preoccupazione sui loro volti tirati e sporchi.
«Chi e?» dico. Il fiammifero tremola. Non posso leggere nulla su quelle facce; sono forse spaventate, rassegnate, furiose? Non lo saprei dire. «Vi conosco?» chiedo loro. «Conosco qualcuno di voi? Chi siete? Cosa e successo? Che ora e?»
Il fiammifero tremola di nuovo, prossimo alla fine. Viene lasciato cadere all’ultimo momento, e si spegne prima di toccare i ciottoli. Apro la bocca per ripetere le domande, ma sembra del tutto inutile. Sento uno scalpiccio, il rumore di gente che si risistema, e capisco che gli uomini si stanno sdraiando di nuovo, come prima.
Provo a girare la ruota di ferro che alza e abbassa la saracinesca, ma il lucchetto e chiuso. Sto per voltarmi quando mi viene in mente la chiave che ho preso ad Arthur e infilato in una tasca. Mi sono ricordato di spostarla quando mi sono cambiato d’abito? Mi tocco con delicatezza le tasche con la mano libera. Trovo la chiave, la prendo fra due dita impacciate e la provo, ma sbatte nella serratura del lucchetto, molto piu larga. Gli uomini si agitano al rumore, poi si rimettono sdraiati, e ben presto ricominciano a russare.
Mi fermo li, con le mani tremanti per la fatica, stringendo una chiave sbagliata nell’oscurita quasi assoluta, poi mi volto e lascio gli uomini in attesa oltre la saracinesca, serrata ma aperta, e avanzo verso il cuore del castello, indovinando di essere diretto verso qualche piccola sciagura.
SEDICI
Nero su nero, il castello si staglia sospeso nella distorta simmetria dell’aria, senza offrire garanzie di soluzione, ma lasciandomi entrare, lurido e dissotterrato, attraverso la porta non chiusa ne sorvegliata. L’atrio, illuminato dagli ultimi mozziconi di candela, sembra il quadro vivente di un massacro. Corpi disseminati sul pavimento; pozze di vino, scure come sangue. Solo un respiro sonoro e qualcosa di mormorato in un sonno profondo provano che si tratta di torpore di massa, e non della scena di una strage. Mi avvio sulla scalinata. I miei piedi restano appiccicati su alcuni gradini e, nonostante le mie cautele, sbriciolano rumorosamente qualcosa su altri. Nei corridoi e nelle stanze del primo piano mi accoglie una confusione di tavoli rovesciati, sedie fatte a pezzi e scrittoi abbattuti; ecco tende appallottolate sotto le finestre, ecco un opaco luccichio di frammenti di cristallo e cerchi metallici nel punto in cui e caduto e si e infranto il lampadario; nel camino del salone fumano i resti bruciacchiati di sedie scheggiate e di cassetti: spirali di fumo si levano pigre nell’oscurita che le attende a bocca aperta. Due corpi addormentati giacciono avvolti nei brandelli squartati dell’arazzo che prima occupava l’intera parete; vedo una mano soldatesca che stringe ancora il collo di una bottiglia.
Dappertutto scintilla la devastazione di vasi, lampade, statuette, ridotti ad ammassi seghettati le cui punte taglienti, estratte da cio che era un tempo il loro io intatto, risplendono come ghiaccioli confitti in un ammasso di ritagli torti e strappati che un tempo erano pagine di libri e mappe, stampe e dipinti, tessuti e fotografie, tutti gettati come una neve vecchia e grigia di riporto su un paesaggio di desolazione assoluta: la morbidezza di questo strato sembra una sorta di espiazione per la violenza che e stata necessaria alla sua creazione.
Una tale deliberata distruzione. La mia casa, la nostra casa, desolata, saccheggiata, in rovina; il tesoro raccolto nei secoli, da un intero albero genealogico di antenati e in mezzo mondo annientato in una notte di frenetica e insensata licenza. Mi guardo intorno, scuotendo la testa, mentre i sensi vacillano davanti alla percezione della portata e della scala di cio che e andato perduto. Una tale bellezza, una tale eleganza, una tale grazia: tutto devastato. Tanti oggetti accumulati con amore, tanti preziosi possessi, tanta elaborata ricchezza, tutto cancellato dall’adulta esagerazione di una collera infantile, liquidato davanti all’esplosione momentanea di un’allegria distruttiva, abbandonato a nient’altro che alla furia improvvisa e infiammata di un vandalo.
C’e, nondimeno, una parte di me che esulta al pensiero di cio che e stato compiuto e che si sente liberata grazie a tutta questa distruzione.
Da dove ha avuto origine gran parte del nostro irregolare godimento, se non dall’infrazione, dalla rottura, dalle macerie? Abbiamo infranto leggi e tabu e strutture morali, e il nostro apostolato, la nostra infezione hanno causato lo stesso comportamento negli altri. La massima parte dei valori che la societa considera fondamentali li abbiamo sdegnati, demoliti, abbattuti. Piu un’azione era aberrante, piu vi abbiamo trovato diletto: il piacere elementare di un atto veniva ingrandito e moltiplicato dalla gioia deliziosa di immaginare la rabbia apoplettica che avrebbero ostentato quasi tutti gli altri se fossero mai venuti a conoscenza di cio che avevamo fatto, per non parlare — altro pensiero maligno, eroticamente eccitante — delle arteriosclerotiche vette di scandalo a cui si sarebbero innalzati se ne fossero stati testimoni oculari.
