Poi annui. — Gia… certo. — Il materiale dello scafandro era un polimero e sicuramente un isolante elettrico — doveva esserlo, per proteggere chi lo indossava dai contatti involontari con le piante, perfino sott’acqua. Staccando una parte dall’altra si era creata una differenza di potenziale sufficiente a produrre emissioni radio, anche se i loro traduttori non le avevano captate… e non era detto che non le avessero captate; nessuno dei due Crotoniti, come avrebbe ammesso in seguito Rekchellet, avrebbe fatto caso a delle banali scariche statiche.
L’indigeno sembro accettare la giustificazione, ma parve un po’ sorpreso da quanto aveva detto Hugh.
— Noi non cerchiamo di resistere alla pressione. Noi… Oh, quando ho accennato al liquido d’immersione, voi pensavate che mi riferissi a della zavorra, immagino…
— No, e un’idea che non ci ha neppure sfiorato — ammise Janice. — Nessuno di noi ha pensato a quelle parole, credo. Hai anche detto che era roba che a noi non sarebbe servita, vero? — Le ali ancora gonfie dell’Habra si drizzarono in un gesto affermativo che anche gli Erthumoi conoscevano.
— Oh! — esclamo sommesso Hugh. — Ho capito. Si evitano i problemi relativi a vp tenendo basso delta-v. Tutto liquido. Tutte le cavita corporee prive di bolle d’aria. Qualcosa in grado di trasportare l’ossigeno con sufficiente rapidita in soluzione o legame debole. Ne ho sentito parlare, anche se penso che non l’abbiano mai fatto da noi. Qualcosa che risale a moltissimo tempo fa… forse addirittura sulla Terra.
— Io non ne avevo sentito parlare — disse sua moglie. — Pero ho capito che l’Habra si riferiva a una cosa del genere.
— Di che state parlando? — intervenne Venzeer.
— La maggior parte dei danni causati a un essere vivente dal cambiamento di pressione deriva dalla notevole variazione di volume dei gas. La variazione volumetrica dei liquidi invece non e molto elevata al variare della pressione. Se si sale o si scende abbastanza lentamente da permettere ai fluidi corporei, perlopiu acqua per tutti noi, di diffondersi almeno un po’ attraverso le membrane e le pareti cellulari, non ci sono problemi. Anche le
