ma faccio in tempo a vedere che il granchio-ragno esplode. In un attimo. Tutto intero, dalle chele fino alla punta delle zampe posteriori. Come una caldaia a vapore surriscaldata. Si sente un breve tuono, l’eco si riflette e rotola per la piazza, e al posto del mostro si gonfia una nube compatta, a vederla si direbbe dura, di vapore bianco.

Tutto e finito. La nuvola di vapore si scioglie con un fischio leggero, le grida di panico e il calpestio si smorzano in fondo a una stradina buia, mentre la preziosa scatoletta del padiglione, come se niente fosse stato, continua a splendere al centro della piazza nella sua barbara grandiosita…

— Lo sa il diavolo, che razza di bestiaccia sia, — borbotto. — Da dove e sbucata, a cento parsec[18] da Pandora? E tu di nuovo non hai fiutato niente?

Scekn non fa in tempo a rispondere. Esplode un colpo di fucile, l’eco arriva fino alla piazza, e subito dopo il primo, un secondo. In un punto molto vicino. Si direbbe quasi da dietro l’angolo. Beh, e chiaro, da quella stradina, dove sono corsi tutti…

— Scekn, tieniti sulla sinistra, non ti sporgere, — ordino correndo.

Non capisco che cosa sia successo in quella stradina. Probabilmente un altro granchio-ragno si e avventato sui bambini… Allora, il fucile non era giocattolo? E in questo istante dall’oscurita emergono e si fermano, sbarrandoci la strada, tre persone. E due di loro sono armate di fucili veri, e due canne sono puntate proprio contro di me.

Si vede tutto molto bene nella luce bianco-azzurra: un vecchio canuto di alta statura, con un’uniforme grigia dai bottoni scintillanti, e ai suoi fianchi, un po’ indietro, due vigorosi giovanotti con i fucili spianati, anche loro in uniforme grigia, e cartucciere in vita.

— Molto pericoloso… — sussurra Scekn nella lingua dei Testoni. — Ripeto: molto pericoloso!

Rallento il passo e con un certo sforzo mi impongo di far sparire lo skorcer nella fondina. Mi fermo davanti al vecchio e chiedo:

— Cosa e successo ai bambini?

Le canne dei fucili sono puntate proprio contro il mio stomaco. Contro la pancia. I giovanotti hanno delle facce dure e spietate.

— I bambini sono al sicuro.

Ha gli occhi chiari e addirittura allegri. Non ha in volto quella pesante cupezza che hanno invece i giovanotti armati. Il viso e rugoso, tipico delle persone anziane, ma non privo di una certa dignita. Pero, potrebbe essere solo un’impressione; forse invece del fucile ha in mano un bastone lucido e tornito con cui si da dei leggeri colpetti sul gambale dell’alto stivale.

— A chi avete sparato?

— Ad una persona cattiva. — La radiotrasmittente traduce la risposta.

— Siete voi allora le brave persone con i fucili? — chiedo.

Il vecchio marca le sopracciglia.

— Le brave persone? Che cosa significa?

Gli riferisco quello che mi ha spiegato Ijadrudan. Il vecchio annuisce.

— Capito. Si, siamo noi quelle brave persone. — Mi squadra da capo a piedi. — Ma a voi le cose, vedo, non vanno male… Un apparecchio traduttore sulle spalle… Anche noi ce li avevamo, ma enormi, grandi come una stanza… Ed armi come le vostre non ne abbiamo mai avute. E stato bravo a fare a pezzi quell’essere cattivo! Come con un cannone. Siete atterrati da molto?

— Ieri, — rispondo.

— Noi invece non siamo riusciti a mettere in moto le nostre macchine volanti. Non c’era nessuno che lo sapesse fare. — Di nuovo mi guarda fisso. — Si, siete stati proprio bravi. Ed invece qui da noi, come vede, e un disastro. Come ci siete riusciti? L’avete respinta? Oppure avete trovato un rimedio?

— Qui il disastro e proprio totale, — dico tenendomi sulle difensive. — Sono qui da un giorno intero e cio nonostante non capisco nulla…

Mi rendo conto che mi sta prendendo per qualcun altro. Per ora, forse, e la cosa migliore. Solo bisogna stare molto, molto attenti…

— Non capisce nulla, — dice il vecchio. — E molto strano… Davvero da voi non e successo niente del genere?

— No, — rispondo. — Non e successo.

Il vecchio se ne esce all’improvviso con una lunga frase, a cui il traduttore risponde lentamente: «Lingua sconosciuta».

— Non capisco, — dico.

— Non capisce… Eppure mi pareva di non parlar male la lingua di Transmontania.