Abbiamo piegato a tali voleri il corpo — nostro e altrui — che ormai non ci restano altre proibizioni da ignorare, altre santita da insozzare, altre leggi da infrangere. Ci siamo fermati davanti allo stupro non simulato, alla tortura non volontaria e all’omicidio, ma a parte cio molte volte ci siamo sottomessi a grandi dolori e corteggiato la morte mediante dolci costrizioni. Cosa rimane, che non richieda la forza, e dunque che ci abbassi al livello del comune stupratore o del vile torturatore, la stirpe miserabile che puo raggiungere i propri scopi solo con la materiale sopraffazione degli altri? Nulla, avrei pensato fino a oggi.
Avevo creduto che ormai non ci rimanesse che la prospettiva degli stessi atti compiuti con nuove sfumature e l’occasionale, minima variazione. Era, e vero, la causa di una punta di rimpianto, qualcosa con cui e abbastanza facile convivere, come il rendersi conto che e impossibile ottenere tutti gli oggetti del proprio desiderio, o la distante prospettiva della morte in tarda eta. Vedo adesso che restava sempre questa possibilita: la distruzione dei nostri valori, delle proprieta che avevamo care. Riconosco di essere stato cieco a non capire che una parte della moralita che condividevamo con gli altri implicava restrizioni degne di essere infrante, e percio nascondevano in quella sovversione una quantita di piacere in precedenza mai sospettato.
Non credo che avrei mai potuto compiere una simile devastazione: la nostalgia, qualche residuo di sentimento familiare, il rispetto per l’abilita artigianale e la consapevolezza dell’impossibilita di condurre a termine una tale rovina me l’avrebbero impedito; ma dato che ormai tutto questo e stato compiuto da altri, perche non dovrei assaporarlo e gloriarmi del risultato? Chi altro dovrebbe farlo? Chi altro lo meriterebbe? Non certo questi casuali distruttori, questi occupanti temporanei: dubito che sapessero che i dipinti che hanno ridotto a brandelli, il vaso scagliato contro un muro o il libro gettato nel fossato o lo scrittoio schiantato e bruciato nel camino valessero ciascuno piu di quanto potrebbero mai pensare di guadagnare, in pace come in guerra. Io solo posso con equita e con il dovuto discernimento apprezzare cosa e andato qui distrutto. E non mi dovevano questi materiali, questa ricchezza di mercanzie e d’arte un ultimo contrappeso di piacere, un’ultima tenerezza, benche non fosse altro che il riconoscimento, nel commiato, del loro perduto valore?
Perduto, dunque. E insieme a tutto cio, e scomparsa anche gran parte delle cose che ci eravamo trascinati dietro quando abbiamo lasciato il castello, pochi giorni fa. Adesso potremmo anche rinunciare a questi muri non piu ingombri, credo. Ora non resta che la nuda struttura, e non vorrei tentare di indovinare quanto riuscira a sopravvivere rispetto ai beni che un tempo ha ospitato. Resiste solo il guscio, il solo corpo: comatoso, vegetativo, rapidamente abbandonato dagli abitanti, con la padronanza di se ridotta ormai a nulla.
Ma grazie a questa perdita, noi vinciamo. Siamo liberi, possiamo finalmente andarcene, allontanarci col cuore oltre che con le gambe.
Attraverso il salone deserto, passando davanti al fragile applauso dei vetri infranti e alla ferrosa approvazione delle armature gettate per terra, delle spade cadute e di indecifrabili detriti metallici. Una fioca luce lunare filtra fra le nubi che si aprono e si allontanano, consentendomi di vedere. Strappo un arazzo che pende insaccato da una parete e digrigno i denti per la feroce fitta di dolore che ne ottengo. Rimetto sul piedistallo una fanciulla di marmo e appoggio il suo braccio spezzato sullo scaffale accanto; la fanciulla splende lattescente nella luce grigio-azzurra, luminosa e spettrale.
Raccolgo, chinandomi, una statuetta. E una pastorella, idealizzata, ma squisita e splendidamente eseguita, come la ricordavo. Ha perduto la testa, ed e stata spezzata dal suo piedistallo. Mi accuccio per cercare gli altri pezzi. Trovo la testa coperta da un cappellino, e strofino via un po’ di polvere di gesso dai lineamenti delicati. Il naso e stato scheggiato, e la punta brilla, bianchissima, attraverso il leggero rossore della vernice. La testa sta in precario equilibrio sulla sottile scanalatura del collo: la poso con cura sullo scaffale della libreria, accanto al braccio della statua, e poi continuo ad avanzare in mezzo alla devastazione.
