tradendosi a vicenda, poi separati. Lei conveniva che dovessi essere punito, anche se per salvare la faccia sosteneva che la ragione era la mia idea di scendere nel pozzo. (La mia pretesa di essere caduto, che anche il fatto di essere sceso nel pozzo era stato un incidente, era stata contraddetta da te, mia cara, che gia rivelavi un improvvido rispetto per la verita.)
E cosi venni mandato in camera mia per la prima di molte notti, senza altra compagnia che i libri di scuola e razioni da prigioniero.
Il mio esilio mi apporto un beneficio incalcolabile, un premio che non avevo per nulla cercato e che, anni dopo, sarebbe maturato fino a consolidarsi.
Venisti tu in camera mia, dopo aver persuaso un domestico a lasciarti entrare con un passe-partout, cosi da poterti scusare per quella che, secondo te, era stata la tua responsabilita nel mio delitto. Portasti un dolcetto rosa che avevi preso in cucina e nascosto nel vestito. Ti inginocchiasti accanto al mio letto. Un’unica lampada da comodino illuminava le mie guance gonfie di lacrime e i tuoi occhi neri e spalancati. Mi porgesti il dolce con le due mani, con un rispetto quasi comico. Lo presi annuendo, ne mangiai meta col primo morso, e poi mi infilai il resto in bocca.
Ti alzasti in piedi con una grazia misteriosa e sollevasti il vestito per denudare la carne dal bordo dei calzini all’ombelico. Ti fissai smettendo di masticare, con la bocca piena di una pasta rosea e zuccherosa. Fermasti l’orlo del vestito sotto il mento, poi infilasti una mano sotto le lenzuola e mi prendesti la mano piu vicina, guidandola con dolcezza verso la fessura lanuginosa tra le tue gambe, tenendola premuta li e strofinandola piano avanti e indietro. L’altra tua mano si chiuse attorno ai miei genitali, e poi comincio a tirare e accarezzare il mio sesso. Inumidite, incoraggiate, le mie dita scivolarono dentro di te, lasciandomi sbalordito sia per essere stato in qualche modo inghiottito sia per il calore che vi scoprii. Anch’io inghiottii di riflesso: il boccone del dolce rosato.
Tu continuavi a massaggiare insieme me e te, mentre io restavo sdraiato, ancora incredulo, paralizzato dalla novita di quanto accadeva, da quell’ultimo e bizzarro cambiamento della sorte. Avevo paura a reagire, esitavo perfino a manifestare la minima volonta, temendo che la stupefacente (e percio, di necessita, precaria) combinazione di circostanze che aveva elargito tale imprevedibile rapsodia venisse sconvolta dal minimo errore da parte mia.
Dopo aver guidato le mie dita inghiottite in te con un ritmo piu rapido e piu deciso, all’improvviso ti mettesti a tremare, sospirasti, e subito dopo allontanasti la mia mano dandomi un colpetto sul polso. Lasciasti ricadere il vestito, tirasti indietro le mie coperte, poi ti inginocchiasti e mi prendesti in bocca, succhiando e muovendo la testa, con i tuoi capelli che mi facevano il solletico alle cosce.
Mi limitai a guardare. Forse fu semplicemente quella sorpresa, forse — piu probabile — il fatto che ero ancora troppo piccolo. In ogni caso, non ci fu, in quella prima prova, nessuna culminante esplosione di tripudio ne alcuna emissione nel tempo che avemmo a disposizione. Il solletico, il movimento della testa, il succhiare andarono avanti per un po’, finche il domestico, sempre piu nervoso per la paura di essere scoperto, busso alla porta e la apri appena per sussurrare un ammonimento. Lasciandolo cadere dalla bocca come uno scintillante lecca lecca, baciasti il mio roseo gonfiore, poi lo copristi e ti allontanasti con calma eleganza; la porta si apri e si richiuse per te e rimasi solo.
O non del tutto: arrotolai di nuovo le coperte per osservare il mio nuovo amico, che ormai mi stava lentamente abbandonando. Lo toccai a titolo sperimentale mentre mi annusavo lo strano aroma sulle dita, ma la mia virilita se ne ando di sua iniziativa, e non l’avrei piu rivista appieno fino al giorno in cui il vento e la pioggia mi tesero un’imboscata nei boschi fangosi.
Tu, mia cara, non avresti rivisto lo spettro che avevi risvegliato fino al nostro convegno sul tetto del castello, dieci anni dopo, in una notte tiepida, sopra la festa.
QUINDICI
L’acqua nera del pozzo sa di marcio: e l’odore di qualcosa che trasuda dalla terra, un odore che, benche rancido, dovrebbe almeno essere caldo e avvolgente, e invece e freddo e acuto. Colgo anche una traccia di odore umano, che indica che il vino e il cibo vomitati qui dentro si sono mescolati all’orina per creare toni ancora piu pungenti che accompagnano il lezzo terroso del buco.