— Non vengo da li, — ribatto. — Non ci sono mai stato.

— Da dove viene?

Prendo una decisione.

— Per ora non ha importanza, — dico. — Non parliamo di noi. Da noi va tutto bene. Non abbiamo bisogno di aiuto. Parliamo di voi. Ho capito poco, ma una cosa e evidente: avete bisogno di aiuto. Di quale aiuto, precisamente? Di che cosa avete bisogno per prima cosa? E che cosa sta succedendo qui? Ecco quello di cui ora dobbiamo parlare. Sediamoci, e tutto il giorno che sto in piedi. Possiamo trovare un posto dove sederci a parlare tranquillamente?

Per un po’ mi scruta in viso in silenzio.

— Non vuole dire da dove viene… — esclama alla fine. — Va bene, e un suo diritto. Lei e piu forte. Pero e una sciocchezza. Tanto io so: lei viene dall’Arcipelago del Nord. Non vi hanno toccato solo perche non si sono accorti di voi. Avete avuto fortuna. Ma vorrei chiederle: dove eravate, quando ci facevano marcire vivi?

— Non siete i soli a cui sia capitata una disgrazia, — ribatto con sincerita. — Solo, ora e il vostro turno.

— Che bellezza! — dice. — Andiamo a sederci e parliamo.

Entriamo nell’androne della casa di fronte, saliamo al primo piano e ci ritroviamo in una stanza sporca, dove ci sono solo: un tavolo al centro, un enorme divano alla parete e due sgabelli accanto alla finestra. Le finestre danno sulla piazza, e la stanza e illuminata dalla luce bianco-azzurra del padiglione. Sul divano c’e qualcuno che dorme avvoltolato in un cappotto lustro. Sul tavolo ci sono dei barattoli di conserve e una grande borraccia metallica.

Appena entrato nella stanza, il vecchio si mette a far ordine. Fa alzare quello che dorme e lo caccia via di casa. Uno degli accigliati giovanotti riceve l’ordine di fare la guardia e si mette sullo sgabello accanto alla finestra, dove poi rimane seduto tutto il tempo, senza perder mai d’occhio la piazza. Il secondo giovanotto accigliato apre abilmente i barattoli di conserve, e poi si mette accanto alla porta, appoggiandosi con la schiena allo stipite.

Vengo invitato a sedermi sul divano, poi avvicinano il tavolo e vi dispongono sopra i barattoli. Nella borraccia c’e acqua comune, abbastanza pulita, che sa pero di ferro. Anche S&kn non viene dimenticato. Il soldato che e stato sbattuto giu dal divano gli mette davanti, sul pavimento, un barattolo aperto. Scekn non rifiuta. Per la verita, non mangia le conserve, ma va alla porta e, previdente, si mette accanto alla sentinella. Poi si gratta con cura, bofonchia, si lecca, per farsi credere un cane comune.

Intanto il vecchio prende l’altro sgabello, si siede di fronte a me e comincia il colloquio.

Prima di tutto il vecchio si presenta. Naturalmente e un pezzo grosso, e non un pezzo grosso qualunque, ma un dirigente, qualcosa del tipo «governatore di tutto il territorio e delle regioni annesse». Sotto la sua giurisdizione si trovano tutta la citta, il porto ed una dozzina di tribu, che vivono nel raggio di cinquanta chilometri. Che cosa avviene al di la dei confini di quest’area lui lo sa poco, ma immagina che sia piu o meno lo stesso. Il numero complessivo di abitanti della sua regione ora non e piu di cinquemila persone. Nella regione non esiste industria, e nemmeno una parvenza di agricoltura organizzata. C’e, e vero, un laboratorio in periferia. Un buon laboratorio, un tempo uno dei migliori del mondo, e lo dirige a tutt’oggi Draudan in persona («… strano che lei non ne abbia sentito parlare… anche lui ha avuto fortuna. E longevo come me…»), ma la non sono arrivati a nulla in questi quaranta anni. Ed e chiaro che non combineranno nulla.

— E percio, — conclude il vecchio, — non continuiamo a girare intorno alle cose, e non mettiamoci a contrattare. Pongo solo una condizione: se possono esser curati, allora che lo siano tutti. Senza eccezione. Se questa condizione vi sta bene, tutto il resto potete stabilirlo voi. Come volete. Accetto senza discutere. Se no, allora e meglio che ci lasciate in pace. Certo, noi periremo tutti, ma anche voi non avrete pace fintanto che uno di noi sara ancora vivo.

Taccio. Aspetto ancora che il Quartier Generale mi suggerisca qualcosa. Ma anche li pare che non ci capiscano nulla.

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