Per la verita, ebbe fortuna come pochi. Lo stesso giorno in cui lo portarono all’orfanotrofio, prese servizio come semplice medico osservatore Jadwiga Michailovna Lekanova, uno dei piu importanti specialisti al mondo di psicologia infantile. Chissa perche le era venuta voglia di scendere dalle sommita della scienza pura e di ritornare al punto da cui aveva iniziato alcuni decenni prima. E quando il seienne Lev Abalkin fu trasferito insieme a tutto il suo gruppo nella scuola-internato 241 di Syktyvkar, Jadwiga Michailovna decise che era ora di lavorare con i bambini in eta scolare, e si trasferi come medico osservatore in quella stessa scuola.

Lev Abalkin crebbe e si sviluppo come tutti gli altri bambini, incline, forse, a una leggera malinconia e introversione, ma non si scostava dalla norma del suo tipo psichico ne presentava possibili anomalie. Le cose andavano altrettanto bene per quanto riguarda il suo sviluppo fisico. Non si distingueva dagli altri ne per una maggior robustezza, ne per una forza eccezionale. In breve, era robusto, sano, in tutto e per tutto un ragazzo normale, che si distingueva fra i suoi compagni di scuola, in massima parte slavi, solo per i capelli lisci blu-neri, di cui era molto fiero e che cercava di farsi crescere fino alle spalle. Fu cosi fino al novembre dell’anno 47.

Il 16 novembre, durante un normale controllo, Jadwiga Michailovna scopri sulla piegatura del gomito destro di Lev un piccolo livido con un leggero gonfiore. I lividi dei ragazzini non sono una gran rarita, e Jadwiga Michailovna non vi diede alcuna importanza e, ovviamente, se ne sarebbe scordata se una settimana dopo, il 23 novembre, non fosse risultato che il livido non solo non era scomparso, ma si era stranamente trasformato. Non lo si poteva piu chiamare livido, era piuttosto qualcosa di simile ad un tatuaggio, un piccolo segno marrone giallastro dalla forma di una lettera «Z» stilizzata. Un prudente interrogatorio dimostro che Lev Abalkin non aveva idea di come e perche gli fosse venuto. Era chiaro che, semplicemente, non si era accorto che gli fosse spuntato qualcosa alla piegatura del gomito destro.

Dopo qualche incertezza, Jadwiga Michailovna ritenne suo dovere informare di questa piccola scoperta il dottor Sikorski. Il dottor Sikorski accolse l’informazione senza il minimo interesse, tuttavia alla fine di dicembre chiamo all’improvviso Jadwiga Michailovna al videofono e si informo su come stavano le cose con il neo di Lev Abalkin. «Senza variazioni», rispose un po’ sorpresa Jadwiga Michailovna. «Se per lei non e un problema, — chiese il dottor Sikorski, — fotografi il neo in modo che il ragazzo non se ne accorga, e mi mandi la fotografia.»

Lev Abalkin fu il primo dei “trovatelli” a cui era apparso il segno alla piegatura del gomito destro. Durante i successivi due mesi i nei, che avevano forme piu o meno bizzarre, erano comparsi anche ad altri otto “trovatelli” in condizioni assolutamente uguali: un livido con gonfiore all’inizio, nessuna causa esterna, nessuna sensazione di malattia e, dopo una settimana, un segno marrone-giallastro. Alla fine dell’anno 48 «il marchio dei Nomadi» lo portavano tutti e tredici. Ed allora fu fatta una scoperta veramente sorprendente e terribile che diede luogo al concetto di “detonatore”.

Chi sia stato il primo a introdurre questo concetto ora non e piu possibile stabilirlo. Secondo Rudolf Sikorski, definiva la sostanza della cosa come non si sarebbe potuto fare piu precisamente e piu minacciosamente. Ancora nell’anno 39, un anno dopo la nascita dei “trovatelli”, gli xenotecnici che si occupavano di smontare l’incubatrice vuota avevano trovato al suo interno una lunga scatola di ambra, che conteneva tredici dischi grigi con alcuni segni sopra. All’interno dell’incubatrice furono trovati altri oggetti ancora piu misteriosi della scatola.astuccio, e percio nessuno vi presto particolare attenzione. L’astuccio fu trasportato al Museo delle Civilta Extraterrestri, e venne descritto in un volume segreto, Materiali sul sarcofago-incubatrice, come un elemento del sistema di conservazione della vita, supero felicemente il fiacco assalto di uno studioso che si sforzava di capire cosa fosse e a che cosa potesse servire, e poi venne messo nel settore specifico, gia sovraffollato, degli oggetti di cultura materiale di uso ignoto, dove fu fortunatamente dimenticato per dieci interi anni.

All’inizio dell’anno 49, l’aiutante di Rudolf Sikorski per l’affare “trovatelli” (chiamiamolo, per esempio, Ivanov) entro nello studio del suo capo e gli mise davanti un proiettore, acceso sulla pagina 211 del sesto volume dei Materiali sul sarcofago. Sua Eccellenza guardo e rimase di stucco. Davanti a lui c’era la fotografia dell’«elemento di conservazione della vita 15156A»: tredici dischi nelle nicchie dell’astuccio di ambra. Tredici bizzarri geroglifici, quegli stessi su cui aveva ormai smesso di lambiccarsi il cervello, che conosceva benissimo da tredici fotografie di tredici piegature di gomiti infantili. Un segno su ogni gomito. Un segno su ogni disco. Un disco per gomito.

