nella pancia. Ecco.
Molto bene. Nessuno li vuole disturbare. Ma dov’e che vanno?
Vanno dove e necessario andare. Ma dove? Forse facciamo la stessa strada? Allora si potrebbe portare sulle spalle il serpente dalle orecchie di topo…
Alla fine tutto si sistema. Mangiano quattro tavolette di cioccolata e bevono due bottiglie di tonico. Nelle piccole bocche entra anche mezzo tubetto a testa di frutta compressa. La tuta arcobaleno di Lev viene osservata con attenzione e (dopo breve, ma estremamente energica discussione) e permesso di accarezzare una volta (solo una!) Scekn (assolutamente non sulla testa, ma solo sul dorso). A bordo, da Vanderchuze, piangono tutti di commozione, e si sente un gran chiasso. Poi si chiarisce quanto segue.
I ragazzi sono fratelli. Il piu grande si chiama Ijadrudan, il piu piccolo Pritulatan. Vivono piuttosto lontano da qui (dove precisamente non si riesce a capire), con il padre, in una grande casa bianca con la piscina in cortile. Fino a poco tempo fa con loro stavano due zie ed un fratello piu grande — di diciotto anni — ma ora sono morti tutti. Da allora il padre non li prese piu con se quando andava a procurarsi il cibo, comincio ad andare solo, mentre prima la famiglia andava tutta insieme. Intorno c’erano molte cose da mangiare; la c’era quello, li c’era quell’altro (non si riusci a precisare). Ogni volta che usciva il padre lasciava quest’ordine: se prima di sera non fosse ritornato, dovevano prendere il Libro, arrivare a questo viale e andare sempre dritti finche non fossero arrivati a una bella casa di vetro, che brilla nell’oscurita. Ma non dovevano entrare nella casa, dovevano sedersi li accanto ed aspettare, finche non fosse arrivata gente che li avrebbe condotti la dove avrebbero trovato il padre, la madre e tutti. Perche di notte? Perche di notte per la strada non si fanno brutti incontri. Si fanno solo di giorno. «No, noi non abbiamo visto nessuno, ma abbiamo sentito spesso che fanno suonare dei campanelli, cantano canzoni e ci vogliono far uscire di casa. Una volta papa e il nostro fratello maggiore avevano preso i fucili e avevano cacciato loro una pallottola nella pancia…». No, non sanno altro e non hanno visto altro. Per la verita, tanto tempo fa erano venuti a casa degli uomini con i fucili e tutto il giorno erano stati a discutere con papa e con il fratello maggiore, ma poi la mamma e le zie si erano intromesse. Si erano messi tutti a gridare forte, ma alla fine papa aveva avuto la meglio, quella gente se ne era andata, non si era fatta piu vedere…
Il piccolo Pritulatan si addormenta subito, non appena lo prendo sulle spalle. Ijadrudan, invece, rifiuta qualsiasi aiuto. Mi permette solo di sistemare meglio la sua borsa con il Libro ed ora, con aria indipendente, mi cammina accanto con le mani infilate nelle tasche. Scekn corre avanti, senza prender parte alla conversazione. Con il suo atteggiamento vuoi dimostrare la sua completa indifferenza a quello che accade, ma anche lui come noi e incuriosito dalla logica supposizione che la meta dei bambini — un edificio luminoso — non sia altro che il nostro obiettivo “Macchia-96”.
Che cosa sia scritto nel Libro Ijadrudan non lo sa dire. In questo libro tutti gli adulti scrivevano ogni giorno quello che succedeva. Che Pritulatan era stato morso da una formica velenosa. Che l’acqua all’improvviso era cominciata ad uscire dalla piscina, ma che papa era riuscito a fermarla. Che la zia era morta aprendo una scatola di conserve, la mamma la guardava, ma la zia era gia morta… Ijadrudan non aveva letto il Libro, sa leggere male e non gli piace, non e molto portato per la lettura. Invece Pritulatan e molto portato, ma e ancora piccolo e non capisce niente. No, non si sono mai annoiati. Come ci si puo annoiare in una casa dove ci siano cinquecentosette stanze? E ogni stanza e piena delle cose piu curiose, cene sono persino di quelle che nemmeno papa sa dire che ci stanno a fare. Solo non avevamo nemmeno un fucile. I fucili ora sono una rarita. Forse nella casa accanto avrebbero potuto trovare un fucile, ma papa aveva assolutamente proibito di uscire in strada… «No, papa non ci faceva sparare col suo fucile. Diceva che non era una cosa per noi. Ecco, quando arriveremo alla casa che splende e le brave persone che incontreremo la ci avranno condotto dalla mamma, allora potremo sparare quanto vorremo… Ma forse sei tu che ci porti dalla mamma? Allora perche non hai il fucile? Sei una brava persona, ma non hai il fucile, e invece papa diceva che tutte le brave persone hanno il fucile…».
— No, — rispondo. — Non ti so portare dalla mamma. Sono straniero qui e anch’io vorrei incontrare delle brave persone.