Tiro su nel naso un po’ di sangue; dentro l’elmo di metallo avverto una specie di rimbombo. Cerco di alzarmi ma mi sento paralizzato dal freddo. Mi chiedo da quanto tempo mi trovo qui. Alzo la testa, facendo sbattere l’elmo contro la parete del pozzo, per cercare di vedere l’imboccatura. Luce. Luce attraverso i fori dell’elmo, forse. O no. Sbatto gli occhi e la vista si mette a girare. Mi fa male il collo. Abbasso la testa e vedo ancora le luci.
Poi rivedo le stelle e resto sdraiato nel cuore svuotato del castello, stretto nel suo abbraccio notturno, mentre la sua avida freddezza mi infetta, e mi sento parte dei suoi soffocanti detriti: un altro granello disperso, gettato prima agli elementi piu rapidi e poi al suolo, fatto rotolare lungo una direzione, una strada, un letto che non ho la possibilita di scegliere, e nessun modo di abbandonare.
Io non sono che cellule: niente di piu, credo. La presente combinazione — ossa, carne, sangue — e piu complicata della maggior parte delle miscele similari reperibili sulla rozza superficie del mondo, e la mia quota di plasma cosciente puo essere maggiore di quanto riescano a mettere insieme altri animali, ma il principio e lo stesso, e il risultato di tanta sapienza in eccesso e semplicemente quello di farci conoscere appieno la verita della nostra irrilevanza. Il mio corpo, tutto questo essere stordito, sembra poco piu di un mucchio di foglie d’autunno, sospinte e adunate da un mulinello di vento, e intrappolate, stipate da una casuale geografia sussidiaria in un deposito circoscritto. In che cosa sono piu importante di quella temporanea pila di foglie, di quell’aggregato di cellule, sottoposte a una morte collettiva? Perche ciascuno di noi dovrebbe avere piu significato?
Eppure continuiamo ad ascrivere a noi stessi una quantita di dolore, di gioia, di peso, di importanza maggiore rispetto a qualsiasi altro ammasso di materia, ed e questo il nostro sentimento profondo. Forse ci lasciamo sedurre dalle nostre stesse immagini, e quella di una foglia secca trascinata lungo la strada non e la stessa di un profugo.
Portiamo dentro di noi il limo dei nostri ricordi, come i tesori riposti nelle soffitte del castello e ne siamo sbilanciati, ma il nostro limo ha profondita geologiche e risale, attraverso le storie comuni, le genealogie, le stirpi, ai primi contadini, al primo gruppo di cacciatori, alla prima caverna condivisa o albero con un nido. Grazie al nostro spirito riusciamo a risalire ancora piu indietro, e al di la, tanto che conserviamo gli strati sepolti delle geologie di tutti i pianeti negli stadi del cervello, e conteniamo nel nostro corpo la conoscenza delle esplosioni dei soli che vissero e morirono ben prima che noi esistessimo.
Piu e profondo il limo piu e potente il flusso, e non riesco a scendere fino in fondo, fino agli estremi detriti, non finche respiro e penso e sento. Le mie ossa potrebbero restare comodamente qui sotto — solo minerali, cose fredde, «cose» — ma non l’uomo che pensa a un eventuale epilogo.
Sprofondato in questo buco, credevo un tempo di vedere le profondita del cielo, di guardare in quel passato che e l’antica luce delle stelle, e allo stesso modo adesso, abbassato a una comprensione piu elevata, aiutato dai miei torturatori, credo di vedere la via verso il futuro. Da qui, con questa nuova prospettiva, credo di vedere l’insieme del castello, il suo disegno si staglia su di me, trasparente e confermato, grazie a una terra non piu opaca, che mette a nudo le pietre dell’edificio innalzate dal suolo alla comunione della pioggia e dell’aria.
Ecco la casa militante, un’impresa perfettamente abbozzata rannicchiata attorno a un vuoto segreto e protetto, con le insegne e le bandiere che si agitano impavide al soffio di venti volgari; un pugno in un guanto di ferro che prevale sull’aria spianatrice.
Giaccio sul fondo, seminale, germinale; una cosa diretta verso il fango, verso la terra, in evoluzione, per nulla sgomentata dal peso del passato incommensurabile compresso sotto di me e dalla colonna di atmosfera che tenta di schiacciarmi, due forze che insieme premono e mi costringono a sottomettermi e a diventare parte di una superficie piu grande e piu grossolana.
Ma adesso e adesso, e adesso la richiesta, e devo agire.
Tento di scrollarmi o di strapparmi via l’elmo, ma non ce la faccio. Decido di liberare prima le mani.
Mi dimeno, intirizzito dal freddo, per sciogliere il nodo. Piego le dita e cerco di far presa sulla corda di campanella che mi tiene strette le mani. Spingo e tiro e contorco i polsi tra i legacci.
Un rumore, di sopra.