Non poteva trattarsi di un caso. Doveva significare qualcosa. Qualcosa di molto importante. La prima mossa di Rudolf Sikorski fu di chiedere immediatamente al museo quell’«elemento 15156A» per nasconderlo nella sua cassaforte. A tutti. A se stesso. Aveva paura. Aveva semplicemente paura. E la cosa piu terribile era che non riusciva nemmeno a capire perche avesse paura.

Anche Ivanov era spaventato. Si scambiarono un’occhiata e si capirono senza bisogno di parole. Davanti ai loro occhi stava lo stesso quadro: tredici bambini-bombe abbronzati, pieni di graffi, urlando allegramente, saltellano e giocano nell’acqua dei ruscelli, si arrampicano sugli alberi nei vari angoli dell’orbe terrestre, e qui, a due passi, tredici detonatori aspettano la loro ora in un silenzio sinistro.

Fu un momento di debolezza, naturalmente. Infatti non era accaduto nulla di terribile. Anzi, non c’era nessun motivo per ritenere che quei dischi, con quei segni, fossero detonatori per bombe che avrebbero dato vita a un programma misterioso. Erano semplicemente abituati a pensare il peggio, non appena si trattava dei “trovatelli”. Ma anche se questo panico della fantasia non li avesse ingannati, perfino in questo caso non era finora accaduto niente di terribile. In qualsiasi momento i detonatori potevano essere distrutti. In qualsiasi momento potevano essere prelevati dal museo e inviati in capo al mondo, alla periferia dell’Universo abitato e, in caso di necessita, ancora piu lontano.

Rudolf Sikorski telefono al direttore del museo e gli chiese di mettere il pezzo esposto numero tal dei tali a disposizione del Consiglio Mondiale, e di mandarlo a lui, Rudolf Sikorski, nel suo studio. Ottenne, un po’ sorpreso, un rifiuto, indubbiamente gentile, ma inequivocabile. Si scopri (Sikorski non ne aveva la minima idea) che i pezzi esposti nei musei, e non solo in quello delle civilta extraterrestri, ma in qualsiasi museo della Terra, non vengono dati ne a individui singoli, ne al Consiglio Mondiale e nemmeno al Signore Iddio. Perfino se il Signore Iddio avesse avuto bisogno di lavorare con il pezzo numero tal dei tali, si sarebbe dovuto recare al museo, mostrare l’attestato corrispondente e la, all’interno delle mura del museo, compiere le ricerche indispensabili, per le quali del resto, a lui, il Signore Iddio, sarebbero state create le condizioni indispensabili: laboratori, qualsiasi tipo di apparecchiatura, consultazioni e cosi via.

La cosa aveva preso una piega inattesa, ma il primo shock fu superato. In fin dei conti era un bene che a una bomba, per riunirsi al suo detonatore, occorresse per lo meno “l’attestato corrispondente”. Ed in fin dei conti solo da Rudolf Sikorski dipendeva fare in modo che il museo si trasformasse in una cassaforte, solo di misura piu grande. E poi, che diavolo! Come faceva la bomba a sapere dove si trovava il detonatore e che esisteva? No, no, era stato un momento di debolezza. Uno dei pochi momenti del genere della sua vita.

Si occuparono con impegno dei detonatori. Uomini scelti all’uopo, dotati degli attestati e delle raccomandazioni necessari, condussero nei laboratori del museo, Ottimamente attrezzati, un ciclo di esperimenti attentamente elaborati. I risultati di questi esperimenti potrebbero essere definiti in tutta coscienza zero, se non si fosse verificata una strana, e persino, per dirla chiaramente, tragica circostanza.

Con uno dei detonatori fu condotto un esperimento di rigenerazione. L’esperimento diede risultati negativi: a differenza di molti oggetti appartenenti alla cultura materiale dei Nomadi, il detonatore numero 12 (segno “M” gotica), una volta distrutto, non si ricreo. Ma due giorni dopo, nelle Ande del nord, fini sotto una frana un gruppo di scolari dell’internato Templado, ventisette ragazze e ragazzi con il loro insegnante. Molti furono i contusi ed i feriti, ma tutti rimasero in vita, eccetto Edna Lasko (cartella personale n. 12, segno “M” gotica).

Ovviamente, poteva essere un caso. Ma gli studi sui detonatori furono interrotti e, attraverso il Consiglio Mondiale, si riusci a vietarli.

E ci fu ancora un caso, ma molto dopo, ormai nel 62, quando Rudolf Sikorski, soprannominato il Nomade, era residente su Saraks.

Il fatto e che, proprio grazie alla sua assenza dalla Terra, un gruppo di psicologi che facevano parte della Commissione dei Tredici riusci ad ottenere il permesso di svelare parzialmente il mistero della sua personalita a uno dei “trovatelli”. Per l’esperimento venne scelto Kornej Jasmaa (numero 11, segno “Elbrus”). Dopo un’accurata preparazione gli fu raccontata tutta la verita sulle sue origini. Solo sulle sue. E di nessun altro.

Kornej Jasmaa terminava allora la Scuola dei Progressori. A giudicare dagli esami, era un uomo dallo stato mentale oltremodo stabile e dalla forte volonta, insomma una persona fuori del comune sotto tutti gli aspetti. Gli psicologi non si erano sbagliati. Kornej Jasmaa accolse l’informazione con sorprendente sangue freddo: evidentemente, il mondo circostante lo interessava molto di piu del mistero delle sue origini. Il prudente avvertimento degli psicologi, che in lui, probabilmente, era inserito un programma nascosto che, in qualsiasi

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