— Peccato, — dice Ijadrudan.
Arriviamo in piazza. L’obiettivo “Macchia-96” da vicino assomiglia ad una gigantesca, antica scatola di cristallo azzurro in tutto il suo barbaro splendore, che luccica di pietre preziose e di pietre dure. Una luce uniforme di colore bianco-azzurro proviene dal suo interno e rischiara l’asfalto screpolato, dove fra le crepe sono spuntate nere erbacce, e le facciate morte delle case che circondano la piazza. Le pareti di questo straordinario edificio sono del tutto trasparenti, e all’interno brilla e si rimescola l’allegro caos del rosso, dell’oro, del verde, del giallo, tanto che non ti accorgi subito della grande porta spalancata che invita a entrare, a cui conducono alcuni bassi gradini…
— Giocattoli!… — mormora con venerazione Pritulatan e comincia a dimenarsi, scivolando giu dalle mie spalle.
Solo allora mi accorgo che la scatola e piena non di pietre preziose ma di giocattoli multicolori, centinaia e migliaia di giocattoli coloratissimi, di pessimo gusto: enormi bambole dipinte a colori vivaci, mostruose automobiline di legno e un’enorme quantita di minutaglia colorata, che e difficile distinguere a questa distanza.
Il piccolo Pritulatan comincia subito a pregare e a fare la lagna, per entrare in quella casa incantata: «Non vuol dire niente che papa l’ha proibito, entriamo solo per un minuto, ecco prendiamo quel camion e poi ci mettiamo ad aspettare le brave persone…». Ijadrudan cerca di interromperlo, dapprima con le parole, e poi, quando si accorge che non serve, torcendogli un orecchio, e alla fine non si capisce piu quello che dice. Il traduttore getta con indifferenza nello spazio che ci circonda un sacco intero di «serpenti dalle orecchie di topo», a bordo da Vanderchuze fanno baccano, esigono che ritorni la calma, e all’improvviso tutti, compreso il bravo Pritulatan, si azzittano.
Dall’angolo piu vicino appare all’improvviso l’aborigeno armato di prima. Camminando piano e silenziosamente sugli sprazzi azzurri, tenendo la mano sul fucile, che gli pende a tracolla, si dirige proprio verso i bambini. Non guarda nemmeno me e Scekn. Prende saldamente per la mano sinistra Pritulatan che si e acquietato, e il raggiante Ijadrudan per la destra, e li conduce, attraverso la piazza, dritti fino all’edificio luminoso: alla mamma, al papa, all’infinita possibilita di sparare quanto si vuole.
Li seguo con lo sguardo. Pare che tutto vada come deve andare, ma allo stesso tempo c’e un particolare, un dettaglio insignificante che rovina il quadro. Un piccolo punto oscuro…
— L’hai riconosciuto? — chiede Scekn.
— Che cosa? — rispondo irritato, perche non riesco a liberarmi da questo invisibile bruscolino che mi rovina tutto l’effetto.
— Spegni la luce in quell’edificio e spara una decina di cannonate…
Quasi non lo sento. All’improvviso ho capito cos’e questo bruscolino. L’aborigeno si allontana, tenendo i bambini per mano, e vedo il fucile che oscilla sul suo petto, al ritmo dei suoi passi, come se fosse un pendolo. Destra, sinistra… Non puo oscillare cosi. Non puo ondeggiare cosi facilmente di qua e di la un grosso fucile, che non pesa meno di otto chili. Cosi puo oscillare solo un fucile giocattolo, di legno o di plastica. Quel “brav’uomo” non ha un fucile vero…
Non faccio in tempo a finire il mio pensiero. L’aborigeno ha un fucile giocattolo. Gli aborigeni tirano di precisione. Forse e un fucile giocattolo che proviene dal padiglione… Spegni la luce in quel padiglione e spara con il cannone… E proprio un padiglione cosi… No, non faccio in tempo a finire nessuno di questi pensieri.
Da sinistra cadono giu mattoni, con un crepitio frana sul marciapiede una cornice di legno. Dall’orribile facciata di una casa a sei piani, la terza dall’angolo, sottosopra, di traverso, dalle nere orbite delle finestre scivola una grande ombra gialla, scivola cosi leggera, cosi impalpabile, che non si puo credere che dietro di lei franeranno dalla facciata lastre di intonaco e frammenti di mattoni. Vanderchuze grida in modo terribile, a due voci strillano sulla piazza i bambini, ma l’ombra e gia sull’asfalto, pure essa impalpabile, semitrasparente, enorme. Il folle movimento di una decina di zampe quasi non si distingue, e in questo guizzare si oscura, gonfiandosi e cadendo, un lungo corpo articolato, davanti a se, in alto, le chele prensili, su cui sta un immobile sprazzo di luce laccato…
Mi accorgo di avere in mano lo
In quel momento e a una distanza di venti metri. Non mi e capitato molto spesso di sparare con lo
