Fisso Saul. Saul guardava il suo pianeta con una strana espressione. Le sopracciglia cespugliose si inarcarono. Sembrava che stesse li li per piangere. Anton era commosso.

— Compagni! — disse all’improvviso Vadim. — Diamo a questo pianeta il nome di Saul.

— Sia chiamato Saul! — disse Anton.

Tiro a se il microfono del diario di bordo e detto:

— Giorno giuliano 25-42-967. Il secondo pianeta del sistema EN 7031 viene chiamato Saul, in onore dello storico Saul Repnin, membro dell’equipaggio.

Tutto questo non aveva proprio nessun significato. Ai pianeti venivano dati i nomi di astronavi e di citta, degli eroi letterari preferiti, di oggetti o semplicemente combinazioni fonetiche che suonavano bene. E chi non aveva abbastanza fantasia, prendeva un libro qualsiasi, lo apriva a una pagina qualsiasi, sceglieva una parola qualsiasi e la modificava a suo gusto. E allora veniva fuori qualcosa tipo Risolina, Rissaiolo o Palpebro.

Ma Saul ne fu incredibilmente colpito. Borbotto: «Grazie, grazie, amici», e strinse la mano di Vadim. Fu una cosa molto commovente.

Nel frattempo il pianeta diventava sempre piu grande. Quando sullo schermo rimase solo il continente che si stendeva lungo l’equatore, Anton chiese:

— Allora, dove vuole scendere, Saul?

Saul indico con il dito quasi il centro del pianeta. Ad Anton parve che lo facesse socchiudendo gli occhi.

— Compagni, — disse lentamente Vadim, — sarebbe meglio vicino al mare.

Era chiaro che aveva voglia di farsi un bagno. Nuotare nell’oceano di Saul, in onde che non avevano ancora mai bagnato un terrestre, che, forse, non avevano mai bagnato nessun essere vivente.

— V-va bene… atterriamo vicino alla costa, — disse incerto Saul. Guardo Anton. — Per i miei scopi, — tossicchio, — la scelta del posto non e importante.

— Magnifico! — disse Vadim. Sedette svelto nella poltrona accanto a quella di Anton. — Basta! — annuncio. — Al capitano e venuta una paralisi, ed e stato portato in cabina in cattive condizioni. Il robusto e statuario secondo pilota ha preso il comando. — Appoggio le dita sul contatto del pilota automatico, e la navicella perse subito quota. Il continente sullo schermo comincio a contorcersi vertiginosamente. Vadim declamo:

Vedo tremar come un foglio bagnato Ogni dispositivo aeronavale Se il biocomando viene manovrato Da me, superlinguista strutturale.

Saul fece cadere rumorosamente la cartella e si aggrappo alle spalle di Anton.

— Dimka, di’ almeno dov’e che sei diretto, — chiese Anton.

— La, — rispose vago Vadim. — Dove le onde blu lambiscono la sabbia.

L’astronave si inclino verso destra.

— Piano, piano, — disse Anton. — Sta’ calmo. Cosi finisci sulla terraferma.

— Sta’ a vedere.

— Frena! Guarda dove ti vai a cacciare!

— Vedo tutto.

— Oh, ci fai fare un bel capitombolo, disse Anton.

— Niente paura, niente paura, — ripeteva Vadim.

Lo schermo si oscuro. L’astronave era entrata nell’atmosfera. Divampo e scomparve fra le nubi dense un arcobaleno. Baluginarono delle macchie bianche e nere.

— Il vento ci sposta, — osservo Anton.

— Lo so…

— Stai perdendo il controllo dell’astronave!

Vadim disse in fretta:

— Smettila di dare ordini o non sono piu tuo amico.

— Vadim, cerchi di non fallire il bersaglio, — disse allarmato Saul.

Il carosello sullo schermo cesso. Si avvicino in fretta una distesa bianca, poi lo schermo si oscuro e si spense. L’astronave sobbalzo.

— Finito tutto, — disse Vadim. Si stiracchio, facendo scrocchiare le dita.

— Cosa tutto? — chiese Saul. — Ci siamo fracassati?

— Siamo atterrati, — disse Anton. — Benvenuti su Saul.

— Pero, lei guida proprio come un matto, — disse Saul a Vadim.

— Proprio vero, — concordo Anton. — Sai di quanto hai mancato il bersaglio, Dimka? Di un duecento chilometri. Ma hai fatto in tempo a spegnere lo schermo, bravo.

— Per abitudine, — disse Vadim noncurante.

Anton si alzo.

— A proposito, che cos’e questa storia del “foglio bagnato che trema”? — chiese.

Anche Vadim si alzo.

— Questa, Toska, e una storia un po’ misteriosa. Esiste una antica espressione idiomatica, «tremare come un foglio bagnato». Un foglio bagnato e una specie di braciere. Lo mettevano sul pavimento dei bagni, e quando aumentavano il vapore, cioe versavano acqua nel braciere, il foglio metallico rovente cominciava a vibrare.

Saul scoppio inaspettatamente a ridere. Rideva forte e di gusto, asciugandosi le lacrime col palmo della mano e pestando a terra con gli stivali. Ne Anton, ne Vadim capirono il perche, ma dopo qualche minuto ridevano anche loro.

— Un’usanza divertente, vero? — disse Vadim, riprendendo fiato.

— Davvero, Saul, perche ride? — chiese Anton.

— Oh! — disse Saul. — Sono cosi contento di essere arrivato sul mio pianeta…

Vadim smise di ridere.

— In fin dei conti non sono mica uno slavista, — disse con dignita. — La mia specialita e l’analisi strutturale.

— Va bene, — disse Anton, — scendiamo a terra.

Uscirono tutti dalla cabina di piotaggio. Vadim, trattenendo Saul per il gomito, disse:

— Non e una mia deduzione. E l’ipotesi piu diffusa.

— Non ha importanza, non ha importanza, — rispose in fretta Saul. Si fece serio. — Questa sua ipotesi e talmente lontana dalla verita, che non ho potuto trattenermi. Se l’ho offesa, mi scusi…

— E qual e la sua idea?

Saul disse irritato:

— Non esiste l’espressione: «tremare come un foglio bagnato». Esistono le espressioni: «tremare come una foglia» e «stracciarsi come un foglio bagnato». Ma come si fa a stracciare un foglio di metallo, bagnato o no? E ridicolo!

Anton aveva aperto la membrana dell’oblo. Un’aria gelida sferzo l’astronave. Saul spinse da parte Vadim e grido:

— Aspettate! Fatemi passare, per favore!

Anton, che gia stava col piede sulla soglia, si fermo. Saul, tenendo lo skorcer sopra la testa, si slancio avanti.

— Vuole scendere per primo? — chiese Anton sorridendo.

— Si, — borbotto Saul, — e meglio.

Si infilo nello stretto oblo e si fermo, bloccando l’uscita. Anton, che si era infilato dietro di lui, lo spingeva con la testa.

— Avanti, Saul, — disse.

Saul pareva pietrificato. Da dietro, Vadim tamburellava nervosamente sulla schiena curva di Anton.

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