Estraggo un fazzoletto dalla tasca e lo apro mentre gli uomini e le donne che ancora stavano nell’atrio si radunano attorno al pianoforte; pulisco la tastiera da tracce di cibo, cenere e macchie di vino che si e anche seccato sui tasti bianchi. Inumidisco di saliva il fazzoletto. La superficie liscia e splendente dell’avorio ha preso la stessa sfumatura giallastra dei capelli dei vecchi.
Il pubblico si fa impaziente, strascica i piedi e borbotta. Io allungo una mano dentro lo strumento ed estraggo un bicchiere di vino posato sulle corde e lo passo a qualcuno al mio fianco. Gli uomini e le donne attorno al piano sbuffano e ridacchiano. Poso le mani sui tasti, parti di zanne strappate a creature morte, un cimitero degli elefanti fra le colonne di legno nere come il cuore.
Comincio a suonare un’aria, qualcosa di leggero, quasi inconsistente, ma con un certo ritmo e un delicato equilibrio, e passo per una naturale consequenzialita, con una progressione inerente e non forzata, a una conclusione piu pensosa e dolceamara. Il silenzio si impadronisce di quelli che si sono radunati ad ascoltarmi, qualcosa che si posa al di sopra del loro energico desiderio di divertirsi come un telo nero gettato sulla gabbia di un saltellante uccello canterino. Muovo le mani con un movimento carezzevole, studiato, attento, la danza delicata delle mie dita sui tasti e in se un piccolo balletto armonioso, un’arcata ipnotica di ossa ricoperte di carne che sfiorano l’avorio con l’apparenza di una grazia fluida e naturale, che solo una mezza vita di studio e migliaia di aritmetiche e tediose ripetizioni di sterili scale consentono di ottenere.
Nel punto in cui la struttura del pezzo, per la sua grammatica implicita, avrebbe dovuto condurre a una dolce celebrazione del tema principale e a una gentile risoluzione, introduco un cambiamento assoluto. Le mie mani erano un paio d’ali che scorrevano con dolcezza e solennita su ogni minuscola particella d’aria sopra il letto dei tasti. Adesso diventano artigli proletari, grosse zampe arcuate con le quali colpisco il lastricato della tastiera con un fatuo passo di marcia, uno-due, uno-due, uno-due. Allo stesso tempo la melodia — sempre riconoscibilmente connessa all’agile ed elegante figura di prima — diventa un automa istupidito di stridenti dissonanze seguite da crudeli armonie, che si scontrano e strisciano furtive nel corso della canzone, e le cui goffaggini, nel riecheggiare la grazia di prima e nel richiamare all’orecchio la sua dolcezza, la scherniscono con una violenza ancora maggiore e insultano l’ascoltatore piu pienamente di quanto sarebbe riuscito a fare un cambio radicale di genere e ritmo.
Alcuni dei miei ascoltatori sono cosi irrimediabilmente privi di gusto da continuare a sorridere e a fare cenni con la testa, marionette legate alle corde che tocco. Altri, pero, fanno un passo indietro, o mi lanciano occhiate di fuoco, o fanno versi di disapprovazione e scuotono il capo. La luogotenente si limita a stendere la mano e posarla sul coperchio della tastiera. Faccio appena in tempo a togliere le dita prima che ricada con un tonfo.
Mi volto verso di lei, ruotando sullo sgabello. «Pensavo che vi sarebbe piaciuto», le dico, con la voce e le sopracciglia alzate, nel tono e nell’immagine dell’innocenza. La luogotenente mi da uno schiaffo. Molto forte, bisogna dirlo, anche se e stato impartito con una sorta di spassionata autorita, come un accorto genitore di una prole numerosa potrebbe colpire il primogenito, per tenere in riga anche gli altri. Il rumore immobilizza gli astanti con un’efficacia anche maggiore del mio tentativo musicale.
Mi pizzica la guancia. Sbatto le palpebre. Porto una mano alla guancia, dove c’e un po’ di sangue. La causa, immagino, sara l’anello di oro bianco e rubino sulla mano della luogotenente. Lei mi fissa tranquilla. Guardo te. Sembri appena sorpresa. Qualcuno mi afferra da dietro per le spalle e un’ondata di alito fetido mi spazza la faccia. Un’altra mano mi stringe per i capelli e mi tira indietro la testa; il tizio sta ringhiando. Cerco di non staccare lo sguardo dalla luogotenente. Lei alza la mano, guardando gli uomini dietro di me. Scuote la testa. «No, lasciatelo.» Guarda me. «Che peccato, Abel: rovinare una canzone cosi bella.»
«Davvero? A me sembrava un miglioramento. E solo una canzone, in fondo. Una cosa senza vita.»
Lei scoppia a ridere, gettando all’indietro la testa. Sul fondo della bocca scintilla dell’oro. «Be’, d’accordo, Abe», dice. Indica i tasti con la bottiglia. «Continua a suonare, allora. Suona quello che ti pare. E la nostra festa, ma il piano e tuo. Decidi tu. No: un valzer. Suona un valzer. Cosi io e Morgan possiamo ballare. Sei capace di suonare un valzer, Abe?»
Osservo te, mia cara. Sbatti le palpebre. Cerco di trovare una scintilla di comprensione nei tuoi occhi. Alla fine faccio un piccolo inchino. «Un valzer.» Mi alzo, apro lo sgabello e frugo tra le musiche che contiene. «Ecco qua.» Sollevo il coperchio e metto la musica sul leggio. La suono come e scritta. Leggo, suono, aggiungo qualche pedestre abbellimento ogni tanto, sono una semplice conduttura per le note stampate, per i suoni nella mente del compositore, per la forma dell’opera; una scusa a cui attenersi, una colonna sonora per la civetteria, il corteggiamento, l’accoppiamento e la fortuna.
Quando finisco mi guardo intorno, ma tu e la luogotenente ve ne siete andate. Tutti i soldati e le loro ondeggianti conquiste applaudono, poi gli uomini convergono su di me, mi inchiodano sul pavimento, mi legano mani e piedi con le corde ricamate delle campanelle e mi ficcano in testa l’elmo di un’armatura. Nell’elmo, il mio respiro rimbomba; sento l’odore del mio alito e del mio sudore e quello metallico dell’antichita. La vista di cio che avviene all’esterno e ridotta a una serie di minuscoli oblo, singole perforazioni nell’antico acciaio. La mia testa picchia contro il metallo mentre mi tirano su e mi portano, sempre legato, in cortile dove — mentre vengo capovolto e rigirato e cio che vedo rotea furiosamente — il cannone scintilla alla luce elettrica e a quella delle torce, e i ciottoli risplendono. Sollevano la grata di ferro che chiude la bocca del pozzo, tirano su il secchio (sento il cigolio della catena), posano il secchio sull’orlo di pietra e mi ci mettono dentro, piegandomi le gambe finche il bordo del secchio punta contro la mia spina dorsale e mi ritrovo le ginocchia contro il mento. Poi, ridendo, mi spingono sopra il buco, tengono per un istante la corda e poi mi lasciano cadere. Cado dritto nel pozzo: sferragliare di catena e sibilo di vento.
L’impatto con il fondo e uno schianto stordente: picchio la testa all’indietro contro la parete, poi, di rimbalzo, avanti, e si innesca una linea di fuoco e di dolore che mi percorre la schiena e mi si conficca all’altezza del naso come una lancia.
Mi fermo, stordito, mentre l’acqua gorgoglia intorno a me.
QUATTORDICI
Sono oscuramente consapevole del dolore, del freddo e del sapore di metallo. Scorticato, stranito, senza nemmeno poter scuotere la testa, sono appollaiato sul mio piccolo trono di legno, in mezzo ai resti fangosi dell’acqua scomparsa da tempo, in equilibrio su una nascosta piattaforma di pietrisco che da un secolo o piu soffoca il pozzo, ridotto ormai a un ornamento. Ho sempre in testa la corona di metallo e i miei vestiti strappati sono quelli di un umile lavoratore. L’acqua filtra attorno a me, sotto di me, gelida e spossante.
Guardo in su, nonostante la mia vista sia limitata dalla maschera di ferro.
Sono gia stato qui una volta, molto tempo fa. Ero un bambino. Mentre cercavo di vedere oltre il cielo.
Avevo letto da qualche parte che dal fondo di un buco abbastanza profondo e possibile vedere le stelle, se la giornata e molto limpida. C’eri anche tu, in una delle tue rare visite. Ti avevo convinta ad aiutarmi nel mio piano; mi osservavi, con gli occhi spalancati e una mano premuta sulla bocca, mentre sollevai il secchio, lo posai saldamente sulla pietra e mi infilai dentro. Ti dissi di farmi scendere. Quella discesa fu poco meno violenta di quella a cui mi hanno sottoposto gli uomini della luogotenente. Non avevo considerato che il peso del secchio sarebbe stato molto maggiore con me dentro, che tu eri troppo debole, o semplicemente che avevi una certa inclinazione a tirarti indietro e a lasciare accadere cio che doveva accadere. Afferrasti la manovella, reggesti per qualche istante mentre io spingevo il secchio al di la della vera del pozzo. Appena libero dal sostegno della pietra, precipitai all’istante. Lanciasti un urlo e facesti un tentativo di frenare la manovella, lasciandoti strattonare e sollevare in punta di piedi, poi mollasti.
Caddi nel pozzo. Picchiai la testa. Vidi le stelle.
Non mi venne in mente che, in un certo senso, avevo raggiunto il mio scopo. Cio che vidi erano luci, strane, confuse, bizzarre. Fu solo in seguito che collegai i sintomi visivi di quell’impatto con le stelle e i pianeti stilizzati che vedevo nei fumetti quando un personaggio riceveva un colpo simile. In quel momento rimasi dapprima intontito, poi temetti di affogare, poi mi accorsi con un sospiro di sollievo che sotto il secchio l’acqua era cosi bassa, e infine ero furioso con te che mi avevi lasciato cadere e impaurito per quello che avrebbe detto la mamma.
In alto, la tua silhouette si sporse a guardare oltre l’orlo del pozzo. Anche se potevo vedere solo il tuo profilo, notai che badavi a tenere i capelli ben lontani dalle pietre del pozzo e dalla corda del secchio. Gridasti e mi